Heidevolk – Walhalla Wacht (2008)

Per chi ha fretta:
Gli olandesi Heidevolk meritano il successo raggiunto negli ultimi anni, come dimostra il secondo album Walhalla Wacht (2008). Lo stile al suo interno è lo stesso folk/viking metal spoglio e lontano dal metal estremo che è diventato il loro marchio di fabbrica nel corso del tempo, e anche l’ispirazione è di alto livello.  Lo dimostrano se non altro pezzi come la ritmata  Koning Radboud, la lunga ed epica  Wodan Heerst o la variegata Zwaarden Gehevenm, picchi di una scaletta di livello medio elevato. Sarebbe potuto essere un capolavoro, non fosse stato per qualche difetto: su tutti, spiccano un po’ di discontinuità e una certa inconsistenza, con una durata un po’ troppo ridotta al netto dei tre interludi presenti. Ma sono pecche da poco: anche così, Walhalla Wacht è un ottimo album, adatto a tutti i fan del folk e del viking metal!

La recensione completa:
Se conosci bene il folk metal, è quasi impossibile che tu non abbia mai sentito parlare degli olandesi Heidevolk. Coi loro sei album dalla nascita nel 2002, si sono ricavati una loro nicchia di fama all’interno della scena moderna: nicchia meritata, peraltro, almeno ad ascoltare dischi come il secondo Walhalla Wacht. Uscito nel 2008, è uno splendido esempio del genere personale che gli Heidevolk hanno proposto negli anni: è un folk metal spoglio, con pochi interventi degli strumenti tipici del genere. Piuttosto, l’elemento tradizionale è rappresentato dalle chitarre e dai ritmi; un’altra particolarità è poi la sua lontananza dal metal estremo, più spinta di tanti altri, nonostante la presenza di alcuni influssi black, specie nel riffage. Il tutto condito da tematiche germaniche e atmosfere spesso solenni che lo fanno rientrare nel viking: il risultato è un suono originale, che non per nulla ha influenzato diverse band negli ultimi anni. Certo, almeno per quanto riguarda Walhalla Wacht, non tutto è eccezionale: per quanto i punti morti siano pochi, a tratti gli Heidevolk suonano un po’ insipidi. Colpa anche di una certa discontinuità, con tanti interludi, che spezzettano un po’ la durata del disco, e di una certa inconsistenza – dopotutto, senza di essi la durata è poco superiore alla mezz’ora. Sono comunque difetti da poco: anche così, con belle melodie e soprattutto una cura ottima per le atmosfere, gli Heidevolk riescono a fare bene. È per questo che, pur mancando il capolavoro, Walhalla Wacht riesce comunque ad arrivare poco lontano!

Il classico intro con pioggia e fulmini, molto breve, poi la voce di Mark “Splintervuyscht” Bockting introduce una melodia folk, lenta e solenne. È quella che Saksenland (“Sassonia”) riprende, seppur in chiave molto accelerata: la norma di base strappa e si pone veloce, frenetica. Lo sono sia le strofe, dirette, semplici e divertenti, sia i ritornelli, con lo stesso spirito ma anche un po’ di preoccupazione in più, sia gli assoli, invece più inclinati verso il pathos che spuntano qua e là. La velocità sale ancora nella frazione centrale, in cui Joost Westdijk sfodera il blast beat, per qualcosa di veloce e convulso; c’è però spazio anche per qualche stacco più lento, come quello folk e calmo che segue – e precede un altro sfogo piuttosto roccioso. Ogni tanto inoltre torna alla carica la norma iniziale, più rallentata: succede in particolare nel finale in sfumare, ottima chiusura per un pezzo subito catturante e ottimo, un’apertura più che adeguata per Walhalla Wacht! Va però ancora meglio con Koning Radboud (“re Redbaldo”, figura storica che ha comandato il popolo dei Frisoni), che segue: si apre col suono di un corno su una base non troppo tesa, quasi da metal classico. Poi però gli Heidevolk entrano nel vivo con qualcosa di più ritmato: le ritmiche, ondeggiante e di carattere folk, ricordano quasi gli Otyg, seppur senza violini o altri strumenti folk. Peraltro, non servono: la base di chitarra incide bene, nonostante la mancanza di potenza: è aiutata da alcune belle variazioni, come i chorus, brevi ma incisivi con la loro cupezza, non fortissima ma incisiva. Il cambiamento maggiore è però nella seconda metà, quando gli olandesi partono con una fuga vorticosa, potente, ma accogliente, con belle melodie evocative della chitarra quasi sempre in bella mostra. Fa eccezione solo la frazione centrale, di carattere più black: tuttavia, anch’essa si integra bene in un brano vario ma ottimo, uno dei picchi assoluti della scaletta. Nella successiva Wodan Heerst (“Odino prevale”) per la prima volta si sente un violino: è quello dell’ospite Stefanie Achatz, che la apre disegnando una melodia lontana, nostalgica, sognante. È la stessa aura ripresa poi dalle strofe: molto più spoglie, compensano la perdita dell’elemento più folk con dei bei cori solenni e ritmiche espanse, avvolgenti. Tuttavia, il violino non è sparito: torna nei refrain e si intreccia con le chitarre su un ritmo che di colpo accelera a diventa cavalcante. L’effetto è di urgenza ma al tempo stesso di gran epicità, colpisce benissimo ed evoca alla mente scenari di battaglia. Tra l’altro, è l’anima che si prende il sopravvento nel tempo, per lunghe fughe circolari in cui si alternano momenti col violino e altri pieni di cori ancora battaglieri, o anche con frazioni più melodiche e calme. Accade soprattutto sulla trequarti, dove domina il basso di Rowan Middelwijk prima di un ottimo assolo di chitarra, molto da metal tradizionale. Si tratta di un fluire così avvolgente che quasi stupisce duri oltre otto minuti: sembra scorrere in molto meno. È anche per questo che si rivela un pezzo meraviglioso, un altro dei picchi assoluti del disco!

Hulde aan de Kastelein (“tributo all’oste”) è il primo dei brevi interludi del disco: in questo caso, su una base di percussioni, il flauto dell’ospite Davis Miles disegna delle melodie; tuttavia, più in evidenza sono dei potenti cori da taverna. Il tutto dura appena un minuto: non avrà molto significato (specie per chi, come me, non capisce l’olandese) ma in sé non è malaccio, e introduce in maniera discreta Walhalla Wacht (“il Valhalla attende”), con cui gli Heidevolk tornano al metal – seppur molto con calma. Si parte infatti da un intro espanso, placido con la chitarra folk di Joris Van Gelre, che solo col tempo comincia ad addensarsi e ad assumere elementi metal, pur mantenendo intatta la stessa essenza dilatata e malinconica. Ma siamo ancora nel preludio, perché poi la traccia vira su una norma più diretta, piuttosto oscura: merito delle influenze black che arrivano in scena. Ciò succede in particolare nelle sezioni strumentali che intervallano le strofe, invece più dirette e quasi allegre; un certo velo di inquietudine però non sparisce mai. Esso anzi si amplia al centro, dove gli olandesi tornano a rallentare: è l’inizio di una frazione lenta, lugubre, dai toni quasi doom, che però presto torna a correre, accelerando con forza in uno sfogo di carattere invece black. Nonostante la differenza, si integra però bene in un pezzo di alto livello, non tra i migliori del disco a cui dà il nome ma ottimo. Giunge quindi il turno di Opstand der Bataven (“la rivolta dei Batavi”, si riferisce probabilmente alla rivolta dell’omonimo popolo germanico contro i Romani): comincia in maniera strana, con il basso quasi maideniano di Middelwijk, per poi svilupparsi sottotraccia, quasi compassata. Ma lo è volutamente: tutto questo serve per lanciare invece ritornelli più potenti, sia a livello musicale – che pure non è troppo spinta – sia soprattutto per atmosfera. È tesa, epica, quasi maestosa nonostante il fatto che questa parte sia anche spoglia, e si arricchisca di ricercatezza solo con gli assoli che spesso seguono. Più movimentate è invece la frazione centrale, col ritmo che aumenta molto e anche qualche influsso black che torna a fare capolino, con tanto di scream e blast beat. Almeno, questo succede all’inizio, perché poi la musica come d’abitudine si acquieta, per una frazione mogia, morbida, quasi malinconica nella sua aura evocativa. Ottimo anche il finale, in cui il lato solistico del pezzo si accentua, come quello marziale: è un ottima chiusura per un altro pezzo di alto livello, non eccellente ma giusto per poco!

Het Wilde Heer (“l’esercito selvaggio”) comincia subito potente e veloce, con la doppia cassa di Westdijk e ritmiche veloci a cui però si sovrappone un violino armonioso, nostalgico. In effetti, è un’aura che rimane a lungo: anche le strofe, per quanto macinanti, sono un po’ sottotraccia, e la voce di Bockting evoca un certo pathos. Lo stesso vale anche per i ritornelli, spesso dimessi, seppur stavolta con l’intensità conviva anche una certa tensione epica, un ibrido particolare ma alla fine ben funzionante. Anche il resto della norma è di alto livello; purtroppo, stavolta la parte centrale lo è meno. Alcuni passaggi sono buoni, ma certi stacchi repentini, come quello alla metà esatta tra una frazione mogia e una più rutilante, formano un po’ uno scalino. Meglio invece il finale, con la Achatz in evidenza con dei bei giri, quasi trionfali: è il finale di un pezzo discreto e piacevole ma che in un album come Walhalla Wacht si perde. È ora la volta di Naar de Hal der Gevallenen (“verso la sala dei caduti”), secondo interludio non dissimile da Hulde aan de Kastelein. Stavolta invece del flauto c’è la chitarra di Van Gelre, Bockting duetta coi cori, invece che unirsi a loro e il ritmo è un po’ meno cadenzato. A parte questo però il clima è esattamente lo stesso, come anche le melodie: la durata di due minuti fa il resto, e rende il tutto un po’ noioso. Per fortuna, gli Heidevolk si riprendono subito con Zwaarden Geheven (“spade sollevate”), che dopo il suono di una lama che viene estratta si mostra subito ombrosa, con influssi black metal più spinti che altrove. È l’inizio di un pezzo tumultuoso, che alterna momenti davvero cupi, tempestosi, con il riff black di Sebas Van Eldik e Reamon Bloem, il blast beat e la voce pulita del frontman come unico elemento melodico, a stacchi meno estremi, ma di poco, con qualche melodia folk ma anche tanta ombrosità. L’unico vero momento di relax della norma di base sono invece i ritornelli: rallentano molto e si pongono melodici, infelici, di gran tristezza nonostante la semplicità. Bella anche la frazione finale, che unisce le due anime del pezzo in qualcosa di insieme battente e melodico: è un altro arricchimento per un pezzo non tra i pezzi migliori del disco, ma giusto per poco! Ormai i giochi sono alla fine: c’è rimasto spazio solo per Dagen (“alba”), terzo e ultimo interludio strumentale – per giunta, anche il più apprezzabile. Come indica il titolo stesso, è un pezzo placido, di sottile nostalgia: la evocano bene l’incrocio tra violini, flauti e chitarra acustica, che si intrecciano in un affresco melodioso, dal sapore medioevale. Le melodie rimangono le stesse per i suoi due minuti e mezzo, ma non annoiano, e non solo per la durata: merito di qualche variazione, come i toni, che si alzano e poi alla fine si abbassano, o per il bell’assolo di Miles. È per questo che abbiamo un brano breve ma molto avvolgente, che mette la parola fine nel migliore dei modi all’album!

Per concludere, Walhalla Wacht è un ottimo lavoro, di sostanza apprezzabile. Poteva esserlo forse di più, per esempio con una durata superiore anche solo di pochi minuti: in fondo però ci si può accontentare anche così. Se sei un fan del viking e del folk metal, e sei aperto anche a qualcosa di diverso rispetto ai soliti giri scatenati di violini e flauti, è un album che ti è consigliato con calore!

Voto: 87/100


Mattia

Tracklist:

  1. Saksenland – 05:38
  2. Koning Radboud – 03:40
  3. Wodan Heerst – 08:04
  4. Hulde aan de Kastelein – 01:03
  5. Walhalla Wacht – 04:11
  6. Opstand der Bataven – 04:36
  7. Het Wilde Heer – 05:48
  8. Naar de Hal der Gevallenen – 01:59
  9. Zwaarden Geheven – 04:08
  10. Dageraad – 02:22
Durata totale: 41:29
 
Lineup: 
  • Mark “Splintervuyscht” Bockting – voce
  • Joris Van Gelre – voce, chitarra acustica, corno
  • Reamon Bloem – chitarra
  • Sebas Van Eldik – chitarra e corno
  • Rowan Middelwijk – basso e percussioni
  • Joost Westdijk – batteria
Genere: folk metal
Sottogenere: viking metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Heidevolk

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