Brutal Cancan – Polemos (2018)

Per chi ha fretta:
Polemos (2018), EP d’esordio dei milanesi Brutal Cancan, è un diamante grezzo. Da un lato, lo stile della band è molto interessante: mescola un thrash metal di stampo anche piuttosto tecnico, con a tratti inflessioni addirittura progressive, e una componente black. Quest’ultima però paradossalmente costituisce il lato più melodico del gruppo: è ciò che, oltre a un bell’approccio ironico, costruisce ai lombardi una notevole personalità. Dall’altra però sono presenti diverse ingenuità, sia in fase di composizione che stilistica, con la band che suona un po’ discontinua nelle proprie influenze. È per questo che la scaletta non è eccezionale, seppur la qualità media sia buona e un paio di gemme come la riottosa Surrounded e la solenne title-track contribuiscano a valorizzare il tutto. È per questo che pur non essendo eccezionale, Polemos è un lavoro valido e soprattutto interessante in chiave futura: se matureranno, i Brutal Cancan potrebbero fare molto bene nei prossimi anni!

La recensione completa:
“Un diamante grezzo”: volendo essere sintetici, è questa la miglior descrizione per Polemos dei Brutal Cancan. Nati in provincia di Milano nel 2016, hanno esordito lo scorso 10 novembre con questo EP: un lavoro che ha diversi punti di interesse, seppur non sia ancora del tutto a punto. La sua qualità migliore è senza dubbio lo stile: in Polemos i Brutal Cancan mescolano black e thrash metal, ma non nel senso classico. Non è il solito suono blasfemo, ignorante, dritto al punto: al contrario, i lombardi cercano di fare qualcosa di più ricercato, pur senza perdere in aggressività e impatto. Lo fanno in maniera molto originale: paradossalmente, i momenti con riffage più black sono anche i più melodici e tranquilli; quelli aggressivi al contrario sono tutti di marchio thrash (e ogni tanto anche di vago influsso death). Quest’ultimo lato inoltre viene spinto molto sul lato strumentale, con tanti tecnicismi che a volte portano Polemos addirittura verso il progressive. Tutto questo, insieme a un lato ironico avvertibile non solo nei testi (e nel monicker) ma anche nella musica, contribuiscono a costruire una bella personalità ai Brutal Cancan. Ma si sa, essa da sola non basta: oltre alla bravura dei milanesi, l’EP mette in mostra anche la loro immaturità. Sono molte le ingenuità presenti lungo queste tracce, specie in fase di composizione ma a volte anche stilistiche: spesso la musica pende da un lato o dall’altro del suono dei Brutal Cancan. Così, Polemos finisce per suonare discontinuo: una maggiore amalgama e coesione tra i vari elementi sarebbe stata necessaria. Non aiuta poi una registrazione molto casareccia, più da demo che da EP: molto piatta, sporca, non riesce a valorizzare granché il genere dei lombardi. Ma in fondo, sono tutti difetti che ci stanno, specie contando il fatto che parliamo di un disco d’esordio: è anche per questo, oltre che per le qualità del gruppo, che Polemos non ne esce troppo limitato.

Un breve intro quasi in stile colonna sonora da spaghetti western – il che già la dice lunga sull’approccio non convenzionale dei  Brutal Cancan – poi Resilience ne riprende la melodia in maniera quasi doom. Ma è ancora l’intro: presto il pezzo accelera su un tempo non velocissimo ma potente, senza però da lasciare da parte un certo tocco melodico, sempre presente. È quello che viene fuori con forza nei ritornelli, più aperti e lontani, con la chitarra autrice di giri lontani su cui si posa la voce di Ale che passando dal growl al pulito canta una melodia malinconica, toccando anche il latino. Almeno, è l’alternanza all’inizio, ma poi la band comincia a mescolare le due anime, con strofe più melodiche e ritornelli più battenti. La variazione più grande è però al centro, dove spunta una strana frazione obliqua, tecnica, molto indirizzata verso il thrash metal tecnico – influssi che poi tornano anche nel vorticoso coda finale. Non è male, ma c’entra poco tra il resto, seppur alla fine non stoni troppo: non rovina un pezzo discreto, piacevole, che apre l’EP nella giusta maniera. La successiva Surrounded comincia subito col suo riff di base, semplice e diretto… o almeno così sembra. Presto infatti la band milanese parte per una falsariga molto più potente e rocciosa, retta tutta dal dominante Fra, che spesso condisce il tutto con doppia cassa o addirittura il blast beat. Regge tutte le strofe per poi lasciare spazio a qualcosa di più dinamico e semplice nei ritornelli, più aperti ma sempre abbastanza urgenti. Il dualismo va avanti per oltre metà della canzone, prima che la musica cambi: nel finale i ritmi rallentano e portano il tutto verso una dimensione più melodica. Se le ritmiche virano verso il black, la voce del frontman al contrario diventa pulita, e l’ambiente è meno aggressivo e più avvolgente – a eccezione di qualche momento un po’ più fragoroso e feroce. È un finale molto interessante, ma anche il resto non perde troppo nel confronto: abbiamo un buon pezzo, poco distante dal meglio di Polemos!

Con Give Me a Plot, i Brutal Cancan virano verso il thrash con forza: lo fanno sin dall’inizio, con il basso di Marco che introduce il riff di base, quasi da speed/thrash ‘n’ roll. È quello che domina per tutte le strofe, frenetiche e potenti: veloci come sono, ci mettono poco a confluire in ritornelli anche più battenti, a volte persino col blast beat. Il loro rapido scambio è la spina dorsale di gran parte del pezzo; solo al centro la musica cambia, col lato più tecnico dei lombardi che torna alla carica. È una frazione tortuosa, labirintica a livello ritmico, ma Ale e le chitarre di Elena e Fede le danno un tocco melodico, che rimane in scena a lungo, finché la norma principale non torna. Non c’è altro in un pezzo semplice e anche breve: forse non impressiona, vista anche la differenza stilistica col resto, ma a parte questo non è male. Con Spooks, la band di Milano mostra quindi tutto il suo eclettismo: un breve intro orrorifico, poi a sorpresa ci troviamo in un ambiente disteso, di influsso thrash ma anche heavy classico, di stampo melodico per giunta. Stavolta però la struttura è più varia rispetto a quanto sentito fin’ora in Polemos: qui i Brutal Cancan cambiano direzione molto spesso. Si va così da una frazione con la chitarra pulita e persino un retrogusto prog più che vago ad altri obliqui e ritmati, molto più rabbiosi. C’è spazio anche per passaggi di gran aggressività, vorticosi al massimo, ma anche per il ritorno delle influenze heavy precedenti e per momenti di alta caratura tecnica. Nessuno di questi passaggi è male, anche se a tratti il pezzo suona un po’ discontinuo; in più, non tutto riesce a brillare, e un po’ ci si perde. Sono questi dettagli a renderlo la traccia meno valida dell’intero disco, decente ma nulla più.

Crave comincia quasi esitante, strisciante col suo thrash metal obliquo ma diretto. È la stessa norma che spunta di tanto in tanto, ma il resto del pezzo è più dinamico: ancora martellante con la doppia cassa di Fra, colpisce con forza assoluta durante le lunghe fughe di cui questa falsariga è protagonista. È uno scambio che va avanti fino a quando spunta una frazione ancora più tecnica e circolare, con i suoi tecnicismi vertiginosi: colpiscono sia nella lunga frazione di trequarti che, più in breve, nel finale. È forse il momento più riconoscibile di un pezzo comunque di livello discreto: non impressiona, ma è godibile il giusto. Tuttavia, è un’altra storia con Polemos, con cui i Brutal Cancan pongono fine all’EP: lo si sente già dall’inizio, che perde l’aura semplice, diretta sentita fin’ora per qualcosa di solenne, cupo. Merito delle ritmiche di influsso doom, che in accoppiata con le dissonanze black e la voce pulita di Ale disegnano un’aura espansa, quasi ritualistica. Tuttavia, ciò va avanti poco più di un minuto e mezzo prima che i milanesi comincino a fuggire: le strofe sono veloci, battenti, con un riffage thrash rutilante (a tratti anche di influsso black, stavolta quello classico norvegese) e il growl del frontman più rabbioso del solito. Anche questo non dura, però: presto arrivano a interrompere il tutto ritornelli melodici, con una base black ma molto espansa su cui il cantante disegna una melodia malinconica, persino catchy. Sono il momento più in vista del pezzo, ma anche il resto non è da meno: per esempio il contrasto con le strofe funziona bene. Lo stesso vale poi per la frazione centrale, il momento più progressivo dell’intero EP, con la chitarra pulita, il testo evocativo cantato in italiano, un ritmo spesso in levare e persino tastiere lontane, spaziali. È un altro dettaglio ottimo di un episodio di alto livello: non solo è il migliore del disco che chiude, ma presenta anche le coordinate più interessanti che i milanesi potrebbero sviluppare in futuro.

Per concludere, come ho già scritto  Polemos è un EP con diversi difetti e ingenuità. Tuttavia, a parte questo mette anche in mostra le ottime qualità dei Brutal Cancan, che anche così riescono a confezionare un prodotto finale buono e molto interessante. Anche vista la giovane età, i margini di miglioramento sono sterminati, e i lombardi possono evolversi in tante direzioni diverse, vista la personalità del loro genere: per quanto mi riguarda, mi piacerebbe lo facessero in senso più progressivo, ma credo che potrebbero fare bene anche sviluppando lati diversi. L’importante è che lo facciano, e che maturino quanto devono: il metal ha bisogno sempre di gruppi con idee fresche e personali come loro, se non vuole morire!

Voto: 67/100 (Voto massimo per gli EP: 80)

Mattia

Tracklist: 

  1. Resilience – 04:52
  2. Surrounded by Mist – 04:05
  3. Give Me a Plot – 03:17
  4. Spooks – 04:27
  5. Crave – 04:48
  6. Polemos – 07:08

Durata totale: 28:37

Lineup: 

  • Ale – voce
  • Elena – chitarra
  • Fede – chitarra
  • Marco – basso
  • Fra – batteria

Genere: thrash/black metal
Sottogenere: technical thrash/melodic black metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Brutal Cancan

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