Electrocution – Psychonolatry (2019)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEPsychonolatry (2019) è il terzo full-lenght degli Electrocution.
GENEREIl solito death metal tecnico dei bolognesi, diretto come sempre ma con un suono più moderno, a tratti di vaga influenza deathcore.
PUNTI DI FORZASonorità rinnovate in maniera interessante, diversi buoni spunti e alcuni pezzi di alto livello.
PUNTI DEBOLIUna certa omogeneità, una scaletta un po’ ondivaga specie nella seconda metà del disco.
CANZONI MIGLIORIHallucinatory Breed (ascolta), Bulåggna (ascolta), Warped (ascolta)
CONCLUSIONINonostante i suoi difetti, Psychonolatry rimane un lavoro buono, apprezzabile per i fan del death metal!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
78
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Se conosci il death metal italiano anche soltanto un po’, non devo essere io a spiegarti chi siano i bolognesi Electrocution. Nonostante una carriera sfortunata e poco prolifica, sono ancora nei cuori di molti fan del genere grazie allo storico esordio Inside the Unreal del 1993, un album che allo stesso modo non ha bisogno di presentazioni. Ma anche il successore Metaphysincarnation, di oltre vent’anni dopo, non è da poco: si tratta di un lavoro che non farà gridare al miracolo ma si rivela ottimo, come raccontavo nella recensione di un paio di anni fa. Dalla sua uscita a oggi, sono cambiate molte cose in casa Electrocution: è una lineup del tutto rinnovata, con solo il leader storico Mick Montaguti e il batterista Vellacifer rimasti al loro posto, ad aver inciso il nuovo Psychonolatry. Pubblicato l’otto febbraio scorso, si tratta di un disco che sembra risentire in parte di questa instabilità, specie a livello qualitativo. E sì che rispetto al passato c’è anche qualche miglioria: il genere affrontato qui dagli Electrocution è più o meno lo stesso del precedente, un death metal tecnico ma non troppo intricato, che punta più sull’impatto che su altro. Psychonolatry però può contare su un suono più potente, grazie a un’impostazione più moderna e ribassata, vicina a tratti persino a certo deathcore – da cui qualche influenza è presente nella musica degli emiliani. È un bel punto di forza: peccato solo che, se confrontato col passato, non tutto è memorabile. Se alcuni dei pezzi di Psychonolatry colpiscono benissimo e mostrano la classe di sempre degli Electrocution, altri si perdono e non riescono a incidere a dovere. Colpa peraltro di uno dei difetti tipici del metal di oggi, una forte omogeneità, con tanti stilemi che tendono a ripetersi da un brano all’altro nella scaletta, e di conseguenza poco spicca davvero. E se non è un difetto così grave, visto che anche così Psychonolatry si pone sopra alla media del suo genere, la mia idea è che stavolta gli Electrocution potessero fare di meglio.

Le danze cominciano da un breve intro con una sorta di pianto malato, inquietante: pochi secondi, poi siamo subito in Psychonolatry (The Icons of God and the Mirror of the Souls), che comincia a correre con urgenza incredibile. Il suo riffage è in continuo movimento, con la base e complessa che cambia spesso direzione. È un’impostazione che, con mille variazioni, si perpetra lungo tutta la traccia: sia i momenti più veloci sia i più lenti sono complicati, pieni di controtempi e tecnicismi. Ne sono una buona prova i ritornelli, pestati ma al tempo stesso cadenzati e obliqui ai massimi termini; il picco però lo raggiunge la frazione centrale, breve ma davvero di estasi tecnica, tanto da ricordare quasi i migliori Cynic. Solo ogni tanto il pezzo si muove in maniera più lineare e meno frenetica: succede per esempio nelle strofe, dirette e thrashy, seppur nel prosieguo anch’esse tendano a farsi più contorte. Il complesso è di ottimo livello: abbiamo perciò una grande apertura, appena alle spalle dei pezzi topici del disco a cui dà il nome! Un intro cupo col battere di un cuore, poi gli Electrocution ci stupiscono con l’attacco di Hallucinatory Breed, molto orientato verso il deathcore. Tuttavia, il death metal non è sparito, e pian piano torna alla carica, prima con un mid-tempo arcigno, e poi con l’entrata in scena della norma di base, vorticosa e frenetica, piena di cambi repentini, tutti di gran impatto. Le due frazioni si scambiano molto spesso, con la prima a riportare ordine dove la seconda crea caos e distruzione: in ogni caso, il contrasto funziona alla grande. Ottimo anche l’assolo centrale, una staffilata di gran urgenza ma che ha in sé anche una bella carica di melodia, specie nel finale, quasi di pathos. È un altro elemento vincente per un pezzo breve ma incisivo al massimo, uno dei picchi assoluti di Psychonolatry!

Anche Bulåggna (nome della città di Bologna in dialetto emiliano, lingua usata anche per il testo) comincia lenta, con un riffage ritmato e grasso, a metà tra sonorità “core” e groove metal. Stavolta inoltre gli Electrocution non partono subito per la tangente: per parte del pezzo, il ritmo rimane lento, per quanto terremotante, grazie alla doppia cassa di Vellacifer e a ritmiche pesanti come un macigno. Ma non c’è solo potenza: la vera forza di questa parte sono le dissonanze della chitarra, che insieme al resto creano un’aura scomoda, angosciante. Non che tutto sia così: c’è spazio anche per momenti serrati, fughe davvero rapide che conducono poi a ritornelli meno dinamici, ma rocciosi e di gran ferocia. Anch’essi contribuiscono all’ansia generale, che non viene mai meno lungo tutto il pezzo – a eccezione forse della breve frazione sulla trequarti, più espansa ed espressiva, con i giri del basso di Mat Lehmann in evidenza e un bell’assolo nel finale. Sommando tutti questi elementi, abbiamo un altro grande pezzo, che col precedente forma un uno-due da K.O.! A questo punto, tuttavia, Warped non sfigura: sin dall’avvio, che emerge dall’abisso e si pone ansiogeno, mostra il fatto suo. Parte da qui un pezzo a tinte death metal davvero feroci, con la velocità sempre alta e un riffage classico a motosega che, nelle sue tante variazioni, lo segue sempre in maniera granitica e possente. È una norma spesso diretta al punto e nemmeno troppo intricata, sostenuta a tratti anche da dei bei influssi thrash che le danno ancor più potenza. C’è però spazio anche per frazioni oblique e iper-tecniche: a tratti sono aggressive al massimo, quasi stordenti nel loro turbinare, seppur altrove vi sia spazio anche per momenti in cui esce fuori un’aura quasi serena, malinconica. Ne è un esempio la frazione centrale, piena di belle melodie da parte delle chitarre di Neil Grotti e Alessio Terzi. Non stona però in un pezzo che fa di questo dualismo la sua forza assoluta: ciò gli consente di non sfigurare e anzi di guardare da vicino il duo che l’ha preceduta!

Dopo un avvio di altissimo livello come questo, da Of Blood and Flesh iniziano i problemi: un intro battente di Vellacifer, poi comincia a correre come il più classico dei pezzi death metal fracassoni. Momenti frenetici e rabbiosi si alternano con altri che lo sono meno, ma compensano con dinamismo, potenza e influssi thrash più che vaghi. Ci si riposa un po’ solo nei ritornelli, che tendono a essere vorticosi ma un po’ obliqui: stavolta tuttavia non colpiscono come altrove, anzi sanno un po’ di già sentito. Il resto è un po’ meglio, ma non incide troppo: la falsariga di base, per quanto potente, non spicca per impatto, e lo stesso vale per la frazione solistica, efficace nei frangenti più lenti ma un po’ anonima in quelli più martellanti. Non che sia un brutto pezzo: il livello generale è discreto, solo non spicca molto all’interno del disco. La successiva Misanthropic Carnage parte da una voce in reverse: è il suo unico intro, prima di entrare nel vivo con un riff macinante al massimo, di forza assoluta. È una caratteristica che si conserva sia nei momenti più arcigni ma non troppo veloci che riprendono in parte la norma d’avvio – tra cui brillano le strofe, quasi thrashy se non fosse per il suono profondo e graffiante – sia quelli più movimentati. Tra di essi brillano soprattutto i chorus: se sanno un po’ di già sentito, le ritmiche rimangono graffianti, come l’accoppiata scream/growl di Montaguti, e aiutano a minimizzare il difetto. Non male però anche i momenti più rapidi e staffilanti che compaiono qua e là: sono pochi, tuttavia, perché gli Electrocution tendono a non pestare troppo sull’acceleratore stavolta. A tratti invece c’è spazio per qualcosa di più leggero, come al centro, una frazione caotica ma solo grazie alle venature quasi jazz, senza invece aggressività. Soprattutto, però, a esserlo è il finale, che dopo un nuovo chorus riprende le melodie espressive della chitarra distorta in maniera pulita, e dà una chiusura delicata a un pezzo che non spicca tra i migliori di Psychonolatry, ma sa bene il fatto suo!

Malum Intra Nos Est (Seneca I Century AD) si avvia preoccupata, cupa, e col tempo lo diventa di più, mentre le ritmiche crescono e si appesantiscono. Ci ritroviamo allora in una norma convulsa, seppur ancora più che l’impatto la band bolognese cerchi un’atmosfera arcigna, di oscurità rabbiosa. A tratti però la musica esce da questo nichilismo caotico, per frazioni che recuperano l’angoscia iniziale, specie quando in scena ci sono le melodie ripetitive e avvolgenti della chitarra. Il tutto è un vortice con diversi passaggi convincenti, che però molte volte sembrano mancare di una direzione, di un filo che le unisca: così, a lungo andare il pezzo finisce per suonare un po’ sterile. Fanno eccezione giusto alcuni passaggi, come la solita frazione interessante solistica sulla trequarti, seppur in questo caso un po’ spezzettata. Per il resto però abbiamo un episodio anonimo, che scorre in maniera mai spiacevole ma alla fine non si lascia grandi tracce di sé alle spalle: rappresenta insomma il punto basso della scaletta. Meglio va invece con Divine Retribution: comincia subito frenetica, col blast beat di Vellacifer su cui si posa un ritmo concitato, e col tempo tende a diventarlo anche di più. Se le strofe da questo punto di vista si trattengono – se così si può dire, visto che sono veloci e martellanti – i ritornelli sono davvero vertiginosi. Partono dopo brevi bridge contorti, tecnici, e sono l’essenza del nervosismo, graffianti grazie a un ritmo agitato al massimo, a ritmiche quasi stridenti e all’onnipresente growl di Montaguti. Ottima anche la parte centrale, l’unica in cui si tira un po’ il fiato, con le sue melodie ricercate a là Death; si tratta però di brevi momenti, all’inizio e nel finale, visto che per il resto anche questa sezione risente della frenesia del resto. Non che sia un problema, comunque: sono tutte variazioni funzionali a un pezzo che non esalterà, specie in relazione alla prima parte di Psychonolatry, ma il suo lavoro lo svolge bene.

Con Organic Desease of the Sensory Organs, gli Electrocution mostrano un lato ancora più tecnico di quanto sentito fin’ora. È questa l’anima intima del pezzo: per tutta la sua lunghezza, la band bolognese non fa che alternane momenti vorticosi e alienanti ad altri più diretti, ma sempre piuttosto tecnici e dal suono particolare. Ne è un gran esempio la frazione centrale, piena di momenti di pura estasi strumentali e altri invece di gran potenza, alternati in maniera repentina. Solo ogni tanto c’è spazio per qualcosa che esca dal dualismo: succede per qualche stacco malinconico, in cui far riposare un attimo le orecchie, seppur per poco prima che il tutto torni a correre. Il tutto per appena tre minuti, brevi (forse anche un po’ troppo) ma intensi, che rendono questo un gran pezzo, il migliore della seconda metà del disco. Quest’ultimo ormai è agli sgoccioli , ma per l’occasione i bolognesi schierano un paio di scelte un po’ discutibili. La prima è Bologna: si tratta della versione in inglese di Bulåggna, ed è anche comprensibile perché l’abbiano messa. A livello musicale però è uguale a quella già sentita in precedenza nel disco, a cui non aggiunge nulla, specie per chi come me non ha le liriche sottomano. Più interessante invece la conclusiva Premature Burial, che mostra un lato diverso della opener dello storico esordio. Perde un po’ della spontaneità passata, ma in compenso guadagna in potenza, col suono di fascino meno vintage ma più moderno e graffiante. Insomma, una rilettura non male, che ha poco da perdere rispetto all’originale: aggiunge poco alla carriera dei bolognesi o al finale del disco, ma è un bel sentire e nella scaletta non stona poi troppo!

Per concludere, nonostante le sue pecche, Psychonolatry riesce a difendersi e a suonare di buon livello. Certo, forse da un gruppo dal passato nobile come gli Electrocution ci si potrebbe aspettare di meglio; tuttavia, per quanto mi riguarda ci si può anche accontentare così. Dopotutto, parliamo di un album tutt’altro che scarso: anzi, se ti piace il death metal, e non necessariamente solo quello tecnico, è probabile che possa fare al caso tuo!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Psychonolatry (The Icons of God and the Mirror of the Souls)03:56
2Hallucinatory Breed03:42
3Bulåggna04:12
4Warped04:49
5Of Blood and Flesh03:39
6Misanthropic Carnage04:31
7Malum Intra Nos Est (Senaca I Century AD)04:10
8Divine Retribution04:00
9Organic Desease of the Sensory Organs03:05
10Bologna04:12
11Premature Burial (re-recorded)03:48
Durata totale: 44:04
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Mick Montagutivoce
Neil Grottichitarra
Alessio Terzichitarra
Mat Lehmannbasso
Vellaciferbatteria
ETICHETTA/E:GoreGorecords
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:Dewar PR

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