Acheronte – Son of No God (2018)

Per chi ha fretta:
Provenienti dalla piccola ma vitale scena marchigiana, gli Acheronte sono un gruppo di buona qualità, come dimostra il secondo disco Son of No God (2018). Il suo black metal è molto classico, ma la band riesce lo stesso a non suonare troppo banale, grazie ad alcuni influssi death e a strutture complesse ma ben costruite. Purtroppo, ogni tanto i marchigiani tendono anche a essere un po’ omogenei e ridondanti, con diversi elementi che si ripetono e tendono a far smarrire l’album. È una pecca che conta, ma non troppo, in una scaletta un po’ ondivaga ma la cui qualità viene ritirata su da piccoli gioielli come la ferocissima opener Heralds  of Antichrist, l’alienante Trascendental Will e la lunga e tortuosa closer-track Fall of Perfection. Sommando pregi e difetti, Son of No God si rivela un disco non eccezionale ma di buona qualità: di sicuro può far gola ai fan del black metal classico.

La recensione completa:
Come ho già detto più volte nei tanti anni di Heavy Metal Heaven, le Marche non sono da sottovalutare se si parla di metal, in special modo di quello estremo. La scena della mia regione sarà anche piccola, specie in proporzione a quelle più ampie d’Italia, ma sono presenti alcune eccellenze, circondate da un piccolo stuolo di seconde linee che però spesso sono almeno di buon livello. A quest’ultima categoria appartengono gli Acheronte da San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno): si tratta di un gruppo valido, come dimostra Son of No God, uscito lo scorso 11 dicembre grazie a The Triad Records e GrimmDistribution. Secondo album di una carriera che va avanti dal 2010, è un disco di ottimo impatto, nonostante il genere poco originale: parliamo di un black metal della categoria più classica, con tutti i crismi del genere. Gli Acheronte però fanno un buon lavoro per evitare che suoni banale o di maniera, integrando in Son of No God elementi death e soprattutto creando strutture mai banali. Quest’ultima caratteristica è vincente e dà una marcia in più ai marchigiani: ogni tanto nei pezzi c’è qualche scalino, ma di solito le varie parti sono unite alla grande, grazie anche all’ottimo livello tecnico del gruppo – non scontato, nel loro genere. È un punto di forza per la musica degli Acheronte, ma Son of No God non è immune da alcuni difetti: su tutti, brilla una certa omogeneità di soluzioni. Se ogni pezzo è buono preso a sé stante, e alcuni sono persino ottimi, ascoltando il disco tutto insieme a tratti ci si perde, non si sa più dove ci si trova. Colpa anche di una certa ridondanza, specie quando i marchigiani insistono su fughe rabbiose in blast beat: non sempre è un male, ma in certi frangenti del disco la loro aggressione finisce per essere sterile. Non è un caso se i brani migliori sono quelli in cui gli Acheronte variano di più non solo a livello strutturale, ma soprattutto di atmosfere e di arrangiamenti rispetto al resto. In ogni caso, anche dove incide di più non è un gran difetto: pur coi suoi limiti, Son of No God rimane un lavoro degno di attenzione.

Heralds of Antichrist non si perde in convenevoli: circa tre secondi di un suono buio, poi ci ritroviamo all’interno della ferocia black metal degli Acheronte, tarantolato e subito devastante. È una norma che in questa prima parte si alterna con un passaggio meno feroce e frenetico, ma sempre di gran oscurità, con un riffage graffiante e a tratti un Lord Baal teatrale (il suo scream ricorda vagamente Attila Csihar). Presto la musica cambia strada e diventa ancor più convulsa, di urgenza assoluta: colpisce alla grande anche grazie al suo splendido riffage, puro ghiaccio norvegese. Anche il suo dinamismo però dura poco, prima che il brano cominci a spegnersi, quasi fosse stanco, finché non ci ritroviamo in una frazione oscura, ma addirittura con la sola chitarra pulita. È solo un attimo, prima che quella distorta riprenda la stessa melodia, per qualcosa di strisciante ma anche atmosferico, senza potenza: si crea così un’aura lontana, quasi celestiale (nel senso più oscuro del termine, ovvio). Si tratta inoltre dell’inizio di un nuovo crescendo che, torna a salire: all’inizio è sempre delicato, e a tratti guarda all’origine, ma poi sulla trequarti strappa con rabbia. È una lunga sezione che, tra fughe a perdifiato in blast beat e momenti più cadenzati ma di gran impatto, va avanti in pratica fino alla fine. È l’ennesimo grande passaggio di un pezzo davvero di alto livello, subito tra i picchi del disco che apre! La successiva Four Beasts esordisce come un mid tempo quadrato, semplice, con anche una vaga influenza death nel riffage. Ma è solo l’intro: dopo poco più di mezzo minuto la parte principale torna ad accelerare con forza, una corsa abissale del black metal più tradizionale resa ancora più oscura dal cantato profondo di Lord Baal. Non è male come parte, ma alla lunga finisce per suonare un po’ anonima; più interessanti sono invece gli stacchi che a tratti compaiono qua e là. Che siano tratti lenti in cui viene ripresa la norma iniziale  o altri sempre frenetici ma con un riffage strano, scomposto, si integrano bene nell’oscurità del resto. Ma anche il resto in fondo non è malaccio: ne risulta un pezzo che magari non spiccherà molto ma è tutt’altro che di basso livello, e in Son of No God non sfigura troppo.

Stavolta, l’attacco di Babylon Bloody Hammer ha ben più di una venatura death metal nel riffage: è un avvio di gran pesantezza, ma anche il resto non scherza. A tratti gli Acheronte inglobano di nuovo questa componente nel loro suono, per fughe davvero lugubri, arcigne e di gran impatto. Si alternano spesso con altre invece di puro black, che nel confronto paradossalmente suonano più aperte: è anche questo a renderle un po’ insipide, oltre a un riffage che non funziona molto. Il fatto che durino molto non aiuta: se ogni tanto il riff cambia, l’impostazione rimane la stessa per gran parte del pezzo specie a livello ritmico, il che è un po’ limitante. Molto meglio invece le suddette frazioni di influenza death e anche quelle in cui, di rado, i marchigiani rallentano un po’ per cercare qualcosa di meno spinto e ridondante. Ma è poco per salvare dall’anonimato un episodio con davvero poco da offrire, in assoluto il punto più basso del disco. Quest’ultimo per fortuna si ritira su all’istante con Trascendental Will, che esordisce subito feroce, nervosa, acida come il black metal dovrebbe sempre essere. A tratti lo diventa ancor di più, quando la band cambia direzione verso passaggi più convulsi, vertiginosi, in cui ogni tanto si fa una breve pausa, anch’essa però oscura al massimo. È l’alternanza che contraddistingue la traccia sia all’inizio che in chiusura; la frazione centrale è invece più particolare, tortuosa e in continuo movimento com’è. Così, passaggi sempre serrate e vorticose al massimo si alternano con altri che non lo sono tanto: a spiccare di più sono quelli persino intensi con la chitarra di Phobos quasi su lidi melodic black/black che si aprono a tratti. Ovviamente non è una situazione che dura, ma è un bel sentire, e si integra bene nel pezzo: lo stesso vale buona parte degli altri raccordi presenti in questo passaggio, mentre solo ogni tanto qualcosa suona un po’ fuori posto. Ma è un difetto davvero da poco per un pezzo ottimo,il picco del disco insieme alla opener! È quindi il turno di Son of No God: ha una partenza interessante, cadenzata subito seguito da una fuga in cui torna l’influsso death già sentito in precedenza. Poi però gli Acheronte si perdono, all’esordio dell’ennesimo riffage black su blast beat che da subito sa parecchio di già sentito, come anche le piccole variazioni che spuntano qua e là. Per fortuna, non tutto il pezzo si muove su queste coordinate: a tratti per esempio, c’è spazio per alcune armonizzazioni che danno al tutto un tono più atmosferico, strisciante, ben innestate tra un momento di fuga e l’altro per poi svilupparsi meglio al centro. Ancor più intricata è la frazione che segue, in continuo movimento tra passaggi addirittura di influsso thrash/death e vertiginosi giri black; degno di nota anche il breve finale, oscuro ma morbido, con le lievi chitarre e il basso di A.T. La Morte in evidenza sotto alla voce. Sono tutti elementi affascinanti, che contribuiscono alla resa di una canzone limitata dal suo difetto, ma non troppo: non spicca tra le migliori del disco a cui dà il nome, ma nel complesso è discreta e godibile.

Fall of Perfection si apre con la doppia cassa di Bestia (batterista già sentito coi veneti Anguana), che imposta da subito il ritmo su cui si muoverà la norma di base iniziale. Questa esplode poi, e da subito è un mid tempo grasso, pesante, che ricorda non solo il death ma ancor di più generi come industrial e metalcore (!); solo ogni tanto viene inframezzata da qualche breve stacco di fuga black. Eppure, si sposa bene col genere del gruppo: si crea un bel muro di suono, oscuro al punto giusto grazie anche a Lord Baal, che qui usa uno scream acido, arrabbiato. Tutto questo va avanti per lunghi minuti: sembra quasi che tutto il pezzo debba muoversi su queste coordinate quando invece la band di San Benedetto del Tronto comincia a correre con foga: ci ritroviamo allora in una falsariga convulsa, piena di scambi tra momenti davvero esasperati e altri meno dinamici ma di gran potenza, grazie anche a un influsso thrash più che vago. È un treno in corsa che travolge tutto sul suo cammino, ma anche quando rallenta non è da meno: le ritmiche rimangono taglienti come un rasoio e la furia ben palpabile. Tutto questo va avanti fino a circa metà, quando d’improvviso la musica si spegne: c’è allora spazio per una lunga frazione anche non troppo oscura, con gli arpeggi persino delicati della chitarra pulita di Phobos in bella vista. Ma è una calma non destinata a durare: presto la furia black del gruppo torna a travolgere tutto, con una frazione davvero compatta, terremotante, seppur più variegata che in precedenza. Ci sono infatti tanti passaggi e tanti elementi che la rendono quasi orientata verso il metal tecnico. Il risultato è la formazione di un vero e proprio caos: un caos tuttavia piacevole, che avvolge prima che l’ordine torni insieme alla norma iniziale. Lo stesso fa anche la sezione successiva, in un’evoluzione identica al passato ma se possibile anche più ferale, per merito soprattutto del cantante, che urla a pieni polmoni. E se è vero che in tutto questo sviluppo, che dura addirittura dodici minuti e mezzo, ogni tanto la musica suona un po’ prolissa, è un difetto da poco: anche così abbiamo un buonissimo pezzo, poco sotto ai migliori della scaletta che chiude!

Per concludere, visto quanto di buono riescono a combinare gli Acheronte nei momenti migliori, può darsi anche che Son of No God potesse essere migliore. Ma coi se e coi ma non si è mai fatto il mondo: e poi, se non altro, parliamo anche così di un disco onesto e di buona qualità, che non pretende di essere chissà quale capolavoro ma solo di intrattenere in maniera oscura e rabbiosa col suo black metal. Se sei fan del genere, insomma, non può che essere un ottimo acquisto!

Voto: 76/100


Mattia


Tracklist: 

  1. Heralds of Antichrist – 07:11
  2. Four Beasts – 04:33
  3. Babylon Unholy Hammer – 06:39
  4. Trascendental Will – 07:19
  5. Son of No God – 07:33
  6. Fall of Perfection – 12:25
Durata totale: 45:40
 
Lineup: 
  • Lord Baal – voce
  • Phobos – chitarra
  • A.T. La Morte – basso
  • Bestia – batteria
Genere: black metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook degli Acheronte

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