Mötley Crüe – Girls, Girls, Girls (1987)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEGirls, Girls, Girls (1987), quarto album dei Mötley Crüe, risente dei problemi personali affrontati dal gruppo nel periodo.
GENEREIl solito hair metal della band americana
PUNTI DI FORZAAlcune belle zampate, in generale della musica divertente.
PUNTI DEBOLIDiversi pezzi poco ispirati, con troppe idee stantie e strutture ripetitive.
CANZONI MIGLIORIWild Side, Girls, Girls, Girls, All in the Name of…, You’re All I Need
CONCLUSIONISommando pregi e difetti, Girls, Girls, Girls suona solo discreto e un po’ appannato, almeno facendo il confronto con i dischi migliori della carriera dei Mötley Crüe.
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
72
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Se conosci anche solo un po’ la storia dell’hair metal, non devo essere io a spiegarti chi siano i Mötley Crüe. Assoluti protagonisti del genere, sono se non altro la band che lo ha inventato: è un primato che spetta a Too Fast for Love del 1981, uscito quando l’hard rock ancora viveva un momento di stasi. Eppure, non sempre la carriera del gruppo è stata all’altezza di questi meriti: l’ispirazione dei Mötley Crüe negli anni successivi è stata anzi un po’ altalenante, come dimostra per esempio Girls, Girls, Girls del 1987. Come ammette Nikki Sixx nella sua autobiografia The Dirt, non fosse stato per un paio di canzoni riuscite l’album avrebbe potuto essere la fine del gruppo, tanta era la distanza tra i membri e i problemi di ciascuno di loro, soprattutto in fatto di dipendenze. È un fattore, questo, che si può avvertire bene lungo la scaletta: da un lato, si sente che i Mötley Crüe per quanto appannati provano lo stesso a fare qualcosa di buono col loro solito hair metal scanzonato e festaiolo. Ma non sempre riesce loro: Girls, Girls, Girls soffre a tratti di scarsa ispirazione, con idee un po’ stantie, riciclate e strutture che tendono a ripetersi anche troppo per i miei gusti. È questo fattore all’origine di un disco un po’ ondivago, con qualche brano del tutto prescindibile – ma anche quelli buoni non sono proprio memorabili, a parte un paio di eccezioni. Non che Girls, Girls, Girls sia brutto: al contrario, è divertente al punto giusto, e si muove ben al di sopra della sufficienza. È solo che non ha il lustro mostrato dai Mötley Crüe in altri dischi della loro carriera.

Wild Side parte subito con la chitarra di Mick Mars, che imita quasi una moto, per poi cominciare a scandire il riff principale. È lo stesso che regge i ritornelli: rockeggianti, semplici, sbarazzini, colpiscono grazie al coro che li fa spiccare. Anche più dirette sono le strofe, semplicissime a livello ritmico ma incalzanti nel loro incedere: si alternano con l’altra parte e a tratti anche con frazioni più cadenzate. Proprio queste sono il meglio della canzone: ritmate, coinvolgenti grazie al cantato anthemico di Vince Neil e dei cori, riescono a incidono alla grande nonostante la complessità ancora bassa. Ma anche il resto si difende bene, comprese le poche piccole variazioni della struttura (che per il resto si limita a queste tre anime): ne risulta un brano molto buono, poco distante dal meglio dell’album che apre. Va tuttavia ancora meglio con Girls Girls Girls: si apre col suono di una motocicletta (vera stavolta) per poi svilupparsi come un pezzo da strada – seppur nella personale incarnazione dei Mötley Crüe. Per quanto dirette, le melodie sono pur sempre quelle hair metal tipiche degli americane, sia nelle più leggere strofe, sia nei più potenti ritornelli, che però non perdono l’aura disimpegnata e divertente del resto. È la stessa che si perpetua al centro, dove si alternano frazioni più espanse, in cui si sentono begli assoli, e altre invece semplici, da puro rock. Questa norma torna anche nel finale, lungo e ritmato, in cui si sovrappone all’impostazione dei ritornelli per qualcosa di particolare e anche un po’ ridondante, ma tutto sommato di buon intrattenimento. È il finale di un pezzo forse non trascendentale ma catchy e godibile il giusto: non si fa fatica a capire insomma perché sia diventato un classico del gruppo, e perché nell’album omonimo spicchi tanto! La successiva Dancing on Glass prende vita da una melodia circolare strana, sguaiata, che ricorda quasi i bei tempi di Too Fast for Love: comincia da subito ad alternarsi con strofe meno interessanti, con la loro semplicità spinta, quasi banale. Il punto più basso sono tuttavia i bridge: sarebbero anche carino, non fosse per le tastiere che suonano da fanfara e li rendono quasi ridicoli. Per fortuna però che a ritirare su il tutto arrivano i chorus: riprendono in parte l’inizio in maniera seriosa, preoccupata quanto può esserlo l’hard rock anni ottanta, rivelandosi così di ottimo impatto. Neanche il finale è male, visto che mescola divertimento e un filo di malinconia in qualcosa di particolare, ma ben riuscito: forse entrambe le parti meritavano maggior fortuna, con una canzone migliore costruita intorno. Anche così però il risultato è almeno discreto, non spicca nel disco ma nemmeno sfigura.

Un inizio fracassone, poi ci ritroviamo subito in Bad Boy Boogie, che come indica il titolo si muove subito su uno shuffle energico. Lo è almeno per quanto riguarda il basso di Nikki Sixx, qui protagonista, mentre la chitarra si limita a qualcosa di semplice, a tratti anche troppo. Se il suo riffage non è male, alla lunga finisce per suonare un po’ ripetitivo: succede soprattutto nei ritornelli, che cercano di essere esplosivi ma suonano solo stantii, scontati. Il resto per fortuna è un po’ meglio, e riesce a confezionare un altro brano discreto: un po’ un peccato, però, visto che sono convinto si potesse fare molto di meglio con questo eclettismo. È quindi il turno di Nona: breve tributo alla scomparsa di sua nonna da parte di Sixx (italoamericano, da cui il titolo) presenta per tutto il tempo la batteria e lievi chitarre, a cui pian piano si aggiungono addirittura orchestrazioni. Musicalmente non è niente di che, ma come pensiero è carino, e non dà troppo fastidio in Girls, Girls, Girls. L’hard rock torna quindi con Five Years Dead, che apre il lato b del vecchio vinile: al suo interno però si percepisce bene la scarsa ispirazione dei Mötley Crüe qui. Lo si respira sin dall’inizio, con il riffage che ricorda cose già sentite sia nei dischi precedenti del gruppo che nel corso di questo. È lo stesso difetto che avvolge sia le strofe, semplici e sottotraccia ma ancora un po’ coinvolgenti, sia soprattutto i chorus: senza mordente, anonimi, non riescono a incidere come dovrebbero. Non aiuta poi il fatto che solo di rado la struttura cambi strada: guarda caso, quando succede il pezzo migliora, come succede nella preoccupata sezione centrale. Troppo poco, tuttavia, per risollevare dall’insufficienza un pezzo davvero anonimo e poco appetibile, forse il punto più basso dell’intero album. Per fortuna, ora la scaletta si ritira su con All in the Name of…, che parte dal ritmo semplice, ballabile di Tommy Lee: è lo stesso che reggerà per gran parte la canzone. Di questa semplicità beneficiano anche le strofe, divise tra frazioni sottotraccia ma dinamiche e altre rockeggianti e di gran divertimento. Lo sono ancor di più i ritornelli: arrivano dopo brevi bridge esplosivi e lo sono anche di più, con la loro atmosfera scanzonata e i cori catchy che si stampano alla grande in mente. Completa il quadro un assolo breve e in linea con il divertimento del resto – come anche i suoi ritorni di fiamma nel finale: completano il quadro di un brano semplice ma ottimo, il picco del disco con la title-track.

Sumthin for Nuthin’ si avvia con un bel riff, intricato e anche con un vago retrogusto sleaze. È una base che, seppur a tratti in maniera meno rocciosa e più scanzonata, continua anche in buona parte del pezzo: è per esempio la colonna portante delle strofe, non eccezionali ma di buon intrattenimento. Meno d’impatto sono invece i ritornelli: cercano di essere ironici e cazzoni, ma riesco loro sono in parte, mentre per il resto finiscono per suonare addirittura stonati. Non aiuta poi il fatto che stavolta i Mötley Crüe portano avanti questo scambio per troppo tempo, con solo un paio di assoli in mezzo a variare una formula che finisce però per essere ridondante. Di fatto, oltre alla base, a brillare sono solo i momenti in cui Lee rende il tutto più cadenzato e picchia forte sulla sua batteria; per il resto, abbiamo un pezzo riuscito a metà, che non spicca granché in Girls, Girls, Girls. Per fortuna, quest’ultimo si ritira su di nuovo con You’re All I Need: unica vera ballad del disco, comincia subito con una chitarra distorta ma placida sopra a un pianoforte elettrico docile. È un connubio non sfruttatissimo nelle ballad del tempo, che si basavano di più sulle chitarre pulite: gli americani lo usano già nelle strofe, comunque molto placide e centrate sul piano. Si crea così un’aura bella, solare, tranquilla, non spezzata nemmeno dalla voce di Neil, un po’ sguaiata; il cantante fa meglio poi nei ritornelli. Un po’ più densi, riescono però a emozionare ancora meglio, con la loro forte malinconia, palpabile e avvolgente. La parte più originale del pezzo è peròil testo: non si tratta di una canzone d’amore, come uno può pensare, anzi è la storia di un omicidio! Un paio di buoni assoli completano il quadro: abbiamo così una ballad particolare ma molto ben riuscita, non tra i pezzi migliori qui ma poco lontano! Per concludere il lavoro, il quartetto americano compie quindi una strana scelta con Jailhouse Rock, cover dal vivo di Elvis Presley riletta in una versione molta hard rock: è però un hard rock classico, senza le implicazioni hair dei Mötley Crüe. In fondo però non ha molta importanza: anche se la band segue il tracciato dell’originale in maniera abbastanza pedissequa, si sente che lo scopo principale è divertire. E al gruppo riesce: è palpabile, lo si sente bene che sia il quartetto che il pubblico sono molto coinvolto, attraverso i tanti saliscendi. Certo, come finale è un po’ discutibile, ma in fondo non è spiacevole.

Per concludere, come avrai capito Girls, Girls, Girls è un lavoro discreto, che intrattiene ma suona un po’ inconsistente. Per fortuna, può anche essere visto come il prodromo a Dr. Feelgood: pubblicato due anni dopo, a mio parere è tra i più belli e riusciti della carriera dei Mötley Crüe. Tuttavia, se gli americani e l’hair metal fanno per te, probabilmente troverai qualcosa di buono anche qui: di sicuro, non è un album da buttare, anzi è probabile che riuscirà a divertirti!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Wild Side04:40
2Girls, Girls, Girls04:30
3Dancing on Glass04:18
4Bad Boy Boogie03:27
5Nona01:27
6Five Years Dead03:50
7All in the Name of…03:39
8Sumthin’ for Nuthin’04:41
9You’re All I Need04:33
10Jailhouse Rock (live – Elvis Presley cover)04:39
Durata totale: 39:44
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Vince Neilvoce
Mick Marschitarra
Nikki Sixxbasso e backing vocals
Tommy Leebatteria e backing vocals
OSPITI
Dave Amatovoce addizionale
Bob Carlislevoce addizionale
Tommy Funderburkvoce addizionale
John Purdellvoce addizionale
Phyllis St. Jamesvoce addizionale
Patt Torpeyvoce addizionale
ETICHETTA/E:Mötley Records, Universal International Music, Masters 2000
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