Afraid of Destiny – S.I.G.H.S. (2019)

Per chi ha fretta:
S.I.G.H.S. (2019), terzo album dei trevigiani Afraid of Destiny, è un passo in avanti rispetto al predecessore Agony (2017). Lo è soprattutto a livello musicale, con il black metal depressivo del gruppo meno atmosferico rispetto al passato ma più musicale e soprattutto più strutturato, il che consente al disco di essere più vario e di scongiurare il rischio omogeneità. Tutto ciò contribuisce alla riuscita di ottimi pezzi come la drammatica Take Me Home, Death, la cupa Shells e il poetico affresco strumentale di I’m Crying (Tears of Solitude MMXIX): sono i picchi di una scaletta però ancora inconsistente, con solo quattro pezzi veri e propri. Stavolta però questo difetto non incide troppo: anche così, S.I.G.H.S. è un ottimo lavoro, che può piacere ai fan del depressive black metal più melodico!

La recensione completa:

Mi era già capitato in passato di avere a che fare coi trevigiani Afraid of Destiny. Circa un anno e mezzo fa, mi sono occupato del loro secondo album Agony: un disco che, nonostante i suoi difetti, avevo trovato di buona qualità. È stato quindi con piacere che ho accettato di recensire S.I.G.H.S. (acronimo che sta per “Still I Gently Hide Sadness”): nuovo album della band veneta, è uscito autoprodotto lo scorso 8 gennaio. Come accennavo nella recensione di Agony, mi aspettavo dei miglioramenti degli Afraid of Destiny: miglioramenti che in effetti ci sono stati, a partire dal genere. Il depressive black metal di S.I.G.H.S. è meno atmosferico rispetto al passato, soprattutto per quanto riguarda le strutture, meno circolari e più variegate, musicali; ciò, in accoppiata con la presenza più spinta di melodie, ha avvicinato la band al black melodico. Tra l’altro, è il punto di forza migliore degli Afraid of Destiny insieme a una maggiore maturità: consente loro di variare di più nella loro musica, scongiurando così il pericolo che S.I.G.H.S. sia omogeneo come il predecessore. È vero che l’altro difetto di Agony, una certa inconsistenza, è presente anche qui, in misura persino maggiore: in pratica i pezzi veri e propri sono solo quattro, gli altri sono interludi o simili. Ma per quanto paradossale, stavolta è un problema meno incisivo: limita un po’ il disco, ma è anche vero che molti di questi interludi sono piacevoli, o comunque non insignificanti. È anche per questo che S.I.G.H.S. alla fine si rivela un lavoro superiore di almeno mezzo gradino rispetto al passato, un buonissimo disco in cui gli Afraid of Destiny si confermano una band interessante.

Timor Mortis inizia in maniera ambient, con una cupa tastiera a cui presto si sovrappone un pianoforte. Da lì in poi, il pezzo si fa più melodico e ricorda molto la marcia funebre di Chopin: rispetto ai tanti che l’hanno fatto in passato però, più che una cover è qualcosa di più sottile, che imita ma senza seguire in maniera pedissequa l’originale. Un piccolo campionamento, preso forse da una qualche conferenza, completa il quadro di un preludio breve, ma che introduce bene le melodie che esplodono poi con potenza in Take Me Home, Death. Ci ritroviamo allora in un pezzo black oscuro e dimesso, arcigno ma non senza un certo calore, creato da un riffage diretto ma che sa anche essere molto musicale. Lo stesso vale per le venature della chitarra di M.S., che spuntano qua e là a scandire belle melodie: l’insieme genera un’atmosfera di calda depressione, che colpisce alla grande. Lo fa anche se in generale la struttura non vari poi molto: di norma il riff di base fluisce circolare, a tratti avvicinandosi all’atmospheric black precedente. Ogni tanto qualche bello stacco però è presente: quello che spicca di più è al centro, quando la musica sembra quasi spegnersi in qualcosa di espanso, di nuovo ambient, ma poi riparte con un bell’assolo, di gran pathos. È la ciliegina sulla torta di un pezzo davvero elementare: anche in questa sua semplicità, però, è di altissimo livello, subito tra il meglio che S.I.G.H.S. abbia da offrire. Shells parte quindi da un altro intro, stavolta persino pseudo-sinfonico: poco più di mezzo minuto, poi a questa norma si accoppia un’altra lenta, melodica, soffice nella sua depressione. È un’essenza che il pezzo mantiene anche quando entra nel vivo: la norma di base rimane lenta, intimista, grazie al riffage quasi doom di Adimere spesso venato da melodie di chitarra pulita, che le danno un vago tono da post-black. Ogni tanto la norma accelera, ma non troppo: il tutto rimane sempre rilassato sulla stessa norma tranquilla, di tristezza eterea. Solo al centro la direzione cambia, quando spunta l’assolo dell’ospite Thomas Major (chitarra degli australiani Deadspace): melodico, a tratti quasi classico nel suo shred, ha tuttavia anche un bel carico di tristezza, che lo rende il momento più riuscito dell’intero pezzo. Meno lo è invece il finale: parte quando il pezzo sembrava agli sgoccioli e si fa ancora più lento e doomy, supportando col suo riffage ossessivo (fosse un pelo troppo) le urla e il parlato che si intrecciano al di sopra. Ma è un difetto da poco per un pezzo che anche così risulta ottimo, poco distante dal meglio del lavoro.

È ora il turno di Tutto Ciò che Sento, primo degli interludi del disco: su una base di solo pianoforte, per poco meno di tre minuti scorre un campionamento preso dal bellissimo film Lei di Spike Jonze. Ne risulta un pezzo molto delicato, intimo, persino calmo e felice, seppur sia una felicità malinconica e sottile: insomma, un bel sentire, nonostante la semplicità. Più complessa è invece I’m Crying (Tears of Solitude MMXIX): condivide il titolo con un pezzo dell’esordio dei trevigiani Tears of Solitude, di cui non è però una nuova versione. Piuttosto è un reimpasto degli stessi elementi in una chiave meno fredda e meno spoglia dell’originale – oltre ad avere un suono più pulito che funziona meglio. Lo si sente già dall’inizio, con le tastiere sinfoniche iniziali presto raggiunte da una melodia di chitarra echeggiata (o forse è sempre sintetica). È una norma che da qui comincia a crescere, lenta ma costante, con l’entrata in scena del pianoforte e poi della sezione ritmica e di un altra chitarra, sempre pulita. Man mano si srotola così nelle orecchie dell’ascoltatore un affresco ricercato e dolce, molto avvolgente nel suo calore: la faccenda non cambia poi quando anche il metal torna in scena. Se le ritmiche hanno una certa potenza, e aggiungono un accento oscuro, il tutto rimane comunque melodico, nostalgico, di gran eleganza grazie alle melodie, che col tempo prendono il sopravvento sopra al riff. È però una situazione che non dura: quasi a metà, il pezzo torna a spegnersi, e nel farlo perde tutta la sua apertura. Quando ricomincia, l’arpeggio pulito non ha più nulla di sereno: ora è crepuscolare, preoccupato, e col tempo la musica lo diventa sempre più. Ci ritroviamo allora in un nuovo crescendo, guidato all’inizio da un bellissimo assolo, lontano e celestiale, quasi di influsso post-metal, per poi ritrovarci in un ambiente di puro black metal, ancor più cupo e triste. È una tristezza che col tempo si fa sempre più intensa a livello emotivo, fino a toccare un apice lancinante quando l’ospite d’eccezione N. dei Blaze of Sorrow sfodera il blast beat (l’unico del disco in pratica). Si tratta del momento migliore di un pezzo però splendido, che comunica tantissimo pur essendo soltanto strumentale: si tratta senza dubbio di uno dei momenti topici di S.I.G.H.S.!

Saggiamente, a questo punto gli Afraid of Destiny piazzano Cursed and Alone, che ci fa un po’ riposare dopo un vortice emotivo del genere. A metà tra pezzo vero e proprio e interludio, è tutto retto da un giro di chitarra pulito, nostalgico, a cui a tratti si sovrappone la voce pulita di R.F. Sinister e ogni tanto qualche melodia distorta ma docile, sottotraccia. Solo al centro spunta qualche accordo più duro: anch’esso però è espanso, e serve solo a dare più atmosfera. Tentativo riuscito: in generale il pezzo non sarà proprio significativo al massimo, ma è avvolgente, e di sicuro non dà fastidio nella posizione in cui si trova. Lo stesso purtroppo non si può dire di Malinconica Venezia: secondo interludio di fila, stavolta appare di troppo. Tuttavia, come interludio non è poi così male, anzi: con il triste pianoforte molto echeggiato su uno sfondo di effetti ambientali, crea una bella atmosfera, desolata al punto giusto. Non stona troppo nemmeno come prodromo alla conclusiva Killed by Life, che di lì a poco parte lenta, placida, con suoni distorti come se venissero da dietro a una parete. Stavolta però è giusto un intro: pochi secondi poi la chitarra pulita lascia spazio alla potenza, e il parlato allo scream di R.F. Sinister. Tuttavia, il pezzo stavolta non scatta: all’inizio è espanso al massimo, e anche nel prosieguo il ritmo non sale mai troppo. La norma di base è invece ossessiva, con lo stesso riff, semplice e quasi martellante nel suo ripetersi di continuo, ma al tempo stesso avvolge con il suo notevole lato melodico. Proprio questo è all’origine di un’aura dimessa, triste, che avvolge per quasi tutta la progressione ed evita che la prolissità generale, che comunque conta un po’, dia troppo fastidio. È una buona parte, ma il meglio deve ancora venire: arriva dopo il piccolo interludio centrale, lieve ma drammatico, ed esplode con forza. Si tratta di una frazione di gran spirito drammatico, possente e disperata, che avvolge con le sue melodie per nulla accoglienti se non alla fine, dove spuntano fuori i soliti ottimi assoli. È quest’ultima parte a concludere un brano non eccezionale: forse tra quelli veri e propri del disco è il peggiore, ma ciò non toglie che sia buono e avvolgente il giusto! L’album sarebbe finito qui, ma dopo qualche minuto di silenzio c’è spazio per una ghost-track: emerge lenta dall’abisso, per poi cominciare a fluire lenta, a metà tra post-rock e ambient cupo. È un pezzo mogio, tranquillo, che intreccia per poco le sue melodie, prima rarefatte ma poi più dense prima di sparire di nuovo come era arrivata: un finale particolare ma adeguato per un disco simile.

Per concludere, S.I.G.H.S. è senza dubbio un passo in avanti a livello musicale rispetto ad Agony. Spero che in futuro gli Afraid of Destiny facciano lo stesso anche a livello di sostanza, mettendo più carne al fuoco di quanto abbiano fatto fin’ora. Ma se anche non lo facessero, in fondo andrà bene lo stesso: anche così, la musica della band veneta è di alto livello. È per questo che, se ti piace il black metal depressivo della branca più melodica, parliamo di un lavoro che potrebbe senza dubbio fare al caso tuo!

Voto: 83/100


Tracklist: 

  1. Timor Mortis – 01:13
  2. Take Me Home, Death – 06:04
  3. Shells – 06:45
  4. Tutto Ciò che Sento – 02:43
  5. I’m Crying (Tears of Solitude MMXIX) – 08:03
  6. Cursed and Alone – 03:24
  7. Malinconica Venezia -02:24
  8. Killed by Life – 13:57

Durata totale: 44:36

Lineup: 

  • R.F. Sinister – voce
  • M.S. – chitarra solista
  • Adimere – chitarra ritmica, basso
  • B.M. – pianoforte (guest)
  • N. – batteria (guest)

Genere: black metal
Sottogenere: depressive/melodic black metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook degli Afraid of Destiny

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