Mirror of Deception – The Estuary (2018)

Per chi ha fretta:
I Mirror of Deception sono la band doom metal più longeva della Germania: è un fatto che si può ben sentire nel loro quinto album The Estuary (2018). La loro esperienza è ben udibile nel doom metal che suonano, tradizionale ma anche variegato e dalle molte sfaccettature. È un genere personale e valido soprattutto per quanto riguarda melodie e atmosfere malinconiche; purtroppo, a tratti viene castrato da una registrazione non ottimale e soprattutto da una certa omogeneità di contenuti. Ma sono difetti da poco, per un disco che anche così risulta buonissimo: lo dimostrano se non altro pezzi come la struggente Orphans, la lunga To Dust, la potente Divine e la desolata Immortal, picchi di una scaletta di livello alto. È per questo che, pur non essendo un capolavoro, The Estuary si rivela un album molto buono, che può fare la felicità dei fan del doom classico.

La recensione completa:

Quando uno pensa al metal tedesco, di sicuro gli vengono in mente la scena heavy metal iniziata dagli Accept, o quella thrash metal guidata da Sodom, Kreator e Destruction. Oppure, ancora viene in mente la storica scena del power metal moderno, che ha dominato la scena mondiale con alcune delle più grandi band del genere. Di sicuro, non pensa a un genere come il doom metal: eppure, anche in questo campo la Germania ha qualcosa da dire. La sua scena è piccola e meno famosa di quelle americana, inglese o svedese, ma qualche bel gruppo storico esiste anche nel paese dell’Europa Centrale, come i Mirror of Deception. Si tratta del gruppo doom tedesco più longevo in assoluto, essendo nati nel 1990: tuttavia, l’esordio con Mirrorsoil è avvenuto solo nel 2001, e in generale la carriera del gruppo non è stata molto prolifica. È stato questo fattore a impedire alla band di andare oltre a un underground di culto: se non altro, i Mirror of Deception hanno parecchio da dare a livello musicale, come dimostra il loro quinto album The Estuary. Uscito autoprodotto lo scorso 9 novembre, è un lavoro interessante a partire dallo stile, un doom metal classico con diverse influenze epic, ma che non abbraccia del tutto questo sottogenere. Al contrario, i tedeschi tendono a variare parecchio: nella scaletta si va da momenti di gran melodia ad altri potenti e dinamici, passando per frazioni non velocissime ma con un riffage frenetico, con influenze gothic e persino punk a tratti. È un genere non troppo innovativo, almeno nelle componenti di base, ma personale e affascinante: merito soprattutto delle tante buone melodie e soprattutto delle atmosfere malinconiche. I Mirror of Deception le hanno studiate bene per pervadere tutto The Estuary, una marcia in più che gli consente anche di andare oltre alcuni difetti. Il principale è che quasi tutte le tracce sono buone prese a sé stante, ma unita la scaletta suona un po’ omogenea, con molte impostazioni che tendono a ripetersi. In più, la registrazione non è ottimale: a tratti The Estuary si rivela un po’ troppo grezzo per i miei gusti, seppur non scadente – spesso anzi il suono generale sostiene a dovere la musica dei Mirror of Deception. Sono pecche incisive ma  non troppo in un disco che per il resto rimane ispirato, di buona qualità: lo fanno con un po’ di mestiere, senza dubbio, ma i tedeschi riescono comunque a dimostrare tutta la loro esperienza!

Senza nessun preludio, Splinters entra subito nel vivo col suo strano riff principale: è armonico in qualche modo, ma anche marziale, cadenzato. È quello che di tanto in tanto torna: fa da sfondo a ritornelli malinconici ma con una certa tensione, grazie alla voce raddoppiata di Michael Siffermann. A tratti è una frazione un po’ piatta, ma negli altri casi avvolge bene; molto meglio tuttavia la norma delle strofe, più movimentata e interessante, con un bell’intreccio di ritmiche di puro marchio doom. A parte una sezione centrale più rallentata e tranquilla e un finale che rilegge la norma di base in maniera più riottosa, non c’è altro in un brano molto breve: questo contribuisce a farlo suonare un po’ incompleto. Nel complesso la qualità è più che discreta, seppur non impressioni più di tanto, e forse sia addirittura il meno bello del disco che apre. Di sicuro, va molto meglio con Orphans, che sin da subito mette in mostra la melodia ondeggiante e preoccupata delle chitarre di Siffermann e Jochen Fopp. È quella che conduce tutte le strofe: placide, espanse, sono caratterizzate dal frontman quasi lacrimevole e dalla base di basso di Hans Schwager, che creano un’atmosfera mogia, dimessa, di gran tristezza. Ma è una sensazione destinata a perdere la sua morbidezza: succede con ritornelli invece fragorosi, possenti, in cui la tristezza si accentua, grazie al frontman che urla e a ritmiche che diventano taglienti. La norma di base non fa altro che scambiare queste due anime, ma c’è anche spazio per una lunga frazione centrale, che scambia momenti ancora melodici, soffici, e altri invece più potenti. Lo è il primo, evocativo col suo ritmo marziale, ma a suo modo anche rabbioso; il migliore tuttavia è il secondo, in cui i Mirror of Deception accelerano in maniera non velocissima ma terremotante. È uno dei momenti topici di una traccia però tutta di altissimo livello, uno dei picchi assoluti di The Estuary!

At My Shore comincia con un riffage circolare, addirittura di cadenza gothic rock o addirittura punk – seppur il tono della chitarra sia invece doom metal al cento percento. È un connubio strano ma avvolgente, e si unisce bene alle frazioni che lo intervallano, più espanse e che sviluppano la stessa impostazione melodica in qualcosa di più classico per il genere. Pur evolvendosi sulle stesse coordinate, pian piano la progressione cresce in energia e anche in atmosfera, che diventa sempre più angosciosa: un po’ di pace la si trova solo al centro. Toccato un apice di intensità, la musica all’improvviso si spegne, per una sezione lontana, piena di echi, davvero dimessa. È il punto di partenza di una nuovo crescendo, ma stavolta molto più lento: per lunghi minuti, anche quando recupera una dimensione metallica, rimane melodico e nostalgico. Poi però alla fine l’ambiente torna a potenziarsi, per un passaggio quasi drammatico che esplode con forza, prima che una coda di nuovo melodica porti il tutto a conclusione. È una chiusura adatta a un pezzo forse non da urlo ma valido il giusto. La successiva Magnets si avvia quindi più lenta, con un breve arpeggio di chitarra pulita, triste ma leggera. Presto però i tedeschi tornano al loro solito genere: lo fanno forse persino troppo, visto che a tratti il riffage di base sa parecchio di già sentito. Succede a tratti lungo il pezzo, seppur altrove il livello sia invece buono: per esempio lo sono le strofe, ancora una volta di gran tristezza. Lo stesso vale per la frazione centrale, con un lento assolo molto semplice, ma integrato bene all’interno del pezzo, o per quella finale, breve ma immaginifica col ritorno su lidi acustici. Meno incisivi sono i ritornelli: in essi i Mirror of Deception cercano sempre la malinconia, ma stavolta suonano un po’ troppo sottotraccia, sottili per i miei gusti. Sommando pregi e difetti, ne risulta un pezzo tutt’altro che eccezionale ma buono: non spicca molto all’interno di The Estuary, ma ha il merito di non stonare neppure!

To Drown a King comincia con un preludio strano, a metà tra doom e addirittura heavy, sia per riff che per aura, stavolta non troppo cupa. È tuttavia solo un’illusione: la stessa norma torna a tratti lungo il pezzo, in una maniera che suona molto più ombrosa. Merito anche delle strofe con cui si alterna,  lente ma incalzanti col loro riffage più che plumbeo. Ancor di più avanti nella stessa direzione vanno i chorus: meno energici a livello ritmico, compensano però con melodie davvero oscure, striscianti della chitarra, ben coadiuvate dalla prestazione lugubre di Siffermann. Una frazione centrale profonda ed espansa allo stesso modo completa il quadro di un pezzo semplice e anche relativamente breve, ma non per questo di poco valore: non sarà tra i migliori della scaletta, ma si difende bene! Tuttavia, è un’altra storia con To Dust, che comincia subito arrembante, col suo riffage ossessivo  e marziale, stavolta di influsso epic doom metal ben più che vago. Regge a lungo la prima frazione, a eccezione di qualche breve stacco, ma poi deve lasciar spazio a una nuova falsariga, che comincia ad alternare frazioni più dissonanti, splendide nella loro intensità emotiva, evocativa ma al tempo stesso lacerante, e altre più strane. Al loro interno, il riffage è frenetico, quasi da metal estremo (seppur il tempo tenuto dal batterista Rainer Pflanz non sia veloce): lo stesso viene confermato dal cantante, che si alterna con vocalizzi quasi in growl. È una norma appassionante, ma a un certo punto viene meno, quando il pezzo si spegne: sembra finito, un breve outro con il basso di Schwager e un parlato lontano, ma invece è solo una breve pausa. Presto infatti il pezzo risorge dalle sue ceneri, seppur in maniera meno oppressiva. Il ritmo stavolta è ondeggiante, e il riffage di Siffermann e Fopp più aperto, quasi sognante, pur nella sua cupezza crepuscolare; nella stessa direzione vanno poi le melodie che al di sopra disegnano un affresco nostalgico. È una frazione che va avanti a lungo, quasi del tutta strumentale (a eccezione del parlato che arriva in scena verso la fine): nonostante questo, non stona come finale di un pezzo ottimo, poco distante dal meglio di The Estuary per qualità!

Divine comincia di nuovo in maniera lenta, con l’incrocio tra il basso e la chitarra pulita sopra al ritmo lento della batteria. Poi però i Mirror of Deception partono con qualcosa di più pesante, seppur in questo caso la base rimanga melodica, con persino un vago gusto gothic metal nei fraseggi di chitarra e nell’incalzare dei cori. Nella struttura, questa falsariga si alterna spesso con sezioni meno intense dal punto di vista espressivo: con un riffage da puro doom, profondo e abissale, risultano di gran oscurità. Ma non è un problema: per quanto diverse, le due anime si uniscono alla perfezione, potenziandosi a vicenda. Ottima anche la seconda metà che vira su qualcosa a metà tra i due mondi: lo scenario è sempre doom, ma melodico come i tedeschi ci hanno già proposto lungo il disco. Dopo una lento ma valido momento di armonizzazioni, il tutto torna a una velocità più sostenuta con una bella frazione, passionale e avvolgente nel suo florilegio di chitarre e nel suo ritmo incalzante. Seppur a tratti sappia di già sentito (una cosa molto lieve, peraltro) è un altro elemento di alto livello: mette fine al pezzo in assoluto migliore del disco insieme a Orphans! Il disco si conclude quindi con Immortal, traccia che suona fatalista, ineluttabile sin dall’inizio, di basso voltaggio con la chitarra e una sezione ritmica molto bassa alle spalle di un Siffermann che più mogio non si può. Stavolta non è solo un intro, anzi è la più pura essenza delle strofe: torna spesso, in alternanza con chorus più esplosivi e potenti. Anche essi non sono però estroversi: per quanto il frontman canti “I am immortal”, il senso che evocano è di sconfitta, una depressione potente, cosmica. Quest’ultima direzione prende poi il sopravvento nel finale, semplice ma di gran impatto, con le sue venature epic doom che le danno una certa solennità, pur nella lacerante afflizione generale. È una sensazione che colpisce sempre, sia nei momenti strumentali che in quelli più densi: un ottimo fattore per una traccia che lo è altrettanto, poco lontana dal meglio del disco a cui mette una grande parola fine!

Per concludere, The Estuary non sarà un capolavoro, e ogni tanto suona un po’ difettoso: ciò non toglie che sia un album valido, concreto, e può fare la felicità di chiunque apprezzi il doom metal classico. Se è anche il tuo genere, il mio consiglio è di dare ai Mirror of Deception una possibilità: di sicuro nella loro musica troverai pane per i tuoi denti!

Voto: 80/100


Mattia


Tracklist: 

  1. Splinters – 03:59
  2. Orphans – 05:22
  3. At My Shore – 06:56
  4. Magnets – 04:51
  5. To Drown a King – 05:06
  6. To Dust – 07:54
  7. Divine – 04:59
  8. Immortal – 05:51

Durata totale: 44:58

Lineup: 

  • Michael Siffermann – voce e chitarra
  • Jocken Fopp – chitarra
  • Hans Schwager – basso
  • Rainer Pflanz – batteria

Genere: doom metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Mirror of Deception

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