Gang – All for One (2018)

Per chi ha fretta:
All for One (2018), settimo album dei francesi Gang, è un album pieno di cliché, ma non per questo da buttare. Da un lato, il suo heavy metal classico è spesso derivativo, fino ad arrivare al citazionismo: ciò però pesa solo in certi frangenti, mentre altrove la band riesce a non suonare troppo stantia, grazie anche a qualche influsso thrash (e non solo). Sono queste le premesse di una scaletta un po’ ondivaga, ma che nel complesso si difende, grazie anche a pezzi ottimi come The Legend, Lord Tell Me e Follow the Sign. E così, alla fine All for One si rivela un album discreto e godibile: non è un capolavoro, ma ai fan dell’heavy tradizionale può comunque piacere!

La recensione completa:

Può un disco derivativo essere buono? Secondo me, sì: se è vero che fare grandi cose senza un briciolo di originalità è quasi impossibile, arrivare a un livello almeno discreto lo è meno, per quanto sia difficile. Ci riescono in buona parte i Gang, band francese di cui avevamo già parlato un paio di anni fa, in occasione dell’uscita del loro album dal vivo Live Is All. In particolare, lo fanno con All for One, settimo full-length di una carriera che va avanti addirittura dal 1990: si tratta di un album pieno di cliché, ma non per questo disprezzabile. Nella loro carriera, i Gang hanno spesso svariato tra thrash e heavy metal classico: è quest’ultimo il genere che anima il disco. Ed è un heavy davvero nella tradizione: molti passaggi di All for One ricordano l’incarnazione degli anni ‘80 fino ad arrivare a volte al puro citazionismo. Si tratta da un lato del principale demerito del lavoro, e a tratti lo penalizza davvero tanto; altrove però il suono dei francesi suona meno stantio. Merito del fatto che i Gang non si vogliano fossilizzare a tutti i costi sui vecchi stilemi, e a tratti inseriscano nei loro brani passaggi originali, di scuola moderna o comunque poco sfruttati all’interno dell’heavy tradizionale. Di solito si tratta di influssi thrash, ma non solo: a volte All for One suona eclettico, il che è un arricchimento. Insomma, parliamo di un album più che discreto, nonostante il suo difetto. Poteva essere migliore? È probabile, e credo i francesi potessero far meglio. Ma sono convinto che, vista la media (bassa) dell’heavy metal odierno della branca revivalista, ci si possa anche accontentare così.

All for One comincia da un intro espanso, che quasi fa presagire qualcosa di misterioso. Ma dopo pochi secondi il batterista Malo entra in scena con una rullata: è il prodromo alla The Almighty vera e propria, che parte disimpegnata, veloce, di chiaro influsso Iron Maiden (la principale musa ispiratrice della band qui). Per fortuna, i Gang non si limitano solo all’imitazione, né portano avanti il pezzo sempre su queste coordinate: al contrario, a volte cambiano le carte in tavola. Se questa base torna a tratti, spesso il pezzo è meno aperto e più cupo: lo dimostrano bene le strofe, crepuscolari e con persino influssi doom, che si intrecciano bene con le melodie ancora maideniane. Un po’ la loro tenebra si scioglie nei ritornelli, però tutt’altro che allegri: hanno anche un bel pathos, molto intenso, che avvolge bene. Un po’ di brio torna invece nella parte centrale, più diretta almeno all’inizio; al centro trova invece spazio un assolo malinconico, che però nel tempo si trasforma e diventa esplosivo nel possente finale che riprende l’inizio. È un’altra bella frazione per un buonissimo episodio, che apre a dovere il disco! Va però ancora meglio con The Legend, che si apre subito col suo riff di base, non originalissimo ma di ottimo impatto, grazie al bel lavoro ritmico venato di thrash di Steve e Biggy. È una falsariga che spunta spesso lungo il pezzo: intervalla tra loro le strofe, semplici e dirette con le loro ritmiche arcigne e le melodie maideniane, e i chorus. Questi ultimi sono più calmi e melodici, con in evidenza i lead mogi dei chitarristi su cui si posa la voce altrettanto sentita di Bill. Sono forse la parte meno incisiva del brano, ma riescono lo stesso a difendersi, a non stonare in una struttura che stupisce in confronto a quella classica da forma canzone. L’assolo per esempio è posto nel finale – o meglio, quello che sembra tale: dopo che il pezzo si è spento infatti c’è spazio anche per una breve coda, che riparte in maniera più rilassata, con influssi hard rock più che vaghi. Si tratta di una chiusura bizzarra ma non spiacevole per un ottimo episodio, poco lontano dal meglio del disco!

Another Tomorrow parte da un intro strano, quasi medioerientale nel suo essere sguaiato: una bizzarria che poi si conferma anche quando i Gang entrano nel vivo. Se la melodia è diversa e il riff maschio, il ritmo rimane lento, espanso, grazie anche a un’influenza doom ben più che vaga. Anche il tono è vagamente esotico nell’incedere lento del pezzo, una progressione fascinosa al punto giusto, grazie anche al suo fluire, quasi ipnotico. Non è spezzato dai piccoli arrangiamenti che variano qua e là, che anzi arricchiscono il panorama, né dallo scambio tra frazioni cantate, spoglie o corali, in un’evoluzione sempre uguale a sé stessa ma mai noiosa. Sembra quasi che il pezzo debba andare avanti così a lungo, quando invece spunta un passaggio più melodico ed espressivo: è l’inizio di un’evoluzione che dopo un bell’assolo, abbastanza placido conduce il pezzo su altri lidi. Il ritmo comincia allora ad accelerare, e la musica a farsi più potente, con un bel riffage roccioso dai frequenti influssi thrash e Bill che aiuta con i suoi vocalizzi aggressivi. Si rivela un valore aggiunto per un brano di buonissimo livello: forse non c’entra molto con All for One a livello stilistico, ma nemmeno stona, e alla fine svolge a dovere il suo lavoro. La successiva Lord Tell Me torna all’heavy metal più classico sin dall’esordio, potente e diretto come da norma del genere. È proprio il sentiero seguito dal brano: lo fanno di sicuro le dirette strofe, di nuovo di influsso vago thrash e denotate dal duetto tra il frontman e il cantante argentino Marc Quee (uno degli innumerevoli ospiti presenti nel disco). Ciò prosegue anche nei ritornelli, in cui entrambi scandiscono la semplice melodia, piuttosto catchy e di impatto: non sarà nulla di nuovo, ma si lascia cantare nella maniera giusta. Completa il quadro un passaggio centrale godibile, diviso tra una prima parte ancora a là Iron Maiden, molto melodica, e una più esplosiva alla fine. È quanto basta al complesso per essere di ottima qualità: abbiamo una canzone brevissima e molto semplice ma che entra lo stesso di diritto tra i migliori del disco.

Forse il fatto che il titolo di The Devil in Me abbia una certa assonanza col precedente è voluto: sta di fatto stavolta il suo riff sa troppo di già sentito – e non solo dal brano precedente, ma anche dal metal classico, il che lo rende stantio. Non aiuta poi il fatto che i ritornelli manchino di carisma, melodici ma senza esplodere; a riuscirci sono solo le brevi code in cui il cantante ripete il titolo, ma è troppo poco per dare una spinta in più al tutto. Non c’è molto altro da dire di un brano che passa senza dar fastidio, ma non lascia granché: si rivela uno dei punti bassi di All for One. La successiva Warchild comincia con un incrocio di chitarre più che classico: ricorda quasi The Hellion dei Judas Priest, seppur in chiave più melodica e nostalgica. È il prodromo di un pezzo che però, dopo poco, vira su coordinate più rocciose e potenti – o almeno così sembra all’inizio. Di solito la traccia è più dilatata: lo sono soprattutto le strofe, espanse con i semplici accordi di Steve e Biggy, a volte venati di fraseggi maideniani. Solo a tratti la parte più energica torna a fare capolino: accade sotto ai refrain, più densi e vorticosi grazie anche ai cori. Ma nessuna delle due parti si mette in mostra: entrambe rimangono sottotraccia, tendono a non spiccare. Gli unici momenti che invece si segnalano un minimo sono quelli in cui il cantante dei Gang duetta con Katerina Xanth, e l’assolo centrale, non troppo personale ma ben fatto. Per il resto, abbiamo un pezzo che lascia parecchio a desiderare: insieme al precedente, forma l’uno-due peggiore della scaletta. Per fortuna, a questo punto l’album si ritira su con Follow the Sign, che dopo un breve intro ambient attacca con un pattern del basso di Philty su cui ti viene da cantare subito “Sing me a song, you’re a singer”. Poi però la somiglianza con Heaven and Hell dei Black Sabbath si attenua, quando Bill attacca in una maniera un po’ sguaiata ma evocativa – effetto ben evocato anche dal ritorno delle tastiere. Sono strofe che all’improvviso esplodono in refrain ancora di vago effetto doomy: sempre eterei, si rivelano molto immaginifici, grazie anche alle pseudo-orchestrazioni alle loro spalle e alle belle melodie. Si crea così un affresco di una certa ricercatezza: avanza placido tra alti e bassi in fatto di distensione fino alla frazione centrale, che unisce le due suggestioni in qualcosa di semplice ma ancora avvolgente. Il suo bell’assolo e quello finale sono la ciliegina sulla torta di un pezzo che nonostante sia un po’ derivativo colpisce bene: il risultato è ottimo, il migliore del disco insieme a Lord Tell Me.

A questo punto, è il turno di All for One, lungo esperimento a metà tra l’heavy metal tipico dei Gang e influssi progressive. Questi ultimi sono già evidenti quando, dopo un intro orientaleggiante, spunta una falsariga strana, obliqua, zigzagante. È una norma che torna, seppur più spesso il pezzo tenda a essere più lineare: ne è una prova la falsariga delle strofe, ancora un po’ svolazzante ma con un discreto impatto heavy/power. Ciò si accentua ancora di più nei ritornelli: semplici, puntano tutto su dei cori anthemici, ripetitivi ma efficaci, tanto da stamparsi in mente senza troppa difficoltà. C’è spazio, di tanto in tanto, anche per passaggi più lenti e placidi, di buon pathos, mentre ogni tanto spunta qualche stacco più energico: entrambi contribuiscono a un fluire musicale con diverse sfumature, quasi sempre ben incastrate. Ma valida è anche la parte centrale, che si acquieta del tutto. Per qualche tempo, ci ritroviamo allora in un ambiente lieve ma cupo, con il basso di Philty a dominare sulle lievi percussioni di Malo. È una frazione che pian piano ricomincia a salire, un crescendo che ricorda le suite degli Helloween o The Rhyme of the Ancient Mariner dei Maiden. La band inglese è poi richiamata anche quando il pezzo tocca l’apice, una progressione che la ricorda fin troppo, con addirittura qualche citazione letterale. Nel complesso però è il tutto funziona, risulta  piacevole anche nei momenti più derivativi: insomma, un passaggio non male in un brano non eccezionale, ma  di buona qualità! Siamo ormai alle ultime battute: la conclusiva Save Me attacca in una maniera che ricorda una versione stonata di Sweet Child of Mine, ma per fortuna lascia subito spazio a qualcosa di più quadrato, che al di là di qualche venatura hard rock si muove su terreni heavy. È un’avanzata semplice e diretta, che va da strofe non pesantissime ma con la giusta energia fino ai refrain: perdono il dinamismo per sposare una bella espressività, fatta di un florilegio mogio di chitarre e dalla voce intensa di Bill. Sono entrambe buone frazioni, come anche l’ottimo assolo centrale, che riprende un pathos simile  nella giusta misura. Meno valido è invece il finale, che svolta su qualcosa di strano, obliquo ma che cerca la solennità: in parte la trova anche, seppur a tratti sia un po’ troppo bizzarra per i miei gusti. In fondo però si rivela carino, sia in sé che come chiusura di un pezzo discreto, adatto perciò a concludere un album dello stesso livello.

Per concludere, All for One non è certo un album eccellente; se però ti piace l’heavy metal classico con l’aggiunta di qualche modernismo non ti disturba, al suo interno troverai qualcosa di apprezzabile. Parliamo di un lavoro godibile per buona parte della sua durata, oltre che almeno un gradino sopra alla media del genere attuale, come accennato all’inizio. Non un fatto da poco, considerando l’appiattimento che scorgo sempre più spesso nel genere da parte di band di oggi (e non solo)!

Voto: 73/100


Mattia


Tracklist: 

  1. The Almighty – 04:06
  2. The Legend – 05:14
  3. Another Tomorrow  – 05:08
  4. Lord Tell Me – 03:17
  5. The Devil in Me – 03:36
  6. Warchild – 04:36
  7. Follow the Sign – 05:19
  8. All for One – 12:51
  9. Save Me – 05:33

Durata totale: 49:40

Lineup: 

  • Bill – voce
  • Biggy – chitarra
  • Steve – chitarra
  • Philty – basso
  • Malo – batteria

Genere: heavy metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Gang

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