Dark Moor – The Hall of the Olden Dreams (2000)

Per chi ha fretta:
Seppur castrati da una carriera successiva non esaltante, gli spagnoli Dark Moor all’inizio avevano tutte le qualità per essere tra i più grandi del loro genere, come dimostra il loro secondo The Hall of the Olden Dreams (2000). Si tratta di un lavoro di gran livello a partire dal genere, un power metal sinfonico ma mai esagerato, con anzi orchestrazioni che emergono solo quando servono. È il maggior punto di personalità del gruppo insieme alla voce unica di Elisa C. Martin, ma il gruppo può anche contare su un grande songwriting, vario al punto giusto e che consente al gruppo di azzeccare grandi melodie. Sono gli elementi forti di canzoni come la sognante Somewhere in Dreams, la grintosa Maid of Orleans, l’epica Silver Lake, la ricercata Quest for the Eternal Flame o la crepuscolare Hand in Hand, tutti picchi di una scaletta senza pezzi meno che ottimi. È anche per questo che alla fine The Hall of the Olden Dreams è un grandioso capolavoro del power metal, che ogni fan del genere dovrebbe possedere e amare!

La recensione completa:
Un caso curioso, quello degli spagnoli Dark Moor. Sono senza dubbio una seconda linea del power metal mondiale, piuttosto conosciuti ma non riveriti al pari dei grandi e grandissimi nomi; tuttavia, all’inizio della loro carriera il loro destino sembrava proprio questo. Se nel proseguire della loro carriera hanno sprecato le loro possibilità, con album ondivaghi non all’altezza, le loro prime mosse discografiche erano di altissimo livello, e sembravano preannunciare un futuro ottimo. È per esempio il caso di The Hall of the Olden Dreams: secondo album dei Dark Moor risalente al duemila, ha tutti i crismi per essere un capolavoro del genere – come si può intuire già dalla bella copertina dell’eterno Andreas Marschall. Ma anche la sostanza è di grandissimo spessore, a partire dallo stile: è un power metal sinfonico della vecchia scuola, lontano dagli eccessi attuali. Gli spagnoli prendono un po’ dai Rhapsody coevi (allora sulla cresta dell’onda), ma rileggono la loro lezione in senso meno epico e pomposo, più melodico specie sul lato sinfonico. È proprio questo uno dei maggiori punti di forza di The Hall of the Olden Dreams: le orchestrazioni non sono utilizzate in maniera pervasiva, ma entrano quando servono, sottolineando melodie o atmosfere. È il maggior punto di personalità dei Dark Moor insieme alla voce unica di Elisa C. Martín: grintosa e lineare, non cerca acuti o tecnicismi da soprano, il che però si sposa bene con la musica del gruppo. Ma la musica degli spagnoli non ha solo personalità: c’è anche un songwriting di livello grandioso, che come punto di forza ha proprio la variabilità, tallone d’Achille di tanti oggi. Ogni canzone di The Hall of the Olden Dreams ha la sua personalità forte e si distingue dalle altre: merito anche di melodie quasi sempre azzeccate, che i Dark Moor sono abilissimi nel trovare. Il risultato è senza dubbio un capolavoro assoluto del power metal, che non sfigura nel pantheon dei migliori dischi del genere!

Si parte da The Ceremony, intro di rito che non poteva far altro che muoversi sulla musica sinfonica, a metà tra barocco e neoclassicismo. Ne viene fuori un avvio dal sapore antico, maestoso e solenne al punto giusto, a tratti epico, altrove invece più crepuscolare. In ogni caso, è un bellissimo affresco orchestrale che ci accompagna per un minuto e mezzo prima di introdurre al meglio Somewhere in Dreams, che poi esplode con potenza. Ci ritroviamo allora subito in un ambiente power molto classico, con le tipiche melodie del genere e bei fraseggi neoclassici come arricchimento: nonostante il tradizionalismo, creano un bellissimo ’ambiente di tono fantasy. È ciò che poi si accentua ancora di più nella norma di base: già i ritornelli ne sono un gran esempio, con i tanti ghirigori sotto alla voce della Martín, che già qui trova una melodia grandiosa. Ma va ancora meglio coi ritornelli: arrivano dopo bridge diretti e si aprono in qualcosa di espanso, sognante, con un filo di malinconia che colpisce molto bene. Completa il quadro una parte centrale ancora in vena di barocchismi, sia della chitarra solista che delle tastiere di Robert P.C., che intreccia melodie di clavicembalo, cori sintetici e orchestrazioni. È il giusto contraltare per un pezzo già da subito grandioso, non tra i pezzi migliori di The Hall of the Olden Dreams ma a pochissima distanza! I Dark Moor tuttavia fanno ancora meglio con Maid of Orleans, che comincia subito con la sua base, nervosa e crepuscolare con le chitarre di Enrik García e Albert Maroto in primo piano a stampare giri vorticosi. È una norma che subito dopo si apre per una frazione più melodica, aperta: è la stessa che fa da base al chorus, disperato e di pathos incredibile, eppure al tempo stesso con un filo epico che gli dà una marcia in più. All’inizio invece la strofa è più potente, con il riffage si fa più pressante: insieme alla frontwoman e alle tastiere, si crea un’aura cupa, quasi arcigna a tratti. Ma poi le melodie iniziali tornano: in generale, il pezzo tende ad aprirsi, a farsi meno energico e più delicato, elegante, per quanto un filo di oscurità e di nostalgia rimangano sempre anche nella base. E nel passaggio di trequarti tornano anche ad accentuarsi, per un assolo ridondante e alienato, che solo a tratti riprende un po’ di calore, prima di tornare verso la placidità precedente.  È un altro elemento vincente di una traccia meravigliosa, una punta di diamante di una serie ancora all’inizio!

Bells of Notre Dame comincia in maniera un po’ spiazzante, con un riffage potente di retrogusto persino thrash, seppur impostato in maniera spezzetata e quasi prog. È un’influenza che torna poi anche in futuro, con l’atmosfera che varia più del solito: succede in particolare nei bridge, che lasciano il pathos di ciò che hanno intorno per qualcosa di quasi allegro. Ciò sembra quasi forzato a tratti, seppur non dia troppo fastidio: se non altro, il resto è del solito livello elevato. Lo sono sia i ritorni di fiamma dell’inizio, sia i momenti strumentali ancora di gusto neoclassico che spuntano tra le parti, sia le strofe e i chorus: le prime sono semplici, diretti, con una bella intensità sentimentale, ancora più evidente nei secondi. Passionali, eterei, quasi lancinanti nel loro dolore, colpiscono bene quanto i Dark Moor ci hanno abituato fin’ora. Qualche altro passaggio più tortuoso, come quello neoclassico e vorticante al centro, completa un quadro ancora una volta di ottima qualità. Il suo difetto lo rende forse il punto più basso di tutto The Hall of the Olden Dreams, ma a parte questo si difende bene: di sicuro in un disco nella media spiccherebbe tra i migliori! È però un’altra storia con Silver Lake, che sin da subito comincia maestosa, con il ritmo nervoso del batterista Jorge Sáez su cui si posa un avvio potente, ma anche con la tastiera a imitare una campana e a dare più maestosità. Pochi secondi, poi ci ritroviamo già in fuga, una frenesia quasi ansiosa resa però espressiva dalla chitarra in lead, che guida un susseguirsi grandioso di frazioni diverse, incastrate a meraviglia. È il prodromo alla parte principale, che poi si calma:  all’inizio, le strofe sono calme, con le chitarre pulite e lievi orchestrazioni, seppur poi tendano a rinforzarsi, pur non perdendo il loro spirito immaginifico. Esso anzi si accentua ancora di più in seguito, quando spuntano lunghi stacchi: all’inizio sono soffici, melodici, ma poi si fanno più grintosi e power, quasi evocativi, fino a sfociare nei ritornelli. Epici al massimo, sono lunghi ma quasi non si sente, visto quanto coinvolgono e incalzano; al tempo stesso però sono catchy, e si stampano nella mente quasi all’istante. Una bella frazione convulsa al centro e qualche tocco di neoclassicismo qua e là fanno il resto: abbiamo un pezzo davvero meraviglioso, uno dei picchi assoluti della scaletta nonché una piccola gemma che ogni fan del power dovrebbe conoscere!

Mortal Sin si avvia ombrosa, con una tastiera quasi da colonna sonora di film horror: non è una falsa premessa, visto che anche il pezzo si muoverà poi in questa direzione. Dopo un passaggio che anima la stessa melodia in maniera metal, ne compare una più da power classico, ma è un’illusione: le strofe tornano oscure, con persino un vaghissimo retrogusto black, nonostante le orchestrazioni e la voce della Martín. Anche più ombrose sono i bridge, che accelerano: sono però il preludio a ritornelli più aperti. Docili e quasi sottotraccia, non esplodono molto, ma in compenso riescono ad avvolgere al punto giusto. Lo stesso vale per la frazione centrale, che dopo un assolo speranzoso torna verso l’oscurità,  prima di sfociare in un altro bellissimo assolo neoclassico, tortuoso ma di buona efficacia. Il risultato di tutto ciò è un altro brano di alto livello: non brilla tra i migliori dl disco, ma di sicuro non stona neppure! Con The Sound of the Blade, i Dark Moor lasciano quindi da parte il loro power metal per abbracciare l’unica vera ballad di The Hall of the Olden Dreams. Sin dall’inizio, a reggerla è un malinconico pianoforte, a cui in seguito si aggiungono lievi archi e la voce della Martín, qui dolce e mogia in una maniera fin’ora inedita. In pratica tutte le strofe sono così; anche i chorus però non salgono troppo, con la cantante che alza la voce e il tono che si addensa, ma solo di poco. Quanto basta, comunque, per conferire al tutto un bel pathos: è lo stesso che poi esplode sulla trequarti, quando spunta una frazione più piena, con più influssi sinfonici e cori, prima che il tutto scemi in una breve coda infelice. È forse il momento topico di un brano che non si mette molto in evidenza, ma non è certo da buttare: come lento anzi funziona molto bene, e arricchisce l’album. La successiva Beyond the Fire esordisce sinfonica, ma poi gli spagnoli tornano al loro power metal vorticoso e neoclassico. È l’inizio di una traccia che presto prende la strada di strofe sognanti ed espressive, ben rette da Sáez che scambia spesso parti di doppia cassa terremotante e altre più lineari. Ma c’è anche spazio per frazioni più varie, che a volte vanno verso qualcosa di ombroso, mentre altrove si fanno più veloci, incalzanti: accade in particolare subito prima dei bridge, delicati e sornioni, che quasi ricordano gli Angra. A loro volta, introducono ritornelli invece preoccupati, con una vaga malinconia nascosta, quasi intimista: sembrano quasi stonati a un ascolto distratto, ma se si riesce a scoprire tutte le loro sfumature sono efficaci il giusto. Particolare si rivela anche la frazione centrale, espansa e senza assolo, sostituito da tastiere eteree, di retrogusto persino spaziale: sono un contraltare adeguato per l’ennesimo pezzo di valore, che stavolta non esalta ma sa benissimo il fatto suo!

Quest for the Eternal Flame si apre subito maestosa, solenne coi suoi cori e il ritmo lento, epico. È la stessa norma che regge i ritornelli, però più veloci: sono molto classici in ambito power, ma nonostante questo risultano incisivi al massimo, anche grazie a una bella ricercatezza e all’ennesima melodia azzeccata. Anche il resto non è da meno: le strofe coinvolgono benissimo nelle loro tante variazioni, che siano sezioni più aperte, quasi allegre, stacchi lenti e immaginifici o momenti più frenetici e incalzanti. Lo stesso vale per i bridge, che tornano in parte verso l’origine ma sono ritmati e ancor più eleganti del resto. Il tutto è splendido, anche se forse il meglio del pezzo è il passaggio di trequarti: dopo un assolo allegro quasi alla Helloween, che però tende verso qualcosa di più ombroso col tempo, il pezzo si spegne. C’è spazio allora per una frazione delicata, con la tastiera di Robert P.C. che imita un’arpa. Viene poi sostituita dalla chitarra pulita, che regge la voce della Martín: è l’inizio di un crescendo che poi torna al metal e si fa sempre più magnificente, ricco, con le melodie neoclassiche delle chitarre, fino a toccare una vetta di potenza e quindi diventare più oscura, prima di ricollegarsi con la base. È la ciliegina sulla torta di un pezzo davvero splendido, l’ultimo dei picchi assoluti che animano un album ormai agli sgoccioli. The Hall of the Olden Dreams ha però un’ultima grande zampata in serbo, che risponde al nome di Hand in Hand: sin dall’inizio, si sente che i Dark Moor sono tornati verso qualcosa di crepuscolare. Lo dimostra se non altro la sua melodia di base, che spunta dopo poco: vorticosa, neoclassica, ha una nostalgia forte, profonda. È peraltro la base anche dei refrain: di tristezza possente, lancinanti, colpiscono al cuore, oltre ad avere una melodia ancora una volta catturante, di facilissima presa. Più tranquille sono invece le strofe: il loro tono è cupo ma in maniera più lieve, sottile, a tratti diretta, mentre altrove il pezzo si fa anche più espanso, atmosferico. Bella anche la frazione centrale, un vero e proprio inno alla musica barocca e neoclassica coi suoi intrecci tra frazioni vorticose e altre più intimiste, con in mezzo gli assoli di chitarra e la tastiera diventata clavicembalo. Il tutto senza spezzare l’aura cupa generale, che si mantiene inalterata: anche questo consente al pezzo di essere l’ennesima gemma del lotto, a giusto un pelo di distanza dal meglio del disco che chiude!

Per concludere, The Hall of the Olden Dreams non raggiunge la perfezione, ma non gli manca nemmeno molto. Parliamo di un disco senza nemmeno un momento morto e con davvero poco meno che ottimo: per un amante del power metal – e non solo di quello sinfonico – è il non plus ultra. Se non l’hai ancora fatto, perciò, corri  a scoprirlo. E, soprattutto, non lasciarti frenare dalla cattiva fama che i Dark Moor hanno da un po’ di tempo: è dovuta solo agli ultimi, discutibili lavori, ma questo è di tutt’altra pasta!

Voto: 97/100


Mattia


Tracklist: 

  1. The Ceremony – 01:31
  2. Somewhere in Dreams – 04:51
  3. Maid of Orleans – 05:04
  4. Bells of Notre Dame – 04:48
  5. Silver Lake – 05:17
  6. Mortal Sin – 05:38
  7. The Sound of the Blade – 04:00
  8. Beyond the Fire – 06:12
  9. Quest for the Eternal Flame – 06:49
  10. Hand in Hand – 04:38

Durata totale: 48:48

Lineup: 

  • Elisa C. Martin – voce
  • Enrik García – chitarra, arrangiamenti orchestrali
  • Albert Maroto – chitarra, arrangiamenti orchestrali
  • Robert P.C. – tastiera, arrangiamenti orchestrali
  • Anan Kaddouri – basso
  • Jorge Sáez – batteria

Genere: symphonic power metal
Sottogenere: neoclassic metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Dark Moor

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