Eyelessight – Athazagorafobia (2018)

Per chi ha fretta:
Athazagorafobia (2019), secondo full-length degli Eyelessight, è un lavoro in cui questa band abruzzese dimostra tutto il proprio valore, a partire dallo stile. Si tratta di un depressive/post-black metal molto atmosferico, il che non gli impedisce di essere complesso sia a livello di strutture che di atmosfere: queste ultime sono accoglienti, oniriche e molto ben curate. Parliamo in effetti d una musica non solo originale, grazie anche a elementi come il cantato in italiano, ma soprattutto molto espressiva e piena di sfumature. È questo a rendere grandi pezzi come Surrealtà, Smarrendo Illusioni, Monofobia o Anedonia, picchi di una scaletta compatta e di alto livello, in cui i pezzi si rafforzano l’uno con l’altro facendo sì che la somma risulti migliore delle singole parti. È anche per questo che Athazagorafobia riesce ad andare anche oltre a qualche lieve difetto e a rivelarsi un piccolo capolavoro nel suo genere: non è per tutti gli ascoltatori ma si rivela splendido per chi riuscirà a penetrare la sua complessità!

La recensione completa:

Mi è già capitato, in passato, di avere a che fare con gli Eyelessight. In effetti, sono una vera e propria pietra miliare di Heavy Metal Heaven: non sono stati soltanto tra i primi che ho intervistato qui, ma il loro demo i-i è stato il primo recensito di una band abruzzese, quando ancora non conoscevo l’ampiezza e la qualità della loro scena. Tutto ciò succedeva nel 2013, ma da allora li ho un po’ persi di vista: per esempio, non ho avuto la possibilità di recensire il loro full-length d’esordio Mantra per Sopravvivere Inutilmente, uscito l’anno dopo. O almeno, era così fino a qualche tempo fa, quando è arrivato il tempo di occuparmi del loro secondo full-length Athazagorafobia (titolo che indica la paura di essere abbandonati, dimenticati o ignorati). Uscito lo scorso 18 novembre grazie all’etichetta austriaca di settore Tallheim Records, è un disco che conferma quanto di buono già avevo potuto apprezzare in i-i, a partire dallo stile. Il loro rimane sempre un post-black metal di stampo depressive che si muove su strutture tortuose, a volte con toni quasi onirici, da dream pop, ma al tempo stesso è sempre espanso e punta molto sull’atmosfera. Da questo punto di vista, Athazagorafobia è più caldo e accogliente della media del genere: merito delle tante melodie schierate dagli Eyelessight – seppur non si possa parlare di black melodico, vista la complessità generale. Parliamo insomma di un genere sfaccettato e molto originale, ma gli abruzzesi non si limitano solo alla personalità: già la loro abilità nel tenere tutto insieme senza che sembri un’accozzaglia è lodevole, come lo è il fatto di cantare tutto in italiano. Ma il loro vero punto di forza è l’espressività: nelle sei tracce di Athazagorafobia si attraversano tantissime sfumature emotive, il che gli consente di colpire al cuore. È questo a farne un lavoro grandioso, anche al di là dei piccoli difetti in cui gli Eyelessight cadono: a tratti la loro musica suona un po’ ridondante, con qualche costruzione che si ripete, e a volte è un po’ confusionaria. Ma sono difetti che quasi non incidono, specie se guardiamo al disco nel complesso: Athazagorafobia si rivela insomma un vero e proprio gioiellino nel suo genere!

Nostomania parte lenta e placida, con un lieve incrocio tra chitarre pulite e distorte che fa già capire la particolare poesia degli Eyelessight qui. E quando entra nel vivo, il panorama cambia giusto di poco: si aggiungono solo la sezione ritmica e poi la voce urlatissima di HK, a dare il tutto un tono più angoscioso – seppur la calma continui a regnare. È un affresco anche un po’ ridondante, ma la cosa non dà fastidio: avvolge nella sua forte malinconia, che col tempo si accentua. Accade per esempio nella sezione centrale, che stacca su qualcosa di più delicato, una melodia di chitarra pulita che fa poi da sfondo alla successiva ripartenza, in cui invece lo scream è quello più acuto e femminile di Kjiel. È un altro momento disperato, dolce, seppur col tempo tenda a rafforzarsi: la batteria si fa pian piano più pestata, come anche il riffage, che diventa più duro. Tuttavia, la freddezza del black non arriva mai: anche nei tratti più duri e aggressivi, è la melodia a dominare, spesso di indirizzo post-black, pervasiva e deprimente in una maniera calda, accogliente. È una norma che prosegue lunghi minuti fino a un finale ancor più calmo, in cui spunta il pulito mogio, catturante della cantante ospite Moonchild – che poi si spegne in gemiti e singhiozzi alla fine. È uno dei passaggi più in vista di un’ottima apertura, per quanto sia forse la meno bella dell’album che apre – il che già la dice lunga su ciò che sta per arrivare! È infatti un’altra storia con Surrealtà, che esordisce mogia, scandendo una melodia che poi tornerà lungo il pezzo, seppur in altra forma. È un lungo crescendo che progredisce all’inizio in maniera molto lenta, addensandosi a poco a poco, ma dopo un paio di minuti all’improvviso strappa, con uno sfogo che rimane sì melodico ma è anche potente, con HK che lo conduce in blast beat. Ma dura poco, perché poi la traccia torna placida, con Moonchild che riprende la melodia iniziale e la canta in maniera perfino catchy, sognante, più malinconica che lacerante. È un ambiente godibile al massimo, espanso e che col tempo lo diventa anche di più: la parte centrale è puro post-rock, con tanti arpeggi intrecciati e un bel tappeto di tastiere lievissimo alle loro spalle. Solo poi il black metal fa ritorno, seppur sia ancora tranquillo, melodioso, di una malinconia dolce, davvero di gran efficacia. È la guida di questo lungo passaggio, tra un momento un po’ più intenso e uno in cui invece tornano i tanti arpeggi puliti, e la voce pulita dell’ospite si accoppia con l’urlato in secondo piano, prima che una coda mogia arrivi a concludere il pezzo. Si tratta del finale di un pezzo lungo oltre otto minuti ma senza un momento di noia: seppur sia più post-rock che metal, è un gran bel sentire, uno dei picchi assoluti di Athazagorafobia!

Smarrendo Illusioni prende vita da un intro analogo al precedente, simile anche per melodie: stavolta però dura meno, prima di dare il là a un pezzo più oscuro di quanto gli Eyelessight ci abbiano fatto sentire fin’ora. Ci ritroviamo in un ambiente black angoscioso, non freddissimo ma di gran preoccupazione: un’aura che si potenzia ancora quando, dopo poco, il pezzo fugge in un vortice davvero graffiante. È una norma che va avanti a lungo, a tratti più rabbiosa e altrove più melodica, ma sempre di buona potenza: solo al centro c’è spazio per un breve stacco morbido, ma per il resto la musica tira dritto per la sua strada. In ogni caso, ogni svolta funziona bene: merito soprattutto dei riff, con un tocco di disperazione palpabile anche quando sono più duri. Lasciano spazio in via definitiva solo alla fine, con una lunga coda: anch’essa però è piuttosto crepuscolare, grazie anche ai sussurri effettati. È una chiusura valida per una traccia breve ma intensa, anch’essa poco lontana dal meglio del disco. Monofobia si apre quindi in maniera ancor più delicata di quanto sentito in precedenza, con un arpeggio nostalgico ma quasi disimpegnato. È questa la base su cui l’episodio sembra entrare nel vivo, con la voce pulita della cantante ospite, sognante al massimo, e un ritmo veloce, quasi ballabile. Ma siamo ancora nell’intro: dopo un altro stacco post-rock che recupera un tocco di cupezza, il pezzo vero e proprio vira su una norma molto più drammatica, di gran potenza espressiva. È una falsariga anche più caotica del resto, con urla echeggiatissime (tanto che si capisce a stento quale dei due cantanti sia di volta in volta) e tante melodie che si intrecciano. Questo non significa però che sia antimelodica: al contrario, come sempre in Athazagorafobia gli Eyelessight mettono la melodia al centro. Si tratta di una tendenza che, da un punto di inizio un po’ più buio e pesante man mano si amplia, con sempre più fraseggi lacrimevoli ad animare la scena. L’apice giunge però nel finale: dopo l’ennesimo stacco pulito, in questo caso anche ricercato, ci troviamo in un ambiente quasi sereno, seppur nella sua grande malinconia. È ben evocata dal florilegio di chitarre che reggono la scena, vorticose come da norma black ma con un’impostazione molto “post”: un dualismo che le rende molto avvolgenti. Si tratta di un gran finale per un altro pezzo a un pelo dal meglio che l’album abbia da offrire, un piccolo gioiellino nel suo genere!

Il solito intro pulito di chitarra, poi Ossessiva Nostalgia entra nel vivo dimessa: nonostante la base densa, il ritmo è lento, e al posto del riff le chitarra di Kijel e Gris propongono melodie post-metal. È una base che col tempo si potenzia e si sposta su lidi più orientati al metal, ma senza perdere la sua straziante disperazione, ben evocata dallo scream della cantante dalle melodie alle sue spalle. Anche quando il pezzo accelera, dopo uno stacco post-rock che lasciava presagire tutt’altro, la stessa anima non viene mai meno: al contrario, l’infelicità si accentua ancora, accompagnando il cantato prima in una fuga convulsa, e poi in un seguito più calmo. I lead di chitarra  le danno un tono ancora più avvolgente, prima che il tutto si spenga di nuovo: le urla invece continuano, lacrimevoli, su una base post-rock molto dolce, che colpisce al cuore. Lo stesso vale quando gli abruzzesi tornano a correre: ci ritroviamo in una frazione veloce ma ancora armoniosa: anche quando sale di livello e abbraccia qualcosa di vertiginoso, col blast beat di HK, mantiene un suo lirismo. Ma il meglio da questo punto di vista lo raggiunge la trequarti, con gli scream dei due cantanti incrociati su una base passionale quasi in un duetto romantico, seppur sia un romanticismo affranto, senza speranza, lancinante. È una fuga lunghissima ma efficace all’estremo: va avanti lunghi minuti per poi chiudere in bellezza una traccia splendida, non tra le più valide di Athazagorafobia ma poco lontana. Ma va ancora meglio con Anedonia, scelta dagli Eyelessight per chiudere le danze: attacca sempre in tono post-rock, spostato sul lato più delicato degli abruzzesi, quasi tenero, e col tempo le cose non cambiano molto. È su questa base che appare la voce dolcissima, calorosa di Moonchild: è il prodromo all’arrivo in scena del brano vero e proprio, che si sposta su lidi black, ma senza strappare. L’ambiente anzi è ancora aperto, di gran malinconia, persino solare, grazie ai tanti echi post-rock e persino a lievi tastiere che si incrociano in un bellissimo affresco. Va avanti a lungo e alla fine si addolcisce anche in uno stacco soffice: è però l’ultimo momento davvero sereno del pezzo. Quando riparte infatti la melodia di base muta, diventa più preoccupata: all’inizio è lieve, ma poi esplode in una frazione più tempestosa, graffiante per angoscia. Subito comincia ad alternarsi con frazioni invece sognanti, caratterizzati dalla melodia catturante e malinconica dell’ospite: anch’esse tuttavia hanno un tocco oscuro, infelice, non sono certo disimpegnate come prima. L’atmosfera iniziale ritorna in parte sono nel finale, che poi stacca dal dualismo per una breve coda morbida, con dolci arpeggi di chitarra pulita su cui c’è un campionamento dalla commedia romantica Scrivimi Ancora: una strana scelta, ma che qui funziona. È il bel sigillo su un pezzo grandioso, il migliore dell’album che chiude insieme a Surrealtà.

Per concludere, Athazagorafobia si rivela un album di così alto livello da sfondare la porta del capolavoro. È  un lavoro di grandissima sostanza, persino migliore della somma delle parti: i vari brani si potenziano l’uno con l’altro e creano un affresco spettacolare di atmosfera e calore, che entra nel cuore per non uscirne più. Certo, se per te il black metal è oscurità e aggressività puoi anche starne lontano, come dovresti evitarlo se non sei disposto a concedergli decine di ascolti per entrare nella sua complessità strutturale ed emotiva. Ma se l’eclettismo fa per te, come le ultime tendenze in fatto di post-black, allora è un lavoro che amerai di sicuro!

Voto: 90/100

Mattia

Tracklist: 

  1. Nostomania – 08:31
  2. Surrealtà – 08:06
  3. Smarrendo Illusioni – 05:55
  4. Monofobia – 07:03
  5. Ossessiva Nostalgia – 09:09
  6. Anedonia – 08:06

Durata totale: 46:50

Lineup: 

  • Kjiel – voce e chitarra
  • HK – voce e batteria
  • Gris – chitarra
  • ky – basso
  • Moonchild – voce (guest)

Genere: black metal
Sottogenere: depressive/atmospheric/post-black metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook egli Eyelessight

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