Anthrax – State of Euphoria (1988)

Per chi ha fretta: 
State of Euphoria (1988), quarto album degli Anthrax, è un lavoro non all’altezza dei migliori del gruppo, ma si difende. Da un lato, pesa la fretta con cui è stato inciso: forse è questo all’origine anche del principale difetto del disco, una certa prolissità. Dall’altro però il thrash metal dei newyorkesi rimane di gran intrattenimento, grazie al fatto che buoni spunti e buone idee non manchino. È per questo che, a parte qualche momento morto, la scaletta sia di livello medio molto buono, e pezzi come l’ossessiva Be All, End All, la frenetica Make Me Laugh, la scanzonata cover di Antisocial o la sottovalutata Finalé brillano parecchio. È per questo che pur non essendo un capolavoro State of Euphoria è un album più che degno di essere ascoltato: il livello è piuttosto buono, e può fare la felicità di tutti i fan del thrash metal!

La recensione completa:
1987: gli Anthrax pubblicano Among the Living. Si tratta non solo di uno degli album thrash più belli mai usciti e dell’indubbio capolavoro dei newyorkesi, ma anche di un grandissimo successo in fatto di vendite e di pubblico. Ciò spinse il gruppo, su pressione dei discografici, a tornare in studio al più presto, per dare ad Among the Living un successore immediato: fu registrato in fretta e furia, perché poi gli Anthrax dovevano partire per spalleggiare gli Iron Maiden nel tour di Seventh Son of a Seventh Son. Ed è un fatto che si può sentire molto bene: uscito il 20 settembre del 1988, State of Euphoria è un lavoro che non può competere col suo illustre predecessore. Al suo interno, si sente una certa frettolosità, e non solo: è questo il punto in cui la band statunitense comincia la tendenza alla prolissità. Alcune dei pezzi contenuti nel disco sono infatti un po’ allungati e ripetitivi: una tendenza per fortuna meno spinta che nel successore Persistence of Time – un album che so essere considerato un capolavoro del gruppo ma che non mi ha mai esaltato. In più, State of Euphoria soffre un po’ di omogeneità, imputabile anch’essa alla fretta con cui gli Anthrax lo hanno registrato e prodotto. Ma nonostante questi difetti, non è il mezzo flop che molti ritengono: parliamo di un lavoro che ha lo stesso diverse cose da dare, in cui non mancano buone idee e buoni spunti. Soprattutto, il thrash metal con venature punk del gruppo americano riesce ancora a intrattenere bene: diverte a tratti in una maniera anche più scanzonata che in passato, seppur come sempre ci sia spazio anche per una serietà impegnata. In generale, State of Euphoria è un lavoro solido e per nulla scadente, non tra i migliori pubblicati dagli Anthrax ma certo nemmeno tra i punti bassi della loro discografia.

Be All, End All si apre con un violoncello che scandisce una melodia in solitaria: è quella che poi reggerà buona parte del pezzo, già evidenziando un po’ la prolissità degli americani qui. Ma è l’unico difetto in questo caso, perché per il resto la band ha un buonissimo impatto: lo possiedono sia tutti i momenti che seguono questa base, sia quelli striscianti come quello iniziale o quello sulla trequarti, sia i refrain. Introdotti da bridge frenetici, rallentano un po’ e perdono qualcosa in potenza: compensano però alla grande con un’aura arcigna, quasi sinistra – ancor più accentuata rispetto a quella crepuscolare del resto. Diverse sono invece le strofe: dirette, ricordano un po’ la melodia di base, ma la rileggono man mano e si modificano, passando da momenti più vorticosi ad altri lineari ma graffianti, il tutto con un’ottima potenza. Ottimo anche il tratto sulla trequarti, sempre più martellante e aggressivo, prima che il suo turbine sfoci in una bella frazione di assoli, pian piano sempre più vicina alla melodia portante della norma. In ogni caso, è un ottimo contraltare per un brano in cui il difetto di State of Euphoria non pesa molto: anche questo lo rende di altissimo livello, tanto che è facile capire perché sia diventato un classico dal vivo per gli Anthrax! La successiva Out of Sight, Out of Mind entra nel vivo strana: introduce l’anima principale del pezzo, ma in maniera più contorta e complicata rispetto a quanto si sentirà poi. Il pezzo vero e proprio infatti è molto più diretto: lo si sente bene dalle strofe, dritte al punto e incalzanti, che conducono subito verso lunghi passaggi più lenti. Anch’essi coinvolgono subito, in un’ascesa che, dopo bridge rocciosi, ci conduce ai ritornelli: ricordano le strofe, ma in maniera più catchy, grazie soprattutto alla melodia vincente cantata da Joey Belladonna. Il momento migliore è però quello centrale, che lascia l’aura disimpegnata del resto per qualcosa di preoccupato, soprattutto attraverso gli incroci di assoli della seconda parte. Nonostante questo però non è malaccio: si integra bene in un pezzo non eccezionale, ma godibile e ottimo!

Make Me Laugh si apre in una maniera strana, persino misteriosa, coi lenti fraseggi di chitarra lontani di Dan Spitz, quasi echeggiati su una base distesa. Dà al tutto un avvio oscuro, anche se poi il pezzo entra nel vivo cambiando direzione. Un breve raccordo, poi ci ritroviamo subito in una fuga anche abbastanza convulsa, col ritmo impostato da Charlie Benante davvero serrato, e che a tratti accelera anche per stacchi terremotanti. Ce ne sono anche altri però che si aprono e rallentano: nonostante questo, il cantante e un riffage che rimane energico danno loro un tono caustico. Possono sembrare quasi i ritornelli, ma quelli veri hanno un’altra anima ancora: arrivano dopo bridge che sembrano quasi rischiararsi ma si fanno anche più cupi, con la loro impostazione thrash classica ma al tempo stesso preoccupata, ombrosa. Buona anche la frazione centrale, che sviluppa i temi iniziali in qualcosa di ancor più cupo, tra momenti quasi caotici e altri invece melodici ma oscuri al massimo. È il giusto completamento per un pezzo ottimo: non raggiunge i migliori di State of Euphoria, ma solo per poco! Tuttavia, va ancora meglio con Antisocial: è una cover della band heavy metal francese Trust, molto più famosa tuttavia nella versione degli Anthrax – che la ripropongono come Be All, End All a ogni concerto. E anche stavolta capire il motivo di questa fama non è difficile: dopo un inizio melodico, ci ritroviamo subito in un ambiente speed/thrash, che ricorda molto le prime mosse discografiche dei newyorkesi. È quello che anima sia le strofe, dirette e rockeggianti a loro modo, sia soprattutto i ritornelli: più duri, vedono Belladonna accompagnato dai cori sguaiati e punk che da sempre caratterizzano la band. Chiude il quadro qualche bello stacco che riprende l’inizio, una frazione solistica divertente al punto giusto e soprattutto una finale anthemico, tanto da fare sfaceli dal vivo. È quanto basta per chiudere un pezzo semplice ma divertente all’estremo, il che lo rende uno dei picchi assoluti del disco – pur senza essere un pezzo originale!

Who Cares Wins se la prende molto con calma, partendo da un arpeggio quasi esotico di chitarra pulita a cui poi subentra anche la sezione ritmica e una base più metallica. Il tutto comincia a mescolarsi per creare qualcosa di crepuscolare, che pian piano cresce, su un ritmo sempre lento e che solo alla fine si fa un po’ più battente. È il segno che il pezzo sta per entrare nel vivo, finalmente: lo fa dopo una frazione di melodie sinistre, partendo veloce e potente e mostrando già da subito le sue due anime. Quella più diretta e ossessiva nel suo martellare reggerà poi le strofe, non velocissime ma che incalzano bene. Più lenti e aperti sono invece i refrain, ma questo non significa molto: il loro clima rimane cupo, persino lugubre, grazie agli accordi di base e al lavoro oscuro ma importante di Frank Bello al basso. Forse il momento che lo è meno sono le frazioni più convulse che spesso seguono, con le influenze punk a cui gli americani ci hanno già abituato: anch’essi non sono allegri, tuttavia. Al massimo, si rivela aperta la saltellante frazione centrale, ancora di influsso punk, almeno all’inizio: poi invece i toni tornano pian piano a rabbuiarsi. Il tutto non è male: nei suoi oltre sette minuti e mezzo a tratti risulta un po’ prolisso, ma nel complesso il livello rimane buono. Now It’s Dark, che segue, prende vita da un campionamento preso forse da qualche film, molto inquietante col respirare e una voce oscura. Poi però perde parte di questa oppressione quando entra in scena un pezzo thrash un po’ obliquo ma non troppo oscuro, meno di quanto gli Anthrax ci abbiano abituato in State of Euphoria. È un’impostazione che permane poi in tutta la traccia: ne sono un esempio le strofe, che nonostante un po’ di aggressività data loro da Belladonna suonano divertenti, quasi scanzonate nella maniera classica degli americani. Lo stesso si accentua ancor di più nei ritornelli, quasi giocosi nella loro impostazione ripetitiva ma efficace nella prima metà, e ancora di intrattenimento nella seconda, di chiaro influsso punk. La stessa torna nel passaggio di centro, seppur più attutita: a parte qualche stacco di quella matrice, il resto è potente e thrashy, con gli assoli che si alternano con i vocalizzi del frontman. Poi però il pezzo fa ritorno verso la norma più obliqua iniziale, anticipando così quello della norma di base: è essa a concludere un pezzo che non fa gridare al miracolo ma si rivela godibile al punto giusto!

Schism comincia da un riff ancor più orientato verso il crossover thrash, con la sua impostazione quasi rockeggiante. È poi la base su cui si sviluppano le strofe, dinamiche e dritte al punto con il ritmo semplice, incalzante che li regge e il bel riffage di Spitz e Scott Ian che aiuta a essere incalzante. Spesso però la base vira su stacchi più aperti, che perdono un po’ in impatto ma compensano con un mood strano, quasi drammatico, che colpisce bene. Essi di solito introducono bridge tempestosi, a cascata: con la loro frenesia, sono a loro volta un buon prodromo per chorus che di nuovo rallentano: strani e scattosi, non esplodono molto, pur essendo piacevoli. È anche vero che sono il momento meno bello del pezzo, ma non gli danno particolare fastidio: merito del fatto che tutto il resto – compreso il vorticoso assolo centrale – funziona bene e ci regala l’ennesimo episodio di buona qualità del lotto! Lo stesso purtroppo non si può dire di Misery Loves Company: ha un attacco che stavolta sa parecchio di già sentito, specie considerando la restante carriera dei newyorkesi. Il problema vero è però che è troppo obliqua per i miei gusti, il che limita tutti i passaggi che regge. Succede in parte nelle strofe, che pure spesso hanno una bella potenza; a venirne danneggiati di più sono però i refrain, piatti e senza molto da dare. Carini sono invece gli altri passaggi, dai lunghi bridge riottosi alla frazione centrale che lo è altrettanto, con il suo riffage graffiante: anche stavolta però il tutto non esalta. È per questo che ci ritroviamo con un pezzo soltanto sufficiente, ma nulla più: in State of Euphoria è di sicuro il punto più basso! Per fortuna, gli Anthrax ne ritirano su il destino in chiusura: dopo il 13, un breve interludio buffo  con cori e suoni divertenti retti dalla batteria e dal basso di Bello vorticante, è il turno di Finalé. Un altro breve intro, quasi alternativo, poi parte però un pezzo thrash dei più classici, subito martellante col suo riff semplice ma di gran efficacia. Tuttavia, è ancora l’intro: presto il pezzo si fa ancor più animato, con passaggi rapidi e diretti e strofe che la riprendono in maniera un po’ sottotraccia ma efficace. Ancor meglio è la progressione: da bridge che quasi perdono la carica scanzonata del resto ci catapulta in chorus invece divertenti al massimo, giocosi in una maniera quasi teatrale. Di alto livello si rivela anche la seconda metà, che devia su una norma ancor più dinamica, con un ritmo serrato e battente che regge i riff e l’alternanza tra la voce di Belladonna, i brevi assoli che ogni tanto decollano. È un vortice che va avanti a lungo con una sola breve pausa sulla trequarti, da cui però la musica riparte ancora più scatenata, un’evoluzione sempre più veloce fino al classico finale caciarone. È la giusta conclusione per un pezzo tanto sottovalutato quanto splendido, il migliore del disco insieme a Antisocial!

Per concludere, come già detto State of Euphoria non è tra i migliori dischi degli Anthrax, anzi si pone almeno un paio di gradini sotto a quel livello. A parte questo però è un buonissimo disco, che diverte al punto giusto e ha qualche gemma che da sola lo rende degno di essere ascolto. Ecco perché, se il thrash metal classico ti piace, il mio consiglio è di evitare paragoni col passato e di prenderlo così com’è: di sicuro troverai un lavoro che saprà intrattenerti bene!

Voto: 81/100

Mattia

Tracklist: 

  1. Be All, End All – 06:24
  2. Out of Sight, Out of Mind – 05:13
  3. Make Me Laugh – 05:42
  4. Antisocial – 04:26
  5. Who Cares Wins – 07:40
  6. Now It’s Dark – 05:36
  7. Schism – 05:29
  8. Misery Loves Company – 05:41
  9. 13 – 00:51
  10. Finalé – 05:50

Durata totale: 52:52

Lineup: 

  • Joey Belladonna – voce
  • Dan Spitz – chitarra solista
  • Scott Ian – chitarra ritmica
  • Frank Bello – basso
  • Charlie Benante – batteria

Genere: thrash metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Anthrax

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