Hecate Enthroned – Embrace of the Godless Aeon (2019)

Per chi ha fretta:
Embrace of the Godless Aeon (2019), sesto album degli inglesi Hecate Enthroned, non è un lavoro al livello dei migliori del gruppo ma sa il fatto suo. È vero che da un lato suona un po’ difettoso specie nelle orchestrazioni dal suono troppo sintetico; in più, soffre di una certa prolissità. Dall’altro però il mix di death e black metal sinfonico del gruppo funziona abbastanza bene, grazie anche a qualche sorpresa e a una registrazione ben calibrata. È per questo che la media della scaletta è abbastanza buona pur mancando di hit, con solo Revelations in Autumn Flame e Erebus and Terror che spiccano davvero. Sommando pregi e difetti, Embrace of the Godless Aeon non esalta, ma risulta piacevole e un gradino sopra alla media: può perciò fare la felicità di tutti i fan del black e del death sinfonico!

La recensione completa:

A chi frequenta il mondo del metal sinfonico più estremo, è inutile stare a spiegare chi siano gli Hecate Enthroned. Considerati da alcuni i fratelli minori dei Cradle of Filth, se non altro per la comune provenienza britannica, avevano tutte le carte in regola per diventare altrettanto famosi. Il loro esordio The Slaughter of Innocence, a Requiem for the Mighty risale al lontano 1997, e nei due anni successivi la band riuscì a pubblicare altri due album, altrettanto acclamati dal pubblico. Poi però dal duemila in poi si è un po’ persa, diradando di molto le sue uscite: nonostante questo, per molti i britannici sono rimasti un gruppo di culto. In ogni caso, il 2019 è stato per loro occasione di ritorno: Embrace of the Godless Aeon, sesto album degli Hecate Enthroned, spezza un silenzio che durava ben da sei anni, da Virulent Rapture del 2013. Valeva la pena aspettare tanto? Per quanto mi riguarda, la risposta è “nì”. Da un lato, all’interno del lavoro si trovano diversi lati positivi, a partire dallo stile, che è quello sviluppato dai britannici negli ultimi dischi: mescola una base black metal sinfonico con rinforzi death, che gli danno spesso un tono più duro. Si tratta inoltre di un genere non lineare, anzi abbastanza complesso, sia per atmosfere che per strutture, non troppo tortuose ma che riservano alcune sorprese. In questo, la classe degli Hecate Enthroned è evidente; in più, Embrace of the Godless Aeon può contare su una registrazione di gran valore, grezza al punto giusto ma senza che questo danneggi la nitidezza, il che le consente di valorizzare l’anima sfaccettata del gruppo. Dall’altra parte però gli inglesi non sono immuni da alcuni difetti anche abbastanza incisivi: il più evidente è proprio nelle orchestrazioni. Sono sintetiche e si sente bene: questo non sempre dà fastidio, ma a tratti sono esagerate e stridenti, riempono troppo il suono togliendo spazio al resto – oltre a suonare un po’ datate. In più, oltre a una certa mancanza di hit, gli Hecate Enthroned soffrono una certa prolissità: colpa anche del fatto che sia le tracce che il disco suonano spesso un filo allungati, e tagliare qualcosa sarebbe stato positivo. In generale, Embrace of the Godless Aeon non è male: per buona parte della sua durata trascorre in maniera piacevole, solo che non si lascia molto alle spalle. Per questo, dà quasi l’idea di essere un compitino, oltre che un album fuori tempo massimo: la mia idea  è che se fosse uscito anni fa avrebbe avuto di più da dire, ma oggi non si distingue troppo dai tanti dischi sullo stesso genere.

Le danze si aprono con Ascension, il più classico dei preludi: parte con qualche suono inquietante ma poi un carillon comincia a scandire una melodia ripresa quindi dal piano, accompagnato da lievi orchestrazioni. Il tutto cresce con lentezza sia in oscurità sia in densità, finché alla fine la musica esplode: è il punto di avvio di Revelations in Autumn Flame, che poi si avvia veloce , ma senza essere troppo cattiva. Il riffage è molto orientato verso il death melodico, e anche le orchestrazioni, pervasive, danno al tutto un tocco malinconico più che aggressivo, per quanto lo scream di Joe Stamps sia sempre piuttosto graffiante. E a tratti anche l’aura si incupisce, per frazioni più rabbiose e di carattere death, blasfeme grazie agli stacchi di batteria e all’unione metal-sinfonia. Lo stesso si perpetua al centro: molto lugubre, strisciante, grazie a influssi black  stavolta predominanti – per quanto alla fine si faccia più cupo e macinante. Di lì a poco però il pezzo vira verso una nuova norma, che perde l’oscurità per qualcosa di addirittura epico: la musica rimane veloce, ma ci spostiamo su qualcosa di glorioso, trionfale, di gran impatto. Aiutano anche gli stacchi che appaiono qua e là, tranquilli ma battaglieri al punto giusto: contribuiscono alla frazione migliore di un pezzo però tutto ottimo, subito tra i picchi dell’album che apre! Un breve intro ombroso e semi-barocco, che quasi ricorda i migliori Dimmu Borgir, poi Temples that Breath si apre con un assalto sinistro al massimo, selvaggio – per quanto la sinfonia gli dia anche un tocco di ricercatezza. Sono momenti di fuga ossessiva, martellante grazie anche al blast beat di Gareth Hardy, che vanno avanti a lungo, intervallati solo a tratti da momenti più arcigni e di influsso death ma rallentati, che contribuiscono a far respirare il brano. Al centro c’è inoltre spazio per una sezione più aperta: all’inizio sembra ancor più opprimente, ma poi spuntano delle melodie quasi sognanti – nel senso più oscuro del termine, ovvio. Accompagnano l’ascoltatore per qualche minuto, addirittura con un pelo di pathos a tratti: poi però la scena torna da adombrarsi, finché la norma di base non torna con tutta la sua potenza. È il finale di un pezzo che non esalta, ma per il resto di buona qualità: di sicuro colpisce al punto giusto, e in Embrace of the Godless Aeon non sfigura.

Con Goddess of Dark Misfits gli Hecate Enthroned se la prendono con più calma: un intro di pianoforte, sinistro ma tranquillo, poi entra nel vivo soltanto la sezione ritmica, su cui spunta la voce inconfondibile dell’ospite Sarah Jezebel Deva. Presto però ad accompagnarla spuntano chitarre potenti con un retrogusto thrash addirittura più che vago, e quindi Stamps, che per l’occasione usa un cupo growl. Ma c’è spazio anche per stacchi più atmosferici, in cui usa lo scream insieme ai vocalizzi lontani dell’ospite e alle orchestrazioni in primo piano: sono meno oscuri, ma compensano con un bel mood crepuscolare. È una progressione che unisce le varie sfumature in un quadro convincente; lo stesso vale, in parte, per la frazione centrale. Seppur sia un po’ anonima, col suo puntare su qualcosa di evocativo – il che stavolta riesce solo a metà – non è proprio malaccio, specie nella seconda parte, dove torna verso qualcosa di espanso, quasi lezioso. È anche vero che a tratti il pezzo si rivela un po’ prolisso: succede per esempio nell’outro, che per oltre un minuto va avanti con lo stesso fraseggio di pianoforte, ma anche il resto non ne è immune. Ne risulta insomma un episodio non disprezzabile, ma che poteva essere migliore: ha buoni spunti, ma nel complesso è solo discreto. La prolissità continua poi all’inizio di Whispers of the Mountain Ossuary, che per oltre un minuto rimane sullo stesso espanso intro ambient, solo a tratti arricchito da qualche arpeggio di chitarra. Soltanto poi si fa più denso e comincia a essere interessante: lo fa grazie soprattutto all’aura depressa, romantica, di origine gotica che si sviluppa, e che spesso torna anche nel pezzo vero e proprio. Lo fa per esempio in quelli che sono considerabili i ritornelli: lenti e dimessi, nonostante lo scream di Stamps evocano più un pathos abbacinante che altro. Più oscure sono invece le strofe: rimangono sempre lente, con anche un riffage molto doom, il che consente loro di essere dissonanti, oblique, potenti, potenziandosi a vicenda coi refrain. Il tutto va avanti a lungo placido, tanto che può sembrare quasi l’anima dell’intera traccia: poi però gli Hecate Enthroned accelerano con forza, e dopo un breve interludio sempre doomy ci ritroviamo in una fuga a tinte death. All’inizio il tutto è convulso, ma poi pian piano il coefficiente melodico tipico di Embrace of the Godless Aeon torna, attraverso momenti all’inizio ancora dissonanti e monolitici. Col tempo però è un certo pathos a prendere il sopravvento, con orchestrazioni intense che accompagnano attraverso frazioni espanse e altre invece ancora macinanti fino a una chiusura ancor più malinconica e legata al gothic. È un valido arricchimento per un pezzo che non spicca troppo, ma ha almeno il merito di avvolgere il giusto e di non far pesare la sua lunga durata, priva di grossi spunti ma anche di momenti morti rilevanti!

Enthrallment comincia in maniera potente, seppur a farla da padrone sin dall’inizio siano gli archi sintetici di Pete: a tratti dominano tanto da essere stridenti, fastidiosi. E sì che invece le ritmiche  di Andy e Nigel al di sotto non sono malaccio: del resto, quando prendono il sopravvento dopo poco, per un momento di puro black metal classico, feroce al punto giusto, è uno dei momenti migliori del pezzo. Ma non stonano troppo nemmeno quando, tornando, danno al tutto un tono ansioso, ossessivo, potente: solo nei momenti in cui sono più battenti e ripetitive creano problemi. Buona è infatti la parte centrale, che invece di crescere cala, e  da lidi metal ma espansi ci ritroviamo in una falsariga tranquilla, persino serena nonostante gli accenni di growl. È una frazione lunga ma coinvolgente con la sua bella atmosfera: peccato che poi l’inizio ritorni, anche più dissonante che in precedenza – e non in senso buono. Anche per questo, abbiamo un pezzo riuscito solo a metà, molto poco appetibile: è per questo che all’interno di Embrace of the Godless Aeon risulta addirittura il punto più basso. Per fortuna, gli Hecate Enthroned ne ritirano su subito le sorti con The Shuddering Giant, che comincia subito rapida e nervosa. È una fuga anche abbastanza aggressiva ma non fredda: lo sfondo è piuttosto preoccupato, grazie anche alle melodie alle spalle di Stamps e a un riffage di nuovo di influsso melodeath. Sono dei gran bei passaggi; purtroppo non si può dire lo stesso dei ritornelli, a tratti troppo rallentati e dominati dalle orchestrazioni – per quanto invece incidano in maniera discreta nei momenti più dinamici. La vera ciliegina sulla torta è però la seconda metà, quando dopo un momento rumoroso e blasfemo la musica si spegne in qualcosa di sottotraccia, con la chitarra pulita che sorregge dei cori sintetici dal chiaro aspetto vintage. Dura poco, prima che gli inglesi tornino ad assaltare con una foga death, per una frazione che all’inizio è davvero rancorosa ed estrema, ma col tempo comincia a scemare, a farsi più melodica. C’è quindi un senso drammatico che poi sostituisce oscurità e rabbia: lo fa prima negli stacchi più aperti, ma poi anche nei momenti più pestati, che risultano più vertiginosi che graffianti. E se anche in questa frazione  ogni tanto le orchestrazioni prendono un po’ troppo il sopravvento – specie nella parte finale, lenta e dimessa – non è un gran problema. Abbiamo un episodio discreto già di suo, anche a dispetto dei suoi difetti, arricchito da una sezione centrale che lo rende di buona qualità!

Silent Conversations with Distant Stars parte nervosa, con un riffage di origine melodica ma dissonante, tempestoso: insieme con la componente sinfonica, è un avvio avvio cupo, sinistro. È un’aura che stavolta prosegue a lungo: lo mantengono sia le strofe, potenti e arcigne nonostante un filo di pathos in sottofondo e un fascino particolare, sia i ritorni di fiamma dell’inizio. Ma poi gli inglesi svoltano verso qualcosa di a metà tra i due mondi: un tratto di puro black metal sinfonico, espanso e avvolgente, poi la tensione comincia a scemare – seppur le dissonanze rimangano ancora piuttosto oscure. Ci ritroviamo  alla fine in una sezione crepuscolare ma soffice, in cui dominano effetti obliqui e il basso di Dylan Hughes, mentre le orchestrazioni sono in sottofondo e le chitarre assenti. Queste ultime però tornano presto, per regalarci un tratto centrale potente eppure melodico: a sua volta introduce una frazione quasi romantica, possente, in cui Pete domina coi suoi archi sintetici, ma senza dar fastidio. È un passaggio lungo e maestoso, che sale e scende tra momenti densi e altri più espansi, in cui la Deva torna con vocalizzi lontani e soavi. Il risultato è un bel clima, onirico a tratti, prima che la musica si spenga in un breve outro di piano, stavolta riuscito. Lo stesso si può dire del brano in generale: nonostante i quasi otto minuti di durata incide bene, con pochi momenti morti e tanta sostanza che lo rendono non eccelso ma almeno buono! Embrace of the Godless Aeon si chiude quindi con Erebus and Terror, con cui gli Hecate Enthroned se la prendono con gran calma: parte da un lungo intro, con campane e suoni profondi, lenti ma inquietanti. Dopo poco, a questo si uniscono dei cori arcani e la batteria di Hardy: è il prodromo all’arrivo in scena della traccia vera e propria, che però ancora non scatta. Il ritmo è lento, e a reggere la scena è la voce operistica dell’ospite, che si staglia sopra a un riff di nuovo di influsso doom; nonostante questo, l’aura continua a essere oscura e anche piuttosto fredda. È un dettaglio che si mantiene anche quando il metal lascia spazio a sonorità più morbide: per quanto ricercato, l’ambiente è lontano, alienante, non esprime calore se non quello di una vaga nostalgia. E col tempo quest’aura si accentua anche di più, con frazioni più vorticose in cui torna l’anima black/death del gruppo e il cantato harsh di Stamps, in un’avanzata lenta ma avvolgente. Si crea una sorta di magia, che attraversa ogni momento, da quelli espansi, dominati dal suono del pianoforte a quelli in cui Hardy usa una terremotante doppia cassa – seppur le orchestrazioni le rendano ancora dilatate. Questo senso non si perde mai, neppure quando il pezzo comincia ad addensarsi e a macinare di più, sulla trequarti: è e un momento che dura poco, prima di spegnersi. Ma non è ancora finita: c’è spazio per un ultimo sfogo, che parte da un fraseggio nervoso degli archi per poi esplodere in uno splendore oscuro, fatto di una potenza maestosa ma al tempo stesso aggressiva. È l’ultima fiammata di un brano che termina alla grande: abbiamo il picco assoluto del disco che chiude insieme alla opener!

Per concludere, Embrace of the Godless Aeon è un album tutt’altro che indimenticabile: a parte questo però è godibile, e il paio di belle zampate che ha lo rendono meritevole di un ascolto. È per questo che ti è consigliato, se ti piacciono il black e il death sinfonico: troverai un album che non ti esalterà ma di livello più che discreto. E non è da buttar via: è vero che in passato gli Hecate Enthroned hanno fatto di meglio, ma anche qui riescono a essere almeno un gradino sopra alla media odierna!

Voto: 74/100


Mattia


Tracklist: 

  1. Ascension – 01:37
  2. Revelations in Autumn Flame – 04:58
  3. Temples that Breathe – 04:35
  4. Goddess of Dark Misfits – 07:04
  5. Whispers of the Mountain Ossuary – 07:05
  6. Enthrallment – 05:17
  7. The Shuddering Giant – 06:41
  8. Silent Conversations with Distant Stars – 07:57
  9. Erebus and Terror – 09:17

Durata totale: 54:31

Lineup: 

  • Joe Stamps – voce
  • Andy – chitarra
  • Nigel – chitarra
  • Pete – tastiere
  • Dylan Hughes – basso
  • Gareth Hardy – batteria

Genere: symphonic black/death metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Hecate Enthroned

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