Agalloch – Pale Folklore (1999)

Per chi ha fretta:
Pale Folklore (1999), full-length d’esordio degli Agalloch, è un lavoro storico sotto molti punti di vista. Non solo prende il black metal e lo rende paesaggistico e caldo, aprendo la strada all’esplosione della scena americana di qualche anno dopo: soprattutto, è un lavoro di altissimo livello. E questo nonostante sia un po’ acerbo: rispetto ai successori, con più influssi neofolk (comunque già presenti) e post-rock, qui gli statunitensi sono più ancorati alla tradizione black, e presentano inedite influenze gothic. Ma hanno già le idee chiarissime, e il loro livello è già eccelso: lo dimostrano pezzi come She Painted Fire Across the Skyline, Hallways of Enchanted Ebony e As Embers Dress the Sky, picchi di una scaletta senza nulla che non sia almeno ottimo. È anche per questo che Pale Folklore si rivela alla fine un album eccezionale, a un soffio dalla perfezione; se poi è vero che gli Agalloch faranno anche di meglio in futuro, non è un buon motivo per sottovalutarlo!

La recensione completa:

A oggi, la scena black metal americana è rinomata e apprezzata in tutto il mondo per le sue caratteristiche uniche, che vantano molti tentativi di imitazione – non sempre riusciti. Ma il suo successo è una questione piuttosto recente: per esempio, ancora alla fine degli anni novanta il black rimaneva un genere riservato all’Europa, mentre gli Stati Uniti, così fertili in alti campi, ancora non avevano prodotto quasi nulla. Qualcosa però si stava già muovendo: se è vero che la scena attecchirà solo alla metà degli anni duemila, le sue radici vengono piantate proprio alla fine del decennio precedente. Si può anche definire una data precisa: il 6 giugno del 1999, giorno in cui vide la luce Pale Folklore, esordio sulla lunga distanza degli Agalloch. Seppur la sua carriera successiva l’abbia portata ad abbracciare un genere lontano dal black, le radici della band di Portland, Oregon, affondano proprio in questo stile. Ma lo fanno in maniera già personale e avanti coi tempi: se all’epoca il black metal ancora soltanto rabbioso e oscuro, gli Agalloch già propongono un approccio meno selvaggio, più caldo e “paesaggistico”. Pale Folklore sviluppa infatti lo stile atmosferico proposto dai primi Ulver: il suo suono ha frequenti influssi folk, nella maniera che gli americani propongono da sempre. Niente violini o flauti, quindi, quanto piuttosto una componente definibile “neofolk”, con melodie malinconiche di chitarra che ben si mescolano col tessuto metal. In più, Pale Folklore ha anche qualche influenza post-rock, ma per ora molto meno spinta di quanto gli Agalloch svilupperanno in futuro; in compenso, molte melodie hanno un inedita anima gothic, che poi il gruppo perderà col tempo. Tuttavia, la base rimane ancora molto legata al black: è questo a far sì che Pale Folklore si possa considerare persino acerbo, nonché molto tradizionale se paragonato agli altri dischi della band americana. Ma magari tutti i dischi acerbi fossero così! Se non altro, ha in sé già tutti gli elementi che renderanno poi gli Agalloch grandi, dalle melodie ricercate all’aura calda e accogliente che è la loro bandiera da sempre. Ma questo è il minimo: il fatto migliore è che Pale Folklore è splendido anche nella sua immaturità. Segno che dietro c’era una band giovane ma già con le idee chiare, che voleva fare qualcosa di nuovo e ci è riuscita nel migliore dei modi!

Il disco si apre con She Painted Fire Across the Skyline, che già evidenzia tutto il coraggio di osare degli americani. Si tratta di una estesa suite (la più lunga del disco) divisa in tre parti: la prima si avvia con molta calma, col suono del vento su cui presto arriva a stagliarsi una melodia di chitarra. È lenta, malinconica, stridente ma non in senso negativo, e prosegue a lungo, virando solo dopo un paio di minuti su qualcosa di anche più strano, simile ma più chiuso. È il prodromo all’arrivo della traccia vera e propria, che poi assume più potenza: merito di ritmiche di influsso addirittura doom, ma sulla falsariga della melodia precedente. La segue  anche la chitarra in lead, che poi però la abbandona per qualcosa di meno ossessivo: presto si ritrova a pennellare belle melodie, lontane e avvolgenti, con quello spirito paesaggistico che è già una firma degli americani. Presto però tutto questo lascia spazio a un lungo stacco più soffice e particolare. La base è espansa, con una chitarra pulita autrice di un fraseggio lontano, quasi più prog che folk, su cui il sussurro di John Haughm si accoppia a tratti con la voce da tenore di un’ignota voce femminile (si sa solo che all’epoca era la ragazza del chitarrista Don Anderson). La musica poi torna a crescere, prima attraverso lenti accordi, ma poi il dinamismo si accentua in una frazione black piuttosto preoccupata, seppur ci sia spazio anche per un bel tocco di melodia. Tuttavia, anche questo non dura, perché presto la norma iniziale torna e alla fine si dilata ancora di più, col ritorno dell’effetto vento e l’arrivo delle percussioni di Haughm, che le danno un tono vagamente marziale. È il prodromo alla seconda parte di She Painted…, che poi esordisce più semplice e diretta: da un arpeggio di chitarra folk emerge un brano che gli accoppia una base metal semplice, con un retrogusto gothic più che vago. Anche l’atmosfera risente della sua influenza: nonostante le ritmiche black, è calda e malinconica, e pian piano lo diventa di più, grazie anche agli ottimi assoli, che disegnano bellissime melodie in accoppiata con lo scream del cantante. Stavolta questa norma avanza per poco, prima di spegnersi all’improvviso: lascia spazio a un arpeggio semplice, ondeggiante, malinconico di chitarra pulita. È un breve interludio prima che She Painted Fire Across the Skyline part 3 entri nel vivo: ha un feeling gotico ancora più spinto, la sua nostalgia ricorda quasi gruppi come i Paradise Lost. Ma anche questo è un intro, perché poi gli statunitensi tornano alla loro anima più folk: parte da un breve stacco pulito, per poi esplodere in un momento davvero poetico, grazie agli incroci tra tanti fraseggi e arrangiamenti diversi. Sono l’anima di una progressione sempre ricercata, avvolgente al massimo, che colpisce dentro per calore e a tratti si fa più lontana e solenne, come al centro, in cui l’influenza doomy torna insieme a delle campane o quando spuntano percussioni quasi orchestrali. È un’evoluzione senza un vero momento morto nei suoi lunghi minuti, e alla fine ci riconduce alla base della prima parte. Arricchita dallo scream del frontman, dà un finale davvero di impatto al pezzo, prima che si spenga com’era finita, con un outro che ricalca il preludio, seppur in forma più mogia, e una breve coda di pianoforte. È il finale di diciotto minuti con pochissimi momenti morti e tantissima sostanza, un affresco grandioso, che entra di diritto non solo tra i pezzi migliori di Pale Folklore ma anche tra i maggiori capolavori degli Agalloch!

Saggiamente, dopo una suite così titanica gli Agalloch fanno respirare l’ascoltatore con The Misshapen Steed, lungo interludio di atmosfera senza traccia di metal. Su un effetto vento sordo, all’inizio si staglia la melodia delicata e intimista quella che sembra un’arpa oppure una tastiera molto effettata, presto raggiunta dal pianoforte di Shane Breyer e occasionalmente da qualche effetto in sottofondo. Quest’ultima anima però pian piano prende il sopravvento, per qualcosa che vira verso l’ambient: la canzone però non ha finito di riservare sorprese, visto che dopo pochissimo ci ritroviamo dentro un affresco sinfonico, semplice ma avvolgente. Le orchestrazioni poi rimangono in scena, meno rumorose e più placide, anche al ritorno dell’anima precedente: è un lungo finale che pian piano si spegne, sempre con una bella delicatezza, fino a una coda intima. È la perfetta parola fine per un episodio forse non significativo come gli altri, ma bello e piacevole al massimo: di sicuro non stona neppure in un album del livello eccezionale di questo! Hallways of Enchanted Ebony si apre quindi in maniera che più malinconica non si può, con un arpeggio folk di nuovo elementare, ma che sin da subito colpisce. E continua a farlo anche quando torniamo su lidi metal, in questo caso quasi più vicini al gothic che al black: il tutto in ogni caso è di efficacia estrema, sia in questa base principale, sia nelle strofe, più di basso profilo ma fascinose il giusto. L’apice però lo raggiungono i ritornelli, invece più riottosi, ma di un’agitazione lancinante, che colpisce per la sua infelicità: merito anche del cantato di Haughm, in scream ma catchy in maniera incredibile, specie per il genere. Ottime anche i lunghi passaggi strumentali posti qua e là: mescolano melodie black, gothic, post-rock in una lunga teoria di tratti ritmici e assoli ancora eterei, immaginifici, di gran carica avvolgente.  Ma anche il resto non è male: ogni arrangiamento è ben ponderato, e nel suo scorrere quasi placido la traccia riesce a tenere alta l’attenzione in quasi tutti i suoi dieci minuti di durata. Nemmeno il lungo outro stona: dura oltre due minuti, con solo lo stesso (ottimo) arpeggio su una base di rumori, ma non risulta mai prolisso, anzi ha un gran bel fascino. È un altro passaggio di qualità per un brano lunghissimo ma efficace in ogni momento, un altro dei picchi assoluti di Pale Folklore!

Stavolta Dead Winter Days inizia subito potente, con un bellissimo e nostalgico riff ancora a metà tra black e gothic: in questo caso è spesso vorticoso, ma il ritmo impostata da Haughm rimane lento. Sembra che debba rimanere a lungo su questa norma, con solo piccole variazioni melodiche, ma poi tutto si spegne in una frazione con la chitarra pulita. Prima lenta, poi veloce, dà il là al pezzo vero e proprio, che riprende qualcosa dall’intro ma è più dinamica e sognante, nel senso malinconico del termine: evoca subito un bel pathos, crepuscolare e nebbioso. È ciò che valorizza sia le strofe, in cui domina l’accoppiata chitarra pulita folk-riff ronzante, sia i ritornelli, quasi rockeggianti ma con un bel tocco doom che dà loro la giusta incisività. Ma c’è spazio a tratti anche per passaggi nervosi, di carattere più black, al centro di cui però spunta per la prima volta la voce pulita del frontman, in accoppiata con un fraseggio folk pulito. È un prodromo al futuro degli americani, come lo è la parte successiva, un assolo di quelle melodie tradizionali che faranno la fortuna futura del gruppo. È sotto la sua guida che, pian piano, torniamo verso qualcosa di più vorticoso, fino a che non ci ritroviamo nella falsariga iniziale. Tra passaggi in cui tornano la morbidezza, altri in cui la stessa norma viene portata su un livello maestoso e ricercato e una coda melodica e malinconica. È  un lungo finale molto avvolgente per un pezzo di nuovo splendido, non tra i migliori del disco ma solo per poco! Qualche colpo di pianoforte, quasi tagliato col coltello, poi ci ritroviamo subito in As Embers Dress the Sky, vorticosa ma subito da estasi assoluta grazie pure a Haughm che stavolta usa la voce pulita. È una norma di malinconia estrema, che però si potenzia ancora di più grazie alla frazione che segue: più orientate al black metal, ha anch’essa però un gran coefficiente melodico, con un fraseggio da urlo, semplice ma geniale. Questo dualismo crea già da subito un’aura dimessa, ma la progressione, più tortuosa del solito, non è da meno. Pian piano infatti il pezzo deriva verso belle melodie, a tratti ronzanti alla maniera del black, altrove di influsso ancora doom, fino a che non spunta la chitarra folk. Quest’ultima prende anche il sopravvento, dopo un breve intermezzo più movimentato, con una base black e lo scream in duetto con la voce femminile: il centro è invece una lunga progressione folk, persino serena. O almeno così sembra: gli assoli di chitarra stavolta sono calmi, senza nemmeno un ombra di oscurità, e lo stesso vale per l’assolo, a metà tra post-rock e addirittura blues, che dà al tutto un tocco di sentimento in più. Ma la malinconia tipica degli Agalloch ancora cova sotto le ceneri, e dopo poco torna a fluire, prima sempre morbida, ma poi con più forza. È l’inizio di una progressione che all’inizio è un po’ abbottonata, ma pian piano perde tutte le sue inibizioni e diventa liberatoria, un flusso di melodie disperata e grandiosa, che esplode per poi cominciare quasi subito a spegnersi. È il gran finale di un episodio meraviglioso, il più bello di Pale Folklore con la opener e Hallways of Enchanted Ebony!

The Melancholy Spirit se la prende con molta calma: come la traccia d’apertura, parte con un effetto vento, a cui si sovrappone presto un arpeggio pensieroso, riflessivo. È una base che stavolta non scatta subito, anzi va avanti per oltre due minuti, cambiando giusto di poco: solo poi il pezzo si modifica e si addensa. Ma anche quando lo fa, rimane molto dilatato: oltre alla permanenza in scena delle chitarre pulite, stavolta il ritmo è ondeggiante, espanso, e il riffage lo segue, puro black metal atmosferico della scuola più eterea. Si tratta di un’impostazione che resta a lungo, attraverso i tanti saliscendi che portano la canzone a tratti a tornare su lidi soffici, con influssi folk e post-rock, e a tratti a esplodere in sfoghi potenti ma lenti ed espansi, di vago influsso doom. Ma arrivati quasi a metà, il tutto si addensa: ci ritroviamo allora in una falsariga movimentata, semplice ma diretta con il suo vago retrogusto addirittura rockeggiante. Nonostante la sua semplicità, incide a meraviglia nelle varie volte che compare, intervallata spesso con frazioni più morbide: succede per esempio sulla trequarti, un lungo interludio lirico di pura matrice folk. La stessa anima torna poi, dopo l’ultimo sfogo: il finale è una lunghissima progressione espansa, tra momenti post-rock, altri espansi ma con la chitarra in lead e altri ancora di semplice folk, il tutto fino all’outro. Lungo, è un mogio assolo di pianoforte echeggiato e lontano: un ottimo, nostalgico finale molto adatto all’ennesima traccia di altissima qualità del lotto. Ma il fatto ancor più incredibile è che, anche così, risulta forse il meno bello del disco che porta a termine: ciò la dice lunga sulle qualità di quest’ultimo!

Per concludere, Pale Folklore è un lavoro senza nemmeno un momento davvero brutto: con un livello altissimo, riesce addirittura a sfiorare la perfezione. Forse la raggiungerebbe anche, se non ci fossero termini di paragone: peccato solo che tre anni dopo gli Agalloch pubblicheranno The Mantle, che riesce nell’impresa quasi impossibile di fare meglio. Ma in ogni caso, se ti piace il black metal americano, questo è un disco che non può mancarti: può anche non importarti quanto sia storico, basta la sua sostanza di qualità incredibile a renderlo un acquisto obbligato!

Voto: 99/100

Circa trent’anni fa, il 6 giugno 1999, vedeva la luce Pale Folklore degli Agalloch. Come detto nella recensione non è solo un capolavoro ma anche un album cardine nel black metal americano, così in avanti da stabilire coordinate che poi la scena riprenderà solo dopo diversi anni, nonché l’inizio di una delle band più innovative dell’ultimo periodo. Per tutti questi motivi, a vent’anni di distanza, una delle nostre recensioni celebrative era quasi d’obbligo!
Mattia

Lineup: 

  1. She Painted Fire Across the Skyline part 1 – 08:35
  2. She Painted Fire Across the Skyline part 2 – 03:09
  3. She Painted Fire Across the Skyline part 3 – 07:09
  4. The Misshapen Steed – 04:54
  5. Hallways of Enchanted Ebony – 09:59
  6. Dead Winter Days – 07:51
  7. As Embers Dress the Sky – 08:04
  8. The Melancholy Spirit – 12:25
Durata totale: 01:02:06
 
Lineup: 
  • John Haughm – voce, chitarra, batteria
  • Don Anderson – chitarra
  • Shane Breyer – tastiere
  • Jason William Walton – basso

Genere: black/gothic/folk metal
Sottogenere: melodic black/neofolk metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook degli Agalloch

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