Black Therapy – Echoes of Dying Memories (2019)

Per chi ha fretta:
Pur potendo contare su un suono originale, Echoes of Dying Memories (2019), terzo album dei romani Black Therapy, è un disco che lascia un po’ a desiderare. Da un lato, lo stile del gruppo ha buona personalità: è un death metal ipermelodico con influssi vari che gli danno un appeal moderno e fascinoso. Ma i capitolini non riescono a supportarlo con le giuste idee: la scaletta è molto omogenea, con canzoni difficili da distinguere le une dalle altre, e dettagli che tendono a ripetersi. Per fortuna, al suo interno c’è anche qualche bella zampata, come la malinconica title-track, la sognante Dreaming e la variegata e marziale Burning Abyss. Se questo, insieme alla loro personalità, consente ai Black Therapy di raggiungere un’ampia sufficienza, i romani non vanno oltre: Echoes of Dying Memories è un disco piacevole, ma poteva essere migliore!

La recensione completa:

Come ci ho tenuto spesso a sottolineare nelle mie recensioni, l’originalità nella musica è importante, ma non è tutto. Si può essere originali, ma senza qualità e le giuste idee non si va molto lontano: è il caso dei romani Black Therapy e del loro Echoes of Dying Memories. Terzo album di una carriera che proprio nel 2019 raggiunge il decennio, uscito sotto la svedese Black Lion Records lo scorso 11 marzo, è un lavoro che dal punto dello stile ha molto da dire. Al suo interno, i capitolini suonano un death metal non melodico, di più: i riff davvero aggressivi sono pochi, come i momenti di accelerazione, per il resto il tutto si basa su incroci di chitarra ricercati. Sono melodie ben studiate per colpire bene come lo sono le atmosfere, malinconiche nella giusta misura: in entrambi i campi, i Black Therapy mostrano un ottimo gusto, il che valorizza molto Echoes of Dying Memories. Aggiungendoci anche qualche influsso esterno, soprattutto metalcore ma a tratti anche gothic e doom in certe melodie e riff, ne esce un genere non originalissimo ma personale, moderno, col giusto fascino. Peccato però che i romani non lo supportino con la giusta quantità di idee: nella scaletta ce ne sono poche, e la conseguenza è un’omogeneità molto spinta, che a tratti rende arduo riconoscere le canzoni le une dalle altre. Il risultato è che Echoes of Dying Memories a tratti si smarrisce, con pezzi carini presi a sé stante ma che perdono uniti insieme. Per fortuna, i Black Therapy riescono a piazzare anche qualche bella zampata: è questo a consentire al disco di raggiungere una comoda sufficienza. Tuttavia, i capitolini non vanno molto oltre, ed è un peccato: la mia idea è che potessero fare di meglio, anzi dovessero, vista la loro lunga esperienza e sopratutto la già citata personalità.

L’album esordisce con un breve intro, molto lento e mogio: anticipa il tema su cui poi Phoenix Rising si muoverà anche più tardi, riletto in una versione espansa e melodica, ma con una certa potenza. Si tratta di una norma che torna ogni tanto, ma il pezzo di norma è più movimentato: lo sono le strofe, non velocissime  ma piuttosto dirette nonostante l’armonia faccia capolino a tratti. È tuttavia una presenza minore, mentre solo coi ritornelli torna protagonista: lenti e malinconici, si rivelano un po’ anonimi e colpiscono meno del resto, ma per il resto sono carini, gradevoli. Al contrario, il momento centrale è il più bello dell’intero pezzo, con l’assolo malinconico che si staglia su uno sfondo dilatato come all’inizio, un momento quasi lirico. Arricchisce bene un pezzo non eccezionale ma discreto: tutto sommato, il disco si apre in maniera efficace. La successiva Ideal esordisce nervosa e cupa, con un incrocio vorticoso tra uno sfondo ossessivo e le melodie preoccupate della chitarra. È una bella premessa, ma poi si perde: colpa soprattutto della norma primaria, con lunghe strofe dritte ma un po’ insipide. Un po’ ne soffrono anche i ritornelli, più aggressivi e con una melodia di base non del tutto riuscita, per quanto alla fine riescano a stamparsi nella mente in maniera discreta. Il momento più in vista sono invece gli stacchi spezzettati di influsso metalcore che appaiono a tratti: non saranno il massimo della bellezza, ma qualcosa da dire in più ce l’hanno. Insieme all’assolo centrale, di nuovo ben studiato, sono l’unico elemento che si salva in un pezzo per il resto non troppo appetibile, che passa senza lasciarsi nessuna traccia alle spalle. Per fortuna, a questo punto l’album si ritira su con Echoes of Dying Memories: si apre con un breve intro ambient, subito invaso da una chitarra lenta, effettatissima. È da qui che si stacca qualcosa di lento, con persino un riff doom, su cui presto arriva una melodia invece che ricorda il gothic metal. È un’anima che i Black Therapy ripropongono a lungo nel pezzo: si ripresenta per esempio nei ritornelli, decadenti e di gran nostalgia grazie a una linea melodica che stavolta colpisce alla grande. Più dure sono invece le strofe, potenti e grasse, con persino un vago retrogusto groove metal nelle ritmiche suonate da Andrea Mataloni e Davide Celletti: il loro contrasto con i refrain non stona, anzi le due parti si valorizzano a vicenda. Bella anche la frazione centrale, crepuscolare e ricercata: è la ciliegina sulla torta di un pezzo buonissimo, uno dei migliori del disco a cui dà il nome!

Stavolta, Dreaming entra subito nel vivo: parte quasi dalla fine della precedente, e dopo pochi secondi siamo già nel suo riff principale, movimentato e vorticante. Il pezzo poi lo diventa anche di più col tempo: divise tra una prima di influsso metalcore e una che torna al melodeath più classica, sempre sullo stesso tema musicale, le strofe sono dirette e dopo poco ci conducono ai ritornelli. Essi invece si aprono molto: come indica il titolo stesso, sono sognanti e hanno un bel pathos, molto avvolgente e intenso, che colpisce bene. Ottima inoltre la scelta di tirare dritto, con solo un breve momento strumentale al centro, al solito ben realizzato, come unica variazione. È quanto basta per un episodio che sembra una scelta saggia come singolo per Echoes of Dying Memories: non solo è adatto, viste le sue caratteristiche, ma è anche poco lontano dai suoi picchi. Purtroppo, con Rejecting Me torniamo invece ai problemi dei Black Therapy: già dall’inizio, risulta un po’ prolissa, con la sua melodia anche carina ma che cresce in maniera lenta, fin troppo per i miei gusti. Solo dopo quasi due minuti entra in scena la strofa: vorrebbe incidere e al tempo stesso essere espansa, con il growl alto di Giuseppe Di Giorgio e ritmiche rocciose accoppiate a una melodia lontana di chitarra pulita. Finisce però per non essere ne carne ne pesce : meglio fanno invece i chorus, con una direzione più decisa, costituita da una bella melodia, lontana e di buona tensione emotiva. Anch’essi però finiscono spesso per perdersi in una coda anonima, poco appetibile: è in generale il destino dell’intero pezzo, che suona non solo un po’ “già sentito”, ma ben poco significativo. I suoi quasi sette minuti trascorrono senza nulla che dia fastidio, ma anche senza nessuno scossone che attiri un minimo l’attenzione: è questo a renderlo in assoluto il pezzo meno bello di tutto il disco. A questo punto, è il turno di The Winter of Your Suffering, con cui la band romana si prende una pausa: il metal lascia spazio a un interludio espanso, tranquillo. A guidarlo sin dall’inizio è il pianoforte: all’inizio è da solo, ma poi ad aiutarlo spunta la tastiera, che gli dà una mano a creare un’aura dimessa e sottile. In pratica è tutto qui: il tema musicale rimane simile a sé stesso per gli oltre tre minuti di durata, e finisce per risultare di nuovo un po’ prolisso. È per questo che, nonostante sia carino, abbiamo un intermezzo non imprescindibile né un minimo significativo.

A questo punto, quando uno pensa di aver già capito come andrà a finire, i Black Therapy ci stupiscono con Burning Abyss, una novità in Echoes of Dying Memories. L’attacco è espanso, quasi da black/viking metal: un senso che poi rimane anche quando l’armonia ci riporta verso il melodeath tipico dei romani. Le strofe si rivelano dure, persino epicheggianti nel loro incedere incalzante: ricorda quasi una versione più melodica e calma degli Amon Amarth. Ma poi il tutto stacca verso chorus espansi, di infelicità quasi lancinante: per quanto sappia un filo di già sentito, il florilegio di melodie incide alla grande. Il bello è che il dualismo nella sua diversità funziona benissimo: merito anche di qualche variazione rara ma ben riuscita, come la potente parte centrale, con qualche sfogo death ma anche stacchi che ricordano da lontano addirittura il black sinfonico, con tanto di blast beat di Luca Marini. È la ciliegina sulla torta di un gran bel pezzo, il migliore del disco con la title-track! La seguente Scars ha un inizio promettente, una bella melodia riflessiva, ma poi come già successo a volte si perde. Lo fanno in parte già le strofe: sono melodeath molto classico, ma tutto sommato hanno la giusta potenza, almeno finché, pian piano, non si aprono. Alla fine ci ritroviamo in chorus che non sarebbero neppure male, non fosse che sanno di già sentito da un chilometro: anche per questo, pur essendo carina la melodia di base non impressiona granché. Qualche bel momento è anche presente: su tutti, brillano i ritorni di fiamma dell’inizio oppure l’assolo centrale firmato da un ospite d’eccezione come Asim Searah degli Wintersun, da metal classico ma adatto al contesto. È troppo poco tuttavia per valorizzare un pezzo riuscito a metà, che alla fine risulta sufficiente ma nulla più. La conclusiva Ruins si apre quindi con un riff espanso, sognante, seguito a ruota da una melodia che suona di nuovo un po’ trita. Per fortuna però la direzione cambia presto: le strofe hanno un’agitazione maggiore rispetto alla media, con la loro melodia stavolta non accogliente, anzi nervosa, crepuscolare. È un’impostazione che poi si accentua, per frazioni lente ma stavolta spoglie, senza lead di chitarra, sostituiti da ritmiche dissonanti: sono il giusto prodromo all’esplosione dei refrain. Per l’occasione, Di Giorgio lascia spazio a Sami El Kadid (Admiron, Invernoir), che canta in pulito. Ci ritroviamo così in un ambiente sognante, oscuro ma in maniera espansa, accogliente: un’aura che continua anche nella seconda metà, in cui lo scream torna ma esprime un buon dolore sulle melodie non troppo banali al di sotto. Bello anche il finale, che invece di ripetere la solita struttura deriva su melodie malinconiche e quasi speranzose: è così che termina un buonissimo pezzo, non eccezionale ma nemmeno troppo lontano dal meglio del disco che chiude!

Come già detto all’inizio, Echoes from Dying Memories si rivela un album sufficiente, ma a parte questo è un’occasione sprecata. I Black Therapy non sono i classici cloni di qualcuno, o uno di quei mille gruppi che suonano metal estremo ispirandosi a suoni che erano stantii già vent’anni fa: hanno buone capacità, e potevano sfruttarle molto meglio di così. Comunque sia, se desideri qualcosa di particolare e ti piace il metal più melodico, il loro lavoro potrà fare lo stesso al caso tuo: a patto, beninteso, che tu non stia cercando un capolavoro!

Voto: 66/100


Mattia

Tracklist: 

  1. Phoenix Rising – 06:09
  2. Ideal – 05:36
  3. Echoes of Dying Memories – 05:08
  4. Dreaming – 03:52
  5. Rejecting Me – 06:35
  6. The Winter of Your Suffering – 03:08
  7. Burning Abyss – 04:24
  8. Scars – 04:48
  9. Ruins – 05:16
Durata totale: 44:56
 
Lineup: 
  • Giuseppe Di Giorgio – voce
  • Davide Celletti – chitarra
  • Andrea Mataloni – chitarra
  • Lorenzo Carlini – basso
  • Luca Marini – batteria
Genere: death metal 
Sottogenere: melodic death metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Black Therapy

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento