Iron Fire – Beyond the Void (2019)

Per chi ha fretta:
Beyond the Void (2019), nono album degli Iron Fire, è un lavoro all’altezza della lunga carriera dei danesi. Lo è di sicuro il loro power metal: diviso tra pulsioni speed e primigenie e altre melodiche e moderne, non è nulla di nuovo, ma presenta un’anima oscura che lo fa funzionare bene. È questo il segreto principale del disco, e la classe della band fa il resto: lo provano pezzi come la catturante title-track, la variegata Final Warning, la malinconica Cold Chains of the North e l’oscura The Devil’s Path. Sono i picchi assoluti di un disco che anche di media incide molto bene: forse non sarà un capolavoro, ma Beyond the Void si rivela lo stesso ottimo e apprezzabile da tutti i fan del power metal!

La recensione completa:

Per chi conosce bene il power metal europeo, i danesi Iron Fire non sono un nome nuovo. Nella loro carriera, cominciata nel lontano 1995 e con all’attivo ben nove album, non hanno mai sfondato tra i gruppi di punta, ma si sono comunque ricavati una bella nicchia tra le seconde file di lusso della scena europea. E capire il perché non è difficile: basta ascoltare l’ultimo album Beyond the Void, uscito lo scorso 8 marzo grazie alla norvegese Crime Records. È un disco in cui si sente subito la classe degli Iron Fire, sin dallo stile: è il genere che il gruppo suona da anni, un power metal per molti lati tradizionale, ma non scontato o trito come uno potrebbe pensare. Se da un lato le melodie sono quelle dell’incarnazione moderna (che gli stessi danesi hanno contribuito a creare negli anni duemila), dall’altro il disco guarda alla origini del genere, specie per quanto riguarda la durezza di certe soluzioni. Lo testimoniano anche alcuni influssi thrash e heavy che a tratti fanno capolino: anch’essi contribuiscono ad aumentare le sfumature di Beyond the Void, a renderlo variegato. Ma il vero segreto degli Iron Fire qui è il mood negativo (anticipato dalla copertina, che come la canzone omonima è ispirato a It di Stephen King): è a volte vicino al dark power, che si alterna però con frazioni più aperte, per quanto anch’esse suonino spesso malinconiche. Ciò consente ai danesi di dare qualcosa di più a un genere che di suo non è nulla di nuovo, ma che in questo modo funziona bene. E se ogni tanto Beyond the Void suona un po’ di maniera, non è un problema: non solo è normale per una band con una carriera lunga e sostanziosa come gli Iron Fire, ma non inficia un lavoro che, come leggerai nella recensione, è di gran sostanza!

Intro, lo dice il nome stesso, è il più classico dei preludi: quaranta secondi di suoni inquietanti e melodie pseudo-sinfoniche quasi da colonna sonora da film horror. E se forse non è molto in linea con le atmosfere del disco, si rivela lo stesso una partenza efficace, prima che una rullata di Gunnar Olsen e un attacco del basso di Martin Steene diano il via a Beyond the Void. Sin dall’inizio, si muove su toni animati ma anche piuttosto cupi: lo evoca bene un riffage di base ombroso, ribassato in una maniera che si sente di rado nel power. Gli Iron Fire lo schierano poi anche nelle strofe, sottotraccia ma sempre preoccupate: una sensazione che si fa ancor più intensa nei bridge, oscuri e vertiginosi, di gran oscurità. La luce però non è del tutto assente: esplode anzi nei ritornelli, liberatori al massimo con la loro melodia da power melodico, per quanto velocità, potenza e anche un filo di preoccupazione siano ancora presenti. Oscura, e persino con qualche influenza alternativa, è poi la frazione centrale, peraltro di buona fattura: anche per questo, si integra bene in un pezzo davvero ottimo, che apre l’album omonimo col botto! Un brevissimo intro ambient, rarefatto, poi siamo già nel macinante riffage di Final Warning, tortuoso e molto incisivo. La potenza rimane al primo posto anche quando il tutto entra nel vivo: lo mostrano bene le strofe, che si muovono su tempo medio, ma riescono lo stesso a graffiare, con la loro aggressività quasi thrash. Pian piano però il pezzo assume una maggior melodia: succede con bridge più calmi, quasi obliqui, che introducono refrain malinconici, in cui le chitarre di Kirk Backarach mettono in mostra ottimi incroci sopra ai cori che raddoppiano la voce di Steene. È un momento catchy, che si stampa in mente con facilità e colpisce bene, ma il resto non è da meno: anche stavolta, il brano è congegnato a dovere anche nei dettagli, come per esempio la variegata e avvolgente frazione centrale. Il risultato è un brano ottimo, poco lontano dai picchi del disco. Ma va ancora meglio con Cold Chains of the North: si avvia in una maniera quasi scontata, con una chitarra solista su una base dinamica, power metal quasi banale. Poi però la canzone prende un’altra strada: le strofe iniziano da una frazione possente, che ricorda quasi l’heavy metal più riottoso, e anche quando il ritmo si fa più dritto rimane animata. È una lenta salita che poi, dopo bridge rallentati di pochi secondi, ci conduce a ritornelli semplicissimi ma splendidi: la loro melodia non è nulla di nuovo, ma con la loro nostalgia sognante e crepuscolare risultano efficaci all’estremo. Un assolo classico al centro è tutto quel che serve di altro a un pezzo già di suo eccezionale, senza dubbio un altro dei picchi di Beyond the Void!

Dopo un avvio così sfolgorante, gli Iron Fire abbassano l’asticella con Wrong Turn, che parte da un riffage ribassato, grasso e persino di vaghissima influenza doom. Torna a tratti lungo il pezzo, seppur il resto sia più in linea col power dei danesi:  Lo sono sia le strofe, dinamiche e di norma piuttosto pesanti, sia i bridge, anche più d’impatto col loro riff spezzettato. Anche i ritornelli non fanno eccezione, coi cori e il tappeto di doppia cassa che spunta spesso: tuttavia, al contrario del resto non esplodono molto, anzi risultano un po’ troppo obliqui e strani. È un elemento che castra un po’ un pezzo per il resto carino, e con qualche bello spunto: brilla su tutti la sezione centrale, rallentata e di influsso heavy moderno, che colpisce con forza lungo tutta la sua durata. Non è abbastanza per ritirare su il pezzo dall’essere il meno bello di tutto il disco: a parte questo però il complesso si difende e risulta comunque discreto, certo non da buttare! La seguente Bones and Gasoline parte lenta, con un arpeggio di chitarra pulita di vago retrogusto addirittura prog: dà quasi l’idea di essere una ballata, ma poi la band inizia ad accelerare. È un crescendo lento, che solo dopo quasi un minuto ci porta nella norma di base, dinamica e power ma sempre molto melodica: sono gli intrecci melodici a dominare, più che il riff. È la stessa impostazione che rimane nei chorus: sullo stesso ritmo, si arricchiscono della malinconica melodia vocale di Steene, un pelo leggerina ma per il resto adatta alla situazione. Ancor più placide sono le strofe, con la melodia di chitarra pulita iniziale che torna e rimane anche nei più potenti bridge; solo ogni tanto invece c’è qualche stacco più energico, di norma di pochi secondi. Solo al centro si cambia: è una bella sezione potente, macinante, di influsso thrash , almeno prima del vorticoso, intrigante assolo. Insieme a qualche altro cambio azzeccato di arrangiamento, è un valore aggiunto per una traccia che non fa gridare al miracolo, ma di sicuro valida e piacevole al punto giusto! È ora il momento di Old Habits Die Hard: esordisce con un florilegio di chitarre dei più classici nel power metal. E stavolta non è del tutto una falsa premessa, visto che a livello melodico il pezzo si muove proprio sulla tradizione: lo dimostrano non solo i ritorni di fiamma dell’inizio ma anche i chorus. Lenti, hanno però tantissime melodie, che li collegano al periodo d’oro del power melodico: anche per questo, si rivelano malinconici al punto giusto, e pur non essendo da urlo avvolgono il giusto. Lo stesso vale per i bridge, ritmati e malinconici; più dure e in linea con l’anima più ombrosa degli Iron Fire in Beyond the Void sono invece le strofe, pesanti grazie anche a Steene che graffia più del solito. Lo stesso vale per il tratto centrale, cadenzato e dal suono moderno nel riffage, grasso e potente, ma old school nell’assolo preoccupato al di sopra. Ancora una volta, è il giusto contraltare per un altro brano non eccezionale ma godibile nel verso giusto.

Judgement Day è l’unica vera ballata del disco, ma comincia  elettrica, con le chitarre di Backarach ad anticipare il tema musicale principe che dominerà poi. Pochi secondi, poi siamo già nella norma di base: lenta, è retta da una sezione ritmica lieve e da un mogio arpeggio (in seguito accompagnato da qualche eco distorto ma molto lieve), sopra a cui si staglia la voce del frontman, che le dà un bel pathos. È lo stesso che si amplia ancora nel seguito, prima in bridge un po’ più densi ma sempre espansi e melodiosi, e poi con forza nei ritornelli. Densi ma mai aggressivi, nel loro vortice di armonie evocano una gran sofferenza, ben generata da Steene, che si scambia con cori quasi evocativi, pomposi non fosse per la tristezza che ne sprigiona. Ottima è anche la parte centrale, quasi drammatica nel suo crescendo che non accelera mai troppo ma colpisce al cuore, grazie sempre al cantante e alle melodie alle sue spalle. L’evoluzione tocca un apice prima che il tutto si spenga in un interludio ambient: è il prodromo a un bell’assolo che alla fine ci riconduce alla norma di base, per un ritornello ancora più sentito. È la giusta chiusura per una ballad che non sarà il massimo dell’originalità, ma il suo lavoro lo svolge a meraviglia, e di sicuro in un album come Beyond the Void non stona, anzi! Con To Hell and Back, gli Iron Fire tornano al metal – e lo fanno con forza assoluta! Il suo attacco è già nervoso, con chiare influenze thrash moderno e addirittura groove: una componente che poi rimane anche quando il pezzo entra nel vivo, accelerando con forza. Divisa tra momenti terremotanti e strofe meno estreme ma sempre ritmate e aggressive, la norma ha una gran energia distruttiva; non sono da meno i bridge, in cui l’eco thrash si accentua ancora di più. Ma l’anima più melodica dei danesi non è sparita: torna invece coi ritornelli, liberatori e melodici oltre che classici – per quanto una certa oscurità afflitta rimanga anche in essi. È proprio questa l’aura che evoca il pezzo lungo tutta la sua durata: non fa eccezione nemmeno la parte centrale, divisa tra momenti più d’impatto – cosa che gli riesce peraltro bene – e melodie lacrimevoli. Tutto sommato, abbiamo un pezzo con un ottimo impatto, il che lo rende di buonissima qualità: forse non spicca quante altre nel disco, ma nemmeno sfigura!

One More Bullit si apre con un riffage da puro heavy metal classico: anche stavolta, un’influenza che la band danese si porta dietro lungo la canzone. La si sente bene nelle strofe, a tratti quasi rockeggianti nella loro essenza diretta, molto semplice, e anche nei bridge, rarefatti e quasi da ballad. Di poco più orientati al power sono i ritornelli, più melodici e catchy: si stampano con facilità nella mente, anche grazie a ottimi cori e a un’anima insieme disimpegnata ma malinconica, molto ben studiata. Buona anche la frazione centrale: anch’essa è semplice, quasi elementare per struttura e melodia, ma nonostante questo è adatta come contraltare per un pezzo di alto livello. Ma è un’altra storia con The Devil’s Path, che segue e dopo un brevissimo intro ambient torna a correre con forza, grazie a un riffage graffiante che ricorda molto i migliori Gamma Ray. E anche il resto è in linea col power classico: per esempio lo sono le strofe, dritte e incalzanti al punto giusto, grazie anche a un piglio abbastanza disimpegnato. O meglio, è solo un apparenza, perché una certa oscurità cova sempre in sottofondo: si sprigiona però appieno coi bridge, vorticanti e convulsi, e poi ancor di più coi refrain. Sono molto mogi, addirittura di tristezza lancinante nonostante il ritmo animato: merito della melodia cantata da Steene, orecchiabile ma di tono negativo e dell’inusuale lavoro delle chitarre alle sue spalle. Molto cupa si rivela anche la sezione strumentale, divisa tra momenti più aggressivi a livello ritmico e altri invece diretti e dinamici, entrambi però ombrosi al punto giusto. È proprio quest’anima scura a dare una marcia in più al tutto: abbiamo una canzone fantastica, il migliore di Beyond the Veil insieme alla title-track e a Cold Chains of the North! A questo punto, la scaletta è alle sue ultime battute: Out of Nowhere ha un altro avvio che ricorda l’heavy classico, specie in certe dissonanze che rimandano addirittura agli anni ottanta – seppur stavolta gli Iron Fire gli accostino un lato più power. Questo dualismo è ben rappresentato nella norma di base, divise tra momenti più cadenzati e altri invece diretti e con la doppia cassa di Olsen a reggere. Solo coi ritornelli i danesi virano sul loro lato più classico: melodici, con una certa malinconia, sanno un pelo di già sentito (più dal power in generale che nel disco) ma riescono a colpire lo stesso con la loro aura sognante. Un breve intermezzo più cupo a metà e un ritornello accelerato alla fine completano una struttura semplice e anche breve, ma di buonissima qualità, una chiusura non grandiosa ma azzeccata per un lavoro altrettanto valido!

Per concludere, Beyond the Void è un lavoro di livello elevato, almeno tre o quattro gradini sopra alla media e di certo degno di una band della fama degli Iron Fire. Poteva essere migliore? Certo, senza la lieve flessione al centro, ma in fondo ci si può accontentare così: non sarà da annali del power metal, ma per un fan del genere è oro. Ecco perché dovresti scoprirlo: se è vero che la rinascita del power attuale è dovuta a tante band giovani, anche le vecchie glorie hanno ancora parecchio da dire!

Voto: 82/100


Tracklist: 

  1. Intro – 00:39
  2. Beyond the Void – 04:02
  3. Final Warning – 03:55
  4. Cold Chains of the North – 03:39
  5. Wrong Turn – 03:43
  6. Bones and Gasoline – 04:53
  7. Old Habits Die Hard – 03:51
  8. Judgment Day – 04:33
  9. To Hell and Back – 03:26
  10. One More Bullit – 04:06
  11. The Devil’s Path – 03:49
  12. Out of Nowhere – 03:32

Durata totale: 44:08

Lineup: 

  • Martin Steene – voce e basso
  • Gunnar Olsen – batteria
  • Kirk Backarach – chitarra
Genere: power metal

Sottogenere: speed power metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook degli Iron Fire

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