Crowbar – Odd Fellows Rest (1998)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEPur essendo il quinto album dei Crowbar, Odd Fellows Rest (1998) non presenta la flessione tipica di molte band arrivate a questo punto.
GENEREIl solito sludge metal cupo, arrabbiato e nichilista della band americana.
PUNTI DI FORZALa giusta varietà interna, con ogni canzone che ha la propria personalità e ottimi spunti. Una registrazione pesantissima, che valorizza i riff grassi e le atmosfere plumbee del gruppo, entrambi validi.
PUNTI DEBOLIGiusto qualche raro momento morto.
CANZONI MIGLIORIPlanets Collide (ascolta), It’s All in the Gravity (ascolta), New Man Born (ascolta), Odd Fellows Rest (ascolta), On Frozen Ground (ascolta)
CONCLUSIONIOdd Fellows Rest si rivela alla fine un capolavoro nel suo genere, adattissimo a ogni fan dello sludge metal!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
92
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Se bazzichi almeno un po’ il mondo dello sludge metal, di sicuro conoscerai i Crowbar. Non sono solo uno dei pionieri assoluti del genere, secondi forse solo a Melvins e Eyehategod per importanza: soprattutto, da decenni portano avanti una carriera costante e ricca, con qualche album discutibile ma per il resto tanta sostanza. Ci sono tanti esempi di quest’ultima negli undici album della loro discografia principale: uno di essi è senza dubbio Odd Fellows Rest, risalente all’ormai lontano 1998. Si tratta di un grande album, in cui i Crowbar suonano lo stesso genere di sempre, uno sludge arrabbiato, cupo, e in questo caso anche con influssi groove metal. Essendo il loro quinto album, non ci si può aspettare molto: di solito questo traguardo per una band significa o un cambiamento di sonorità (e come detto non è il caso degli americani) oppure l’inizio del riciclo di idee già presentate in passato. Ma non è il caso dei Crowbar, che mantengono l’asticella molto alta: Odd Fellows Rest è un album vario e pieno di ottimi spunti. Ogni canzone della sua scaletta ha la sua personalità ben definita, e riesce a dare qualcosa: merito soprattutto della solita classe degli americani, che riescono a evocare sempre una grande pesantezza e atmosfere nichiliste il giusto. Del resto, il loro suono è aiutato molto bene da una registrazione grassa ai massimi livelli, che riesce a colpire in faccia anche nella sua essenza grezza, peraltro mai troppo spinta. È per tutti questi motivi che alla fine Odd Fellows Rest impressiona: con pochi momenti morti e tanti pezzi memorabili, riesce addirittura a sfondare la porta del capolavoro.

Intro emerge pian piano, dall’abisso, con un intreccio di chitarre lente, quasi funeree a tratti – per quanto evochino anche una certa malinconia. Anche per questo motivo, introducono bene Planets Collide, che dopo circa un minuto e mezzo prende il via, ma senza strappare. All’inizio anzi le chitarre sono ancora da sole, rarefatte: scandiscono un riff splendido, di depressione lancinante e fortissima nonostante l’assenza di mordente o di dinamismo. Riesce a incidere bene sempre, soprattutto sotto ai ritornelli, in cui la voce di Kirk Windstein è incredibilmente lirica e drammatico, specie considerando che mantiene il suo timbro sporco e grattato. Si rivelano leggere anche le strofe: ad accompagnare il cantante ci sono persino delle melodie lacrimevoli, che aumentano l’effetto dimesso, triste del pezzo. Salgono un pelino in potenza solo i bridge, più pestati, e l’arrabbiato finale: entrambi tuttavia non tentano neppure di spezzare l’aura generale. Ottima anche la frazione centrale, dominata da melodie di chitarra quasi gothic (!) che formano un accenno di assolo – una rarità assoluta per la musica dei Crowbar. È la ciliegina sulla torta di un pezzo forse poco rabbioso e sludge, ma non importa: anche così evoca grandi emozioni ed è una partenza strana ma più che azzeccata per Odd Fellows Rests, di cui è senza dubbio tra i picchi! A questo punto, gli americani tornano verso qualcosa più in linea col loro solito suono, sin dal pesante avvio di … and Suffer as One: è da lì che parte un continuo stop ‘n’ go. La struttura di base si compone di momenti espansi ma rabbiosi grazie alla voce del frontman in alternanza con altri invece possenti, debordanti, con un riffage dalle chiare venature groove metal. È quest’ultima anima che poi prende il sopravvento per i ritornelli: ancora più obliqui e dissonanti nelle melodie, ci portano attraverso un viaggio lento ma allucinato e sinistro, nonché efficace all’estremo. Nella stessa direzione va anche il passaggio centrale e quello finale, martellanti al punto giusto: corredano bene un pezzo pesante come un macigno e di livello altissimo! 1000 Years Internal War rallenta quindi i ritmi, ma stavolta lo fa in maniera graffiante, riottosa: lo si sente bene dal drumming di Jimmi “Wicked Crickett” Bower, che regge un riffage doom molto opprimente. E le coordinate non cambiano molto quando il pezzo comincia ad alternare strofe pesanti ma a loro modo sottotraccia, striscianti, e ritornelli sempre lenti ma possenti, con un bellissimo riff vertiginoso di base che li rende ancora più alienati. Entrambe le anime hanno un impatto non eccezionale ma sempre importante; tuttavia, il momento migliore è la frazione centrale, quando il ritmo accelera. Abbiamo allora una lunga cavalcata, che ci porta su lidi sempre doom e cupi, ma più dinamici, di grandissima potenza. Arricchisce di molto un pezzo che non spicca tra i migliori ma sa benissimo il fatto suo: di sicuro non sfigura in un album così.

Sin dall’inizio, To Carry the Load evoca un’angoscia oscura, soffocante, e quando poi entra nel vivo l’effetto si accentua ancora. Merito del riff di Windstein e Sammysatan Pierre Duet, che alterna saggiamente una parte più armoniosa ma ansiogena e un’altra potente, lugubre, il tutto ben coadiuvato dal cantato raspato del frontman. Il risultato è una bella norma, avvolgente con il suo carico di negatività prima dei ritornelli, ancora più rabbiosi ma con un certo pathos lancinante che colpisce bene. Buona anche il lungo finale strumentale, divisa a metà tra una falsariga doom lentissima, quasi tombale, e stacchi più ritmati e graffianti, che poi prendono il sopravvento in una seconda metà labirintica, di oscurità pesantissima. Insomma, è un passaggio funzionale in un altro brano di fattura elevata! Con December’s Spawn, i Crowbar tornano all’anima più triste già sentita all’inizio di Odd Fellows Rest. La si sente già dal lungo preludio, che presenta un riff melodico, per quanto cupo: insieme a diversi sussurri, crea subito un’atmosfera mogia, desolata. Va avanti per circa un minuto, prima che la band cominci a svilupparlo, con una progressione molto lenta ma avvolgente. Quasi senza accorgersene, uno si ritrova presto in strofe che presentano la stessa melodia ma si evolvono pian piano in senso di poco più potente. Sembra quasi che il pezzo debba di nuovo rinforzarsi sui livelli abituali, ma poi i refrain si dilatano di nuovo: rarefatti, sono molto lacrimevoli, e colpiscono con la loro incisiva carica di tristezza. Le ritmiche si fanno più graffianti solo nel finale, che si appesantisce fino a diventare convulso e devastante. È la chiusura di un pezzo che nonostante sembri un pelo incompleto, riesce comunque a mantenere alta l’asticella: non era facile, ma gli americani lo fanno senza neppure troppa fatica! Se fin’ora il disco è stato ottimo, nella seconda parte il gruppo aumenta ancora il livello: It’s All in the Gravity si apre subito col suo riff principale, debordante e pesante come un macigno: è quello che regge anche le strofe, granitiche e quasi goffe, ma in una maniera studiata per incidere meglio! Durano poco, prima di lasciare spazio a stacchi più aperti ed espansi, su cui al centro si innesta anche la voce di Windstein, pulita ed effettata in maniera da dare ancora più malinconia. È l’inizio del cambiamento per il pezzo che poi si spegne in una frazione crepuscolare con la sola chitarra pulita. Anche questo non è destinato a durare, però: nella trequarti infatti la band torna a graffiare, con un riffage ancora più intenso e d’impatto del precedente, un monolite con persino un vago retrogusto stoner. Colpisce a lungo prima di trasformarsi in qualcosa di più ossessivo, di influsso groove, che si spegne presto ma poi riparte per qualche istante (dopo un interludio lo-fi con la batteria di Wicked Crickett). Non ci poteva aspettare di meglio come finale per un pezzo eccellente, non lontano dai picchi di Odd Fellows Rest!

Behind the Black Horizon pende sul lato più classico dei Crowbar: lo si può sentire già all’inizio, quasi marziale nella sua lentezza estrema, ricordando da lontano persino certo epic doom. Ma non mancano le dissonanze tipiche del gruppo, né il loro fangoso malessere: in questo caso, pendono sul lato meno aggressivo, come dimostrano le strofe. Non sono solo lente ma hanno persino una loro delicatezza, data dal cantato meno raspato: il tutto genere un panorama soffice ma infelice, cupo, senza speranza. Ma la rabbia non manca: torna di prepotenza nei ritornelli, nichilisti e opprimenti, seppur il malessere in generale le accomuni al resto del pezzo. Lo stesso è presente anche nel passaggio centrale: parte da un tratto di dissonanze quasi punk, seppur innestate nello sludge tipico degli statunitensi, per poi farsi sempre più vorticoso e pesante, un finale davvero convulso. Nel complesso, abbiamo un brano forse un po’ sotto a quelli che ha intorno: certo però non sfigura, anzi funziona bene e si rivela ottimo! Va però ancora meglio con New Man Born, che comincia subito con il suo riff principale, ridonante al massimo: questo però lo rende solo più distruttivo. Va avanti a lungo nel pezzo, a volte accompagnato addirittura dal campanaccio di Wicked Crickett, altrove invece dalle urla feroci del frontman: entrambe lo aiutano ad avere il giusto impatto. Il suo vero segreto è però l’alternanza con refrain che si aprono molto: sono sempre arrabbiati, ma è una rabbia diversa, più disperata e calda. Il contrasto rende alla grande, come del resto quello al centro, un magmatico momento ritmico che ci conduce tra momenti quasi nascosti e altri invece esplosivi, nichilisti al massimo. È un altro dettaglio riuscito al meglio per un brano meraviglioso, uno dei picchi assoluti del disco! Forse è anche per questo che la successiva Scattered Pieces Lay un po’ sfigura: con la sua anima frenetica, rapida, persino vivace a tratti, stona un po’ a livello di atmosfera rispetto a quanto sentito fin’ora in Odd Fellows Rest. Non a caso, va molto meglio quando i Crowbar rallentano di molto e tornano ai loro toni plumbei e striscianti: sono frazioni molto fangose, non dissimili da quanto sentito fin’ora, ma incidono a dovere. Ancor meglio è però la chiusura, che vira su qualcosa di più sentito. Con uno sfondo fatto delle armonizzazioni della coppia Duet/Windstein e quest’ultimo che al di sopra suona lacrimevole – prima di lasciar spazio a qualcosa di più potente, ma sempre infelice, mai aggressivo – è un grandissimo finale. Risolleva a dovere una traccia che rimane il punto più basso del disco, ma che nonostante questo si difende e risulta buona: questo la dice lunga sul livello della scaletta!

Odd Fellows Rest lascia da parte del tutto sludge, doom e metal per qualcosa di dilatato. Quasi tutto il tempo è occupato dallo stesso fraseggio ipnotico ed echeggiato sotto alla voce del leader, pulita e mogia, anch’essa molto effettata. È un panorama ossessivo ma avvolgente e mai noioso: merito di qualche cambio di arrangiamento qua e là, ma soprattutto dell’atmosfera, espansa e onirica nella sua cupezza. E poi anche la progressione contribuisce a non rendere il tutto mai noioso: a tratti il pezzo cresce, con l’intervento del basso di T “Godcreep” Strange che gli dà una nota di colore, per poi sfociare in ritornelli meno espansi e più intensi, di pathos grandioso nella loro semplicità. Non c’è altro in un pezzo anche semplice, pur nei suoi oltre sei minuti, ma splendido: nonostante la differenza, entra di diritto addirittura tra i pezzi migliori del disco! Con On Frozen Ground, il metal ritorna nel finale – e lo fa alla grande! Un breve intro con la batteria di Wicked Crickett, poi ci ritroviamo subito in un panorama movimentato, caotico, di origine groove e persino nu metal in certe venature – per quanto la voce del cantante sia sempre urlato, e in generale la potenza sia al primo posto. È un’avanzata che trascina, tra frazioni un po’ più lente ma di pesantezza elevata e altre davvero travolgenti: il suo unico problema è… che dura troppo poco! Per fortuna però viene sostituita da qualcosa di altrettanto valido: il finale del pezzo è lentissimo, lugubre, un panorama di desolazione impressionante. Il riffage è elementare, ma colpisce bene: si tratta insomma di una bella frazione, che poi spegnendosi si ricollega all’intro, quasi a chiudere un ideale cerchio. Si tratta insomma di un pezzo breve ma fulminante, poco distante dal meglio del disco a cui mette la parola fine. Nella versione che possiedo, però, Odd Fellows Rest ha anche una traccia bonus: si tratta nientemeno che la cover di Remember Tomorrow, classico degli Iron Maiden tratto dal loro esordio omonimo. I Crowbar la rileggono a modo loro: le frazioni di chitarra pulita ricalcano abbastanza la traccia degli inglesi, in una maniera però più rarefatta, depressa rispetto all’originale. Anche gli scoppi di energia ricordano quanto sentito fin’ora, con la loro pesantezza doom e la voce di Windstein, che li rende fangosi e aggressivi al punto giusto; contagiano in parte anche la frazione centrale, che pure rimane la più fedele alla canzone degli inglesi. Ma il suo intreccio rapido e vorticoso di chitarre non dà alcun fastidio a una cover che anche così funziona a meraviglia: non snatura la versione originaria ma al tempo stesso non la ripropone in maniera identica e sterile, il che la rende riuscitissima.

Come avrai già capito, Odd Fellows Rest è una piccola gemma nel suo genere, sostanzioso e pieno di ottime idee. Forse non è nemmeno il più bello che i Crowbar abbiano realizzato nella loro carriera, ma può comunque fare l’assoluta felicità di un fan dello sludge metal. Se lo sei, perciò, non lasciare che ti sfugga: se non l’hai ancora scoperto, fallo al più presto!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Intro01:24
2Planets Collide04:38
3… and Suffer as One04:12
41000 Years Internal War04:02
5To Carry the Load04:03
6December’s Spawn05:11
7It’s All in the Gravity04:14
8Behind the Black Horizon06:02
9New Man Born04:47
10Scattered Pieces Lay05:23
11Odd Fellows Rest06:08
12On Frozen Ground04:00
13Remember Tomorrow (Iron Maiden cover – bonus track)07:01
Durata totale: 01:01:05
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Kirk Windsteinvoce e chitarra
Sammysatan Pierre Duetchitarra
T “Goodcreep” Strangebasso
Wicked Crickettbatteria
OSPITI
Ross Karpelmantastiere
Sid Montzpercussioni addizionali
Big Mike the Testiclesbacking vocals
ETICHETTA/E:Snapper Music
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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