Onydia – Reflections (2019)

Per chi ha fretta:
Pur avendo buoni spunti, i romani Onydia sono una band ancora immatura, come dimostra il loro full-length d’esordio Reflections (2019). Da un lato, il loro suono è personale: si tratta di un progressive metal che oscilla tra lidi più duri e altri più morbidi, con tante influenze e soprattutto un bell’occhio per la musicalità, senza invece battere troppo sui tecnicismi come tanti altri. Anche su frangenti come la competenza strumentale e la registrazione la band mostra ottimi elementi; purtroppo, la sostanza è un po’ più zoppicante, e mostra per esempio una certa carenza di idee e una certa omogeneità di soluzioni. Certo, a tratti i capitolini riescono a indovinare le giuste melodie: lo dimostrano pezzi come The Memory of My Time, The Colour of Nothingness e A New Safe Path, picchi di una scaletta per il resto un po’ ondeggiante. Anche per questo, alla fine Reflections risulta un lavoro sufficiente e piacevole ma nulla più, segno che gli Onydia dovranno lavorare per sfruttare a pieno le loro potenzialità!

La recensione completa:
Il progressive metal attuale è diviso in due: ci sono quei gruppi che scimmiottano (male) i Dream Theater e puntano solo sulla tecnica, e c’è chi cerca di fare qualcosa di diverso. In generale, tendo a preferire questa seconda categoria, ma questo non significa che al suo interno sia tutto rose e fiori: come già detto in molte recensioni, un suono personale non basta se non è supportato dalle giuste idee. È il caso per esempio degli Onydia: nati da tre membri fuoriusciti nel marzo 2016 dagli Elarmir – band che diventerà tristemente famosa di lì a pochi mesi – hanno pubblicato di lì a poco loro singolo Dyaphany. Per qualcosa di più sostanzioso abbiamo invece dovuto aspettare lo scorso primo febbraio, quando l’ottima Revalve Records ha pubblicato il loro esordio sulla lunga distanza, Reflections. Si tratta di un lavoro che mette in mostra anche elementi interessanti: lo è per esempio lo stile degli Onydia, un progressive metal che oscilla tra lidi più duri, di appeal moderno, spesso dominati dalle ritmiche, e altri che pendono sul lato più melodico del genere. In più, i romani lo corredano con vari influssi, proveniente a tratti dal mondo dell’elettronica, mentre altrove sono presenti venature sinfoniche: in ogni caso, sono entrambe funzionali alla buona riuscita dei pezzi. Del resto, le canzoni di Reflections sono molto curate da quel punto di vista: gli Onydia hanno un occhio di riguardo per la propria musicalità, come dimostra il fatto che non eccedano in troppi tecnicismi. È un fattore che li rende superiori a molti nel loro stesso genere, e dà un tocco in più a uno stile forse non originalissimo, ma con una sua buona personalità. Aggiungendo anche un livello di competenza elevato da parte di ogni strumentista e una registrazione precisa e professionale al massimo, a Reflections non si può dire nulla sul lato formale. Purtroppo però gli Onydia sono ancora un po’ zoppicanti per quanto riguarda la sostanza: se in certi frangenti riescono a colpire e a creare le giuste melodie e atmosfere, altrove mostrano una certa carenza di idee. Questo si esplica in una forte omogeneità di strutture e di impostazioni tra le varie canzoni, che finiscono per assomigliarsi e a tratti persino a confondersi tra loro. E ciò a sua volta rende Reflections un album non del tutto riuscito: spicca e si imprime in mente, tutti gli altri per quanto piacevoli scorrono senza lasciarsi alle spalle grandi impressioni. In generale, gli Onydia sembrano ancora un po’ acerbi: hanno del potenziale, ma per ora non lo sfruttano a pieno. Ed è per questo che, pur raggiungendo la sufficienza senza molta fatica, al momento non riescono ad andare oltre, come forse sarebbe nelle loro corde.

Sin dall’inizio, The Unknown mette in mostra i pregi e i difetti degli Onydia: un breve intro di tastiera, poi ci ritroviamo subito in un vortice quasi stordente, coi suoi turbini ritmici di chitarra e di tastiera. È una norma che colpisce bene, grazie anche alle sue ritmiche di vago influsso metalcore: torna a tratti lungo un brano per il resto più disteso. Le strofe lo sono sia quando rimangono le ritmiche in sottofondo, ma in maniera più sottotraccia e meno esplosiva; quando poi il tutto si acquieta, l’aura diventa persino delicata, oltre che espansa. Lo stesso vale per i ritornelli: non molto catturanti, hanno però il pregio di creare un bel panorama, caldo e quasi romantico, che li rende tra l’altro il momento migliore del pezzo. Non che il resto sia da buttare: seppur ogni tanto ci sia qualche momento morto, il pezzo scorre bene, tra possenti tratti in cui ancora si mette in mostra la chitarra ritmica e altri più distesi. Abbiamo insomma un episodio forse non molto adatto come singolo (è il secondo tratto dall’album) né fa gridare al miracolo, ma si rivela buono e apre le danze nella giusta maniera. La successiva Breath ha un altro intro turbinoso e zigzante, quasi caotico; presto però il pezzo trova maggior ordine e diventa più diretto, pur mantenendo la sua potenza e anche una certa oscurità. Questa norma torna spesso: il suo impatto tuttavia rimane intatto solo nei bridge, pesanti e crepuscolari. La stessa energia è presente nei refrain, che però hanno un taglio molto più melodico – o almeno ci provano: sì, perché la voce di Eleonora Buono sembra voler osare troppo, e il risultato è esagerato e manieristico. Meglio vanno invece le strofe: più variegate, sono però tutte accomunate da una tendenza armoniosa, spesso dolce, il che ai capitolini riesce piuttosto bene. Non male anche la parte centrale, che unisce melodia e il tocco oscuro sentito nei momenti più pesanti in qualcosa di obliquo ma funzionante. Si tratta di un arricchimento per una traccia non del tutto riuscita ma tutto sommato piacevole, discreta. È quindi il turno di Silence: prima ballata del lotto, comincia sin da subito a giocare sulle sfumature. All’inizio è tenera, accogliente con il pianoforte dell’ospite Thomas Rocco e lievi venature sinfoniche alle sue spalle. Ma pian piano, all’entrata degli altri strumenti, comincia a cambiare: se a tratti il panorama è aperto e solare, in altri assume un tocco ombroso, e altrove ancora troviamo un bel carico di malinconia. È quella che per esempio anima i refrain: calmi nonostante il ritorno di ritmiche metal, riescono a colpire in maniera discreta. Lo stesso si può dire della più dura frazione di centro, oppure di certe inflessioni oblique, quasi dissonanti, che appaiono a tratti. Tuttavia, nulla di tutto questo finisce per impressionare sul serio: abbiamo un altro brano carino ma non imprescindibile, che non spicca molto in Reflections né risulta significativo più di tanto.

Come la traccia iniziale, dopo un breve intro The Memory of My Time comincia coi soliti convulsi giri prog della chitarra di Daniele Amador e del basso. Rispetto a quanto gli Onydia ci hanno mostrato in precedenza, stavolta non hanno energia, sono solo preoccupati: una sensazione che poi torna lungo l’episodio, per esempio in scoppi di potenza con un piglio quasi drammatico. Introducono ritornelli che invece brillano per una nostalgia solo vaga, brillante e persino allegra a tratti, che colpisce molto bene. Come sempre, più varie sono le strofe, che vanno da una norma rilassata a un’altra persino ansiosa, cupa; lo stesso vale per le tante sezioni strumentali, che possono variare da un assolo di buon pathos a stacchi ritmici di impatto notevole. Comunque, stavolta i capitolini hanno congegnato tutto al meglio: ogni elemento si incastra bene negli altri, non solo a livello musicale ma anche di atmosfera. È questo il segreto di un pezzo molto buono, lungo ma mai noioso: non è tra i migliori del disco ma non arriva nemmeno troppo lontano! È arrivato ora il momento di My Paradise: seconda ballad del lotto, stavolta non sale mai di tensione. Il che è anche un difetto sin dall’inizio: l’impostazione è di quelle più classiche, sa di già sentito, ed è solo grazie alla bravura della Buono che riesce a dire qualcosa, a non suonare del tutto insipida. Ma se nelle strofe riesce a dare qualcosa in più, anche la cantante non dà il meglio nei ritornelli, in cui va troppo in alto e alza troppo la voce: spezza l’aura docile e romantica che si era formata fino a quel momento, per qualcosa che stona. Molto meglio va invece quando, dopo metà, arriva Amador con fraseggi dolci, dal retrogusto vagamente blues. Segna l’inizio di una seconda metà meno calorosa e più malinconica, a cui anche la frontwoman contribuisce alla grande, con la voce alta ma azzeccata in questo caso. È un crescendo breve ma molto bello, che pian piano si sposta su toni addirittura lirici, grazie anche alle tastiere sinfoniche di Rocco. È un gran  momento: quasi dispiace arrivi però in coda a un pezzo tutt’altro che eccelso o anche solo memorabile!

Se fin’ora Reflections è stato così così, gli Onydia decidono di fare sul serio nel finale: si parte da The Colour of Nothingness, che sin dall’inizio mostra di che pasta è fatta. Un breve intro soffice, poi ci ritroviamo in un altro vortice, stavolta strano, cadenzato, con un riffage addirittura black metal a cui però i synth danno un gran bel calore. Tuttavia, è ancora l’intro: presto il pezzo entra nel vivo con una norma possente, di marchio groove/metalcore. È la stessa che regge le strofe, che però la rileggono in forma più dinamica e musicale, grazie anche all’elettronica, ancora dominante. Da lì, brevi bridge malinconici ci portano verso chorus ancora armoniosi: nonostante la melodia per nulla immediata, riescono a colpire molto bene con la loro carica sognante, di gran efficacia. Lo stesso si può dire per la sezione di trequarti, in cui chitarra e tastiera si incrociano in assoli riusciti, seguiti poi da una bel passaggio di ritmiche. È in pratica il finale per un pezzo che poi si spegne in una coda melodica: nel complesso abbiamo una traccia di livello assoluto, tra le migliori del disco. Ma la questione non cambia di molto con A New Safe Path, che parte da una melodia quasi intimista, prestoOny raggiunta da una base energica ma non troppo. È il dualismo che poi si accentua nella traccia: le strofe per esempio sono potenti e crepuscolari, con la Buono più mogia del solito. Ma dopo brevi bridge sottotraccia, tutto cambia: si apre un panorama sognante e caloroso, addirittura magico grazie al pianoforte e alla splendida melodia della cantante. Stavolta inoltre il tutto è lineare: fa eccezione il passaggio centrale, tipico da prog metal, coi suoi scambi velocissimi, ma ben riusciti e non troppo ridondante, anche vista la brevità della parte. È quanto basta per corredare un pezzo semplice ma splendido: non solo è adattissimo come singolo, e non solo è tra i picchi assoluti di Reflections, ma è anche quello che promette meglio per il futuro degli Onydia! A questo punto siamo quasi agli sgoccioli: c’è rimasto spazio solo per Diafania (o Dyaphany, come indicato da certe fonti), nient’altro che il singolo d’esordio dei capitolini del 2016.  È un fatto che si sente anche, a prestare orecchio con attenzione: il suono è meno personale e più tecnico, più orientato verso il prog più tradizionale. A parte questo però la personalità della band è già evidente, sin dalla cupa melodia iniziale, zigzagante e tecnica, ma anche con una discreta espressività. È lo stesso destino del pezzo, che poi prende una strada più alienata, ombrosa: lo sono le strofe, di basso profilo ma che pian piano crescono, soprattutto in tensione. Essa però si scioglie poi all’arrivo dei ritornelli: sono passionali, di gran intensità,il che consente loro di incidere alla grande, grazie anche a una melodia riuscita e catchy, almeno in relazione al genere. Aiuta anche il fatto che i romani la modifichino a tratti, e alternano questa norma con parecchie variazioni: tra tutte, brilla il passaggio centrale, tortuoso all’estremo anche nella sua brevità, oppure la sezione solistica avvolgente e di alto livello nel finale. È quanto basta al pezzo per essere di alto livello: non brilla tra i migliori del disco che chiude, ma come finale è più che adeguato!

Come già accennato, Reflections è un album piacevole e sufficiente, ma non di più. Al suo interno ci sono ottimi spunti di personalità, che se sviluppati a dovere possono rendere molto bene: tuttavia, per ora gli Onydia non ci sono riusciti, e dovranno maturare se vorranno sfruttarli al meglio. Io spero che ci riescano, comunque: con la loro attenzione al lato musicale ed emotivo delle loro tracce e il rifuggire gli eccessi di tecnica, hanno già una marcia in più rispetto a tanti altri nel progressive metal. E se cresceranno – e magari accentueranno di più il loro lato elettronico, che io apprezzo molto nel prog – potranno di sicuro fare molto di meglio di questo esordio. Ma come sempre, chi vivrà vedrà!

Voto: 68/100

Mattia

Tracklist: 

  1. The Unknown – 05:09
  2. Breath – 06:13
  3. Silence – 04:08
  4. The Memory of My Time – 05:51
  5. My Paradise – 05:08
  6. The Colour of Nothingness – 04:56
  7. A New Safe Path – 04:37
  8. Diafania – 05:58
Durata totale: 42:00
 
Lineup: 
  • Eleonora Buono – voce
  • Daniele Amador – chitarra
  • Luca Zamberti – batteria
  • Thomas Rocco – tastiera (guest)
Genere: progressive metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook degli Onydia

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