Death Destruction – Death Destruction (2011)

Per chi ha fretta:
I Death Destruction sono un side project degli Evergrey nato probabilmente per divertimento: si sente, almeno ad ascoltare il loro album d’esordio omonimo (2011). Si tratta di un lavoro decente a livello stilistico, col suo groove metal aggressivo ma al tempo stesso tamarro: purtroppo, non sempre riesce ad avere il giusto impatto, con qualche pezzo che sembra lasciato al caso. Certo, a volte gli svedesi riescono anche a fare bene: lo dimostrano belle zampate come Fuck Yeah, Silence, Hellfire e Day of Reckoning, i brani migliori di una scaletta però piuttosto ondivaga e anche con alcuni picchi negativi. Anche per questo, alla fine Death Destruction raggiunge una comoda sufficienza, senza però andare oltre: si tratta di un album apprezzabile forse dai fan del groove metal e da quelli degli Evergrey, ma non imprescindibile.

La recensione completa:
Side project: un mondo che al suo interno è abbastanza vario. Ce ne sono alcuni che nascono con intenzioni serie e hanno qualcosa da dire, mentre altri, specie di quelli che coinvolgono musicisti famosi, sono messi in piedi solo per battere cassa. E poi ci sono quelli che non hanno nessuno dei due intenti: sono creati dai musicisti solo per divertirsi e fare qualcosa di diverso rispetto alla propria band madre. Sembra proprio questo il caso dei Death Destruction: progetto parallelo di Henrik Danhage e Jonas Ekdahl degli Evergrey (e all’inizio anche del tastierista Rikard Zander, che presto però lasciò), sono nati nel 2004. Da allora le loro mosse sono state lente (forse proprio per colpa di questa natura di “divertissment”): risale appena al 2011 il loro esordio omonimo. Al suo interno, i Death Destruction affrontano un groove metal abbastanza sui generis, di orientamento rabbioso – grazie anche alla voce dell’ex Nightrage Jimmie Strimell, spesso sporca o addirittura in scream. Ma c’è spazio anche per una bella componente tamarra, presente in molti riff: a volte agli svedesi riesce bene e consente loro di avere un bell’impatto, seppur in altri frangenti non sia un intento del tutto riuscito. In effetti, non sempre la loro musica funziona: a tratti Death Destruction sembra un po’ lasciato al caso, come se fosse un progetto di poco conto anche per chi lo sta suonando. Certo, accanto ai pezzi che lasciano a desiderare la band scandinava coglie qualche bella zampata, e in generale parliamo di un disco ben suonato e ben registrato. Tuttavia, anche così i Death Destruction non riescono ad andare oltre una godibile sufficienza: di sicuro, il loro esordio omonimo non passerà alla storia.

Una breve rullata di Ekdahl, poi The Shredding March parte a mille. Ci ritroviamo subito in un panorama molto pestato, convulso, che alterna frazioni diverse in maniera repentina: alcune sono più lineari, con un riffage battente da puro groove, e altre aggrediscono ancora di più. Lo fanno per esempio i ritornelli, con uno Strimell aggressivo al massimo e ritmiche sfilacciate: risultano graffianti, con un vago tocco alternativo che dà loro un tocco ancor più lugubre, rabbioso. È un po’ un caos, ma tutto sommato godibile; il pezzo trova un po’ di ordine solo al centro, più lento e d’impatto, prima di un bell’assolo, e poi nel cadenzato finale, di vago influsso metalcore. È il giusto complemento per un pezzo breve, persino fulminante, che apre le danze in una maniera godibile, pur non impressionando troppo. La successiva Kill It si apre con un riffage più disteso, di retrogusto addirittura southern. Poi si fa più diretta, ma stavolta è solo compatta e lineare: non ha più la frenesia precedente, colpisce più con il puro impatto che col dinamismo. Esso torna in parte solo nelle strofe, comunque semplici e dirette, e nei bridge, obliqui e d’impatto, per poi sparire nei ritornelli, che tornano a rallentare ma compensano bene con una bella impostazione truce. Tuttavia, col tempo la loro norma comincia a essere un po’ ripetitiva, ridondante: i Death Destruction tendono a ripeterla un po’ troppo spesso, il che finisce per rendere questa norma piatta. Un po’ meglio va con la frazione centrale, che riprende l’inizio e poi lo sviluppa in qualcosa di avvolgente e quasi rockeggiante. È il segreto di un pezzo che anche col suo difetto si difende, e risulta almeno sufficiente. Ma è tutta un’altra storia con Fuck Yeah, che segue a ruota e sin dall’inizio si mostra compatto, col suo riffage groove possente e ripetitivo, ma che stavolta non dà fastidio. Il merito è anche degli svedesi, che lo usano soltanto per i ritornelli, tamarri al punto giusto; le strofe invece sono più pestate e arcigne, per poi sfociare in brevi bridge anch’essi di gran potenza. A parte qualche breve arrangiamento qua e là, il breve assolo al centro e un finale rabbioso, pestato, non c’è altro in una traccia molto semplice ma incisiva: si stampa con facilità in mente e risulta di sicuro tra i picchi di Death Destruction!

Silence non tiene fede certo al suo nome: un breve intro che lo anticipa, poi il riffage di Danhage esplode subito fragorosa. Ma per ora è ancora amichevole: nell’evoluzione il brano progressivamente diviene sempre più cupo, fino a sfociare in strofe furiose, in cui è magmatico sotto allo scream di Strimell e addirittura al blast beat di Ekdahl a tratti. Altrove invece la norma è più tranquilla, ma le ritmiche si fanno macinanti, ed evocano sempre una certa angoscia, aiutate a tratti anche da certe dissonanze. La struttura è inoltre più varia: diverse frazioni appartenenti alla prima o alla seconda norma si alternano alcune volte, ma senza che il tutto si ripeta mai. È comunque un intento che agli svedesi riesce abbastanza bene: abbiamo un lungo fluire di note sempre avvolgente e di gran potenza, grazie anche al suono delle chitarre, di solito grasso e magmatico. È quanto basta a un episodio che non fa gridare al miracolo ma si rivela di qualità più che buona, non troppo distante dal meglio del disco. Di sicuro, molto meglio della successiva Mark Your Words: comincia con un bel riff, anche abbastanza orecchiabile, che sembra voler dare il là a un’altra canzone degna di nota. Purtroppo non è così: nella sua evoluzione, si fa presto molto anonima, a partire da strofe cadenzate ma che sembrano persino un po’ mosce, e continuando con bridge che cercano di macinare ma non incidono granché. Solo i ritornelli, riprendendo la frazione iniziale, hanno qualcosa da dire, ma a tratti anch’essi sembrano scontati, come se gli mancasse il giusto mordente. Del resto, gli unici momenti un minimo efficaci sono quello centrale, strano col suo mix di melodie oblique e sonorità quasi hard rock classico, e quello che segue poco dopo, grasso e rabbioso. Per il resto, abbiamo una canzone abbastanza prescindibile: non è del tutto da buttare, ma oltre una sufficienza risicata non va.

Per fortuna, a questo punto a risollevare la scaletta arriva Hellfire: parte da un intro strano, con dissonanze di vago retrogusto addirittura black (!), ma poi cambia direzione. Lo fa all’arrivo del suo riff principale, grasso e quasi goffo, ma in una maniera voluta: incide infatti in maniera davvero tamarra, specie dietro ai refrain, semplici ma di gran impatto, grazie anche all’alternanza Strimell-cori blasfemi. Il resto invece è più violento: lo sono sia le strofe, ossessive e martellanti oltre che rabbiose per merito del cantante, sia certi stacchi che cominciano dalla norma iniziale e la sviluppano in qualcosa di groove metal, potente e cattivo. Non male nemmeno la parte centrale, un breakdown rallentato ma efficace: completa bene un brano un po’ bizzarro ma piuttosto buono, appena alle spalle del meglio del disco. Ma va ancora meglio con Day of Reckoning che comincia subito con un gran riff, intricato e quasi scomposto. Anche stavolta, la sua impostazione regge i ritornelli, seppur in forma modificata: stavolta la band punta di più sulla melodia, che dà al tutto un bel tocco di malinconia, pur nella rabbia data dal cantante. Come sempre, il resto invece è più pesante: le strofe con la loro impostazione di retrogusto metalcore sanno un po’ di già sentito, ma per il resto hanno la giusta energia distruttiva. Lo stesso vale per i passaggi obliqui, dissonanti che fanno capolino qua e là e raccordano le varie parti: sono funzionali alla sua buona riuscita, come del resto anche il solito assolo centrale, in questo caso quasi da metal classico. È un altro passaggio di qualità per un pezzo ottimo, una delle punte di diamante assoluto di Death Destruction! È quindi il turno di Purified: parte da un riffage intricato, zigzagante,  di ottima potenza, che fa ben sperare, ma poi il gruppo butta tutto alle ortiche. La falsariga di base cerca di essere aggressiva e dinamica, ma risulta solo sterile, non impressiona affatto; al massimo ci riescono (poco) i momenti più cadenzati, che però sanno di già sentito da un miglio. A salvarsi insomma sono solo i rari stacchi che tornano all’origine, il finale rallentato al massimo, la frazione centrale, in cui la band scandinava recupera le influenze hard rock già sentite in precedenza. Tutto il resto non lascia grande traccia: il risultato è un brano davvero insipido, uno dei punti più bassi di Death Destruction.

Di nuovo, l’inizio di Chained in Thoughts fa sperare il meglio: è un lento crescendo in cui da lievi effetti emerge un riff possente, guidato da Danhage e dal basso di Fredrik Larsson (bassista noto per suonare negli Hammerfall). Il tutto però non aggredisce: rimane lento, strisciante, con qualche altra dissonanza black a dargli colore; poi però la band spezza il tutto e partono con fughe furibonda, caratterizzata da un riffage vorticoso di chiaro influsso death e a tratti momenti laceranti e sludge col blast di Ekdahl. Nemmeno questa norma è male, in realtà: il problema è che le due non si sposano granché bene tra loro, specie quando la band insiste nell’alternarle. Un po’ meglio fa invece la sezione di centro, più lineare col suo impianto groove possente che fa il suo per quanto riguarda l’energia. È un buon passaggio per un brano che non sfigura ma non impressione nemmeno troppo: viste le premesse, poteva essere molto migliore. Ma va ancora peggio con Sea of Blood, che stavolta non prova neanche all’inizio ad apparire decente. Il suo riffage è semplice, anche troppo, ma non è questo il suo problema peggiore: lo dimostra quando, entrando nel vivo, comincia con un riffage davvero banale, già sentito in mille altri dischi groove metal (e anche qui). Lo stesso vale per i momenti che cercano di essere più convulsi e panteriani, ma suonando solo nostalgici degli anni novanta, e per i ritornelli, che mettono in evidenza una certa mancanza di grinta. Insomma, a parte qualche breve passaggio, come quello dell’assolo al centro, non c’è molto che si salvi: abbiamo di gran lunga l’episodio peggiore dell’intero Death Destruction, una “skip track” delle più classiche! Per fortuna, la scaletta si riprende un pelo nel finale con Kingdom Come, che all’inizio presenta un riff sempre da groove classico, ma stavolta incisivo al punto giusto. È l’inizio di un brano che lo ripete spesso, in frazioni arrabbiate e incisive: spesso si alternano con qualche stacco più strisciante, sottotraccia, ma anche con frazioni che rileggono la norma in maniera martellante. C’è spazio anche per momenti meno cadenzati e più dinamici: si inseriscono bene all’interno della ferocia generale, e graffiano a dovere. A parte un rapido assolo, non c’è molto altro in una traccia molto lineare e breve, ma di qualità tutto sommato discreta: più che adatto, insomma, a chiudere un disco non eccezionale come questo.

Per concludere, Death Destruction riesce a raggiungere una comoda sufficienza alla fine: purtroppo, oltre non va. Parliamo di un lavoro ondivago, con diverse cose buone ma altre del tutto trascurabili: insomma, è il classico album medio da side project/superband. Comunque, se ti piace il groove metal magari puoi trovarlo apprezzabile; lo stesso vale se sei fan degli Evergrey e vuoi scoprire un lato nuovo dei tuoi beniamini. Ma in tutti gli altri casi, puoi evitarlo senza patemi!

Voto: 65/100


Mattia


Tracklist: 

  1. The Shredding March – 03:10
  2. Kill It! – 04:09
  3. Fuck Yeah – 02:51
  4. Silence – 03:25
  5. Mark Your Words – 04:02
  6. Hellfire – 04:00
  7. Day of Reckoning – 05:06
  8. Purified – 03:34
  9. Chained in Thoughts – 03:50
  10. Sea of Blood – 04:22
  11. Kingdom Come – 03:21

Durata totale: 41:50

Lineup: 

  • Jimmie Strimell – voce
  • Henrik Danhage – chitarra
  • Fredrik Larsson – basso
  • Jonas Ekdahl – batteria

Genere: groove metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Death Destruction

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