Temple of the Fuzz Witch – Temple of the Fuzz Witch (2019)

Per chi ha fretta:
I giovani americani Temple of the Fuzz Witch sono al momento una band molto nella media, come dimostra il loro esordio omonimo (2019). Si tratta di un disco anche con qualche spunto decente, come lo stile: è uno stoner doom metal più oscuro della media ma per il resto poco originale. Tuttavia, questo è un problema minore, mentre quello principale degli statunitensi è la mancanza di idee: parliamo di un lavoro molto omogeneo e simile a sé stesso, oltre che parecchio raffazzonato, con problemi di registrazione e produzione. Qualcosa che si salva c’è anche: sono presenti un paio di buone zampate come la cupa Bathsheba o la preoccupata The Glowing of Satan, ma è troppo poco. Anche così, Temple of the Fuzz Witch si rivela un lavoro anonimo: non è disastroso ma non raggiunge la sufficienza, e si perde tra le tante uscite simili.

La recensione completa: 

Su Heavy Metal Heaven di norma non amiamo pubblicare recensioni negative. Se un gruppo non ci piace, in genere evitiamo del tutto di prenderlo: meglio così che dargli un votaccio, che di sicuro non fa piacere a nessuno. Tuttavia, visto che valutiamo un disco da una o due canzoni prima di accettare di recensirlo, a volte può capitare di prendere un granchio e ritrovarsi con un brutto disco: è successo a me di recente coi Temple of the Fuzz Witch da Detroit, Michigan. Il loro disco omonimo, esordio sulla lunga distanza di una carriera che va avanti da appena due anni e con all’attivo un paio di pubblicazioni più brevi, può sembrare anche carino ascoltando in maniera distratta qualche pezzo, ma andando a fondo non lo è. Il suo difetto principale è di avere pochissime idee: le tracce quasi non si distinguono tra loro, tutte hanno gli stessi riff che finiscono per suonano ripetitivi nel giro di poco. E sì che il genere di suo non sarebbe nemmeno malaccio: i Temple of the Fuzz Witch affrontano qui uno stoner doom metal molto ribassato, con una buona spinta in fatto di potenza ma anche di atmosfere. Quelle degli americani sono oscure e malate, un po’ in più della media del genere: uno spunto di personalità per un disco che per il resto non ha molto di originale, essendo radicato nell’incarnazione classica dello stoner doom. Ma questa mancanza pesa solo a tratti, e non conta quanto la già citata omogeneità e anche una certa incuria: Temple of the Fuzz Witch sembra raffazzonato, un disco tirato su in quattro e quattr’otto. Lo si sente anche nella registrazione: buona a tratti, altrove discutibile, cambia tra le diverse tracce, e a volte mostra persino errori di produzione. Anche questo contribuisce a un disco con più difetti che meriti, che finisce per rimanere del tutto anonimo anche dopo decine di ascolti.

Un breve campionamento distorto preso dal film horror L’Evocazione – The Conjuring, poi Bathsheba parte subito lenta, arcigna, quasi funerea. Ma è ancora l’intro: l’anima vera della traccia è più movimentata, grassa e pesante, oltre che inquietante grazie ai riff e alla voce distorta e malata di Noah Bruner. Il clima si apre un po’ soltanto coi  refrain, più classici da stoner ma sempre un pelo obliqui, senza la distensione psichedelica che uno assocerebbe al genere. Essa è presente soltanto sulla trequarti, all’arrivo dell’assolo dello stesso Bruner, prima potente ma poi quasi bluesy: è una sensazione che permane anche quando poi la musica riprende in maniera meno opprimente, proseguendo così fino alla fine, con un altro buon assolo. È in pratica l’unica variazione di un brano molto semplice ma avvolgente e di buon impatto, poco sotto al meglio del disco. È quindi il turno di Death Hails, strano esperimento al cui interno i Temple of the Fuzz Witch lasciano da parte lo stoner più classico per qualcosa di più arcigno, che ricorda lo sludge più rallentato e persino il drone. Per i suoi quasi quattro minuti, tutti strumentali, al centro c’è un riff possente, monolitico, lento, di buon impatto, seppur alla lunga suoni un po’ ripetitivo. Ma non è questo il difetto principale: soprattutto, dà l’idea di essere un pezzo incompiuto, e messo qui sembra utile solo ad allungare il brodo. Per fortuna, subito dopo il disco si ritira su con The Glowing of Satan: comincia quasi lugubre, con caotici fuzz iniziali che però presto prendono una forma più decisa. È il preludio all’entrata in scena del pezzo vero e proprio: sempre abbastanza potente, evoca però soprattutto una forte preoccupazione, densa e palpabile. Lo fanno sia le ritmiche, circolari e placide nella loro ansia, sia soprattutto la voce di Bruner, qui con un gran bel pathos. Solo ogni tanto il tutto si apre, per stacchi in cui brillano giri classici da stoner: il loro apporto però non spezza l’atmosfera, anzi aiuta il pezzo a respirare. Lo stesso vale per la frazione centrale, più espansa e morbida, con una base leggera a supportare la prestazione mogia, intensa del cantante. È la ciliegina sulla torta di un ottimo pezzo, il migliore in assoluto di Temple of the Fuzz Witch!

Se fin’ora il disco è stato bene o male interessante, da 329 cominciano i problemi. Un breve fraseggio che anticipa il riff di base, poi esso esplode con potenza: va avanti a lungo, presto raggiunto dalla voce del frontman, che gli dà un tocco di preoccupazione e tristezza in più. È una norma anche avvolgente, se non fosse che va avanti molto a lungo senza grandi cambiamenti: c’è giusto un breve scambio tra questa falsariga e i ritornelli, un po’ più densi, ma per il resto molto simili. Sopratutto, però, la parte ritmica non colpisce molto per colpa di una certa scontatezza: in fondo la sua impostazione è vicina a quella dei brani precedenti. Non aiuta poi la lentezza generale e una struttura lineare al massimo, stavolta senza nemmeno assolo – sostituito da un breve finale un pelo più musicale. Il risultato è un episodio un po’ noiosetto, che scorre senza grandi spunti: almeno però ha il merito di essere migliore rispetto a ciò che arriva di seguito. Sì, perché Infidel è peggiore sotto ogni punto di vista: un altro intro echeggiato e con una bella melodia lontana, che fa pensare a qualcosa di più movimentato, poi parte con un riff identico a quelli già sentiti nel disco. Tuttavia, alcune differenze ci sono: il ritmo è in effetti più incalzante, ma soprattutto l’aura è meno oscura e più psichedelica, pur nella sua ombrosità. Ma questo paradossalmente non è un pregio: allontana di molto poco la traccia da quanto i Temple of the Fuzz Witch ci abbiano fatto sentire, per avvicinarlo allo stoner doom più classico, il che lo rende ancora più banale della media. Non parliamo poi della sezione centrale: anch’essa sa di già sentito, coi toni morbidi che ricordano molto la parte analoga di The Glowing of Satan. Insomma, abbiamo con facilità il punto più basso dell’intero disco, un episodio forse non orribile ma anonimo e tutt’altro che sufficiente.

The Fuzz Witch parte dal riff del basso di Scott Thayer, ripreso dopo poco dalla chitarra di Bruner. È  anche interessante: peccato solo per la produzione, che da quella possente e compatta sentita fin’ora è diventata più grezza, quasi gracchiante, e colpisce meno. Ma anche gli inglesi ci mettono del loro: per quanto ogni tanto il riff cambi, il tutto suona insipido, visto che sa di già sentito e comunque a tratti non riesce a evitare di suonare ridondante. Gli unici momenti che riescono a fare qualcosa sono quelli morbidi, con lente chitarre pulite e la voce del frontman che rendono il tutto oscuro, strisciante. Ma sono troppo poco per salvare una canzone che comunque ha poco da dire, e a parte qualche raro riff qua e là non lascia grande traccia di sé stessa nella mente dell’ascoltatore. A questo punto, quando uno non ha più nessuna aspettativa, Servants of the Sun arriva nel finale a sorprenderlo, seppur giusto di poco. Si stacca da un avvio di fuzz e suoni semi-industriali, ripetitivi, e all’inizio è tranquilla, col basso e la chitarra pulita che scandiscono all’unisono un riff strano, obliquo, ma efficace. È lo stesso che poi i Temple of the Fuzz Witch riprendono in chiave stoner doom, per una bella norma che si evolve incastrando riff tutti di buona potenza, fino all’arrivo dei ritornelli. Più distesi, hanno però la giusta psichedelia, anche grazie al frontman e ai suoi semplici vocalizzi, che dicono solo “we are there”. È una struttura che si ripete ma per fortuna stavolta non risulta ridondante, anzi riesce a colpire: peccato solo per la registrazione, non solo simile a quella del brano precedente ma anche con dei “buchi”. Suonano come se il CD fosse rovinato, ma contando che ho recensito quest’album su una versione digitale il problema è intrinseco della musica: forse sono addirittura voluti, ma che sia così o meno, castrano parecchio il brano. È un peccato, insomma: poteva essere un episodio all’altezza dei migliori o poco sotto, invece è un’occasione persa – per quanto anche così rimanga decente, il che basta per essere addirittura il più bello della seconda metà del disco.

Che dire, a questo punto? Per quanto non sia un disco orribile, e abbia qualche bel momento, Temple of the Fuzz Witch è un esordio mediocre e scontato, non diverso da tanti altri di basso livello che affollano il mondo di stoner e doom, tra cui non può che perdersi. E lo stesso vale per i Temple of the Fuzz Witch: magari un esordio non del tutto riuscito può anche capitare, specie se arrivato di fretta solo due anni dopo la nascita. Ma se vogliono correggere la rotta c’è molto da lavorare, perché al momento gli americani sono del tutto nella media. Anche per questo, il consiglio è di avvicinarti a loro solo se ami il genere e vuoi scoprire ogni singolo gruppo underground; altrimenti, lascia pure perdere senza problemi!

Voto: 57/100

Mattia


Tracklist: 

  1. Bathsheba – 05:45
  2. Death Hails – 03:52
  3. The Glowing of Satan – 06:21
  4. 329 – 06:53
  5. Infidel – 06:16
  6. The Fuzz Witch – 06:27
  7. Servants of the Sun – 05:38

Durata totale: 41:12

Lineup: 

  • Noah Bruner – voce e chitarra
  • Scott Thayer – basso
  • Cooper Arent – batteria

Genere: doom metal
Sottogenere: stoner doom metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Temple of the Fuzz Witch

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento