Stillness – Glory of the Nord (2019)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEGlory of the Nord (2019) è il quarto album di Stillness, one man band del musicista novarese Apathy L.
GENEREUn ambient black metal rarefatto ma con pulsioni sinfoniche, anch’esse espanse e mai pompose. In più, c’è una grande spinta melodica e una grande attenzione per l’atmosfera, spesso epica.
PUNTI DI FORZAUn genere originale, con spunti come per esempio la voce sempre pulita. Una buona varietà; in generale, un buon livello di ispirazione.
PUNTI DEBOLIQualche imprecisione, una registrazione non all’altezza, un po’ di ridondanza.
CANZONI MIGLIORIA Last Burning Dawn (ascolta), Enemies’ March (ascolta), Glory of the Nord (ascolta)
CONCLUSIONINonostante i suoi difetti, Glory of the Nord rimane un album originale, degno di attenzione per chi ascolta black metal con la mente aperta!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
75
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Se di band con una certa personalità ne esistono in buon numero nel mondo metal, molto più rare sono quelle che riescono a brillare per un’originalità spiccata. Ma per fortuna ogni tanto capita di poterne recensire qualcuna: l’ultima in ordine di tempo per me è il progetto Stillness. One man band del giovanissimo musicista novarese Apathy L., può vantare una discografia piuttosto prolifica, con diversi EP e ben quattro full-length dalla nascita nel 2013 a oggi. L’ultimo tra di essi, Glory of the Nord, è uscito lo scorso 24 gennaio grazie all’etichetta di settore nostrana This Winter Will Last Forever: come detto all’inizio, si tratta di un disco molto originale a livello stilistico. La base è un ambient black metal la cui componente più espansa non è però elettronica come al solito: piuttosto, il progetto Stillness preferisce sonorità orchestrali. Anche per questa natura ambientale, quello di Glory of the Nord non è certo il classico symphonic black: è un suono atmosferico, rilassato, mai pomposo ma sempre elegante, grazie anche a influssi che vanno dal medievale al neoclassico. In più, è uno stile molto melodico: la voce del mastermind è sempre pulita e non abbraccia mai lo scream più classico, e anche la musica rimane calma e intimista, con diverse melodie orecchiabili almeno in relazione al genere. Insomma, rispetto al classico black è un genere molto originale, contando anche che Stillness non ha potenza né ferocia: compensa però con la sua spinta atmosferica, molto avvolgente. È una componente molto variabile: spesso Glory of the Nord è epico, ma ha anche diverse sfumature che lo portano dall’alienante al glorioso. È il punto di forza di un progetto che dall’altro lato non è immune da qualche debolezza: quella principale è la sua essenza a tratti ridondante. Nella scaletta, la formula cambia poco da canzone a canzone, specie a livello di ritmi e impostazioni: di sicuro un po’ di varietà in più avrebbe fatto bene alla buona riuscita del disco. Anche la registrazione non mi lascia del tutto soddisfatto: rarefatta e sporca al massimo, limita un po’ la resa di Glory of the Nord – per quanto è vero che incide meno rispetto a quanto farebbe se Stillness fosse un progetto black tradizionale. Infine, non apprezzo moltissimo la voce di Apathy L., a tratti imprecisa e troppo sguaiata per i miei gusti: anche questo tuttavia è un difetto non troppo castrante. Perché se è vero che parliamo di un disco non eccezionale, Glory of the Nord ha comunque diverse cose da dire e da dare!

Le danze partono da Nord, intro che mostra già da subito una delle due anime del progetto Stillness: si avvia molto calma, sottotraccia, prima di cominciare a salire. Da lidi del tutto ambient, pian piano la musica devia verso altri più sinfonici, fino a ritrovarci in qualcosa di leggermente più estroverso: i toni però rimangono sempre leggeri per i due minuti e mezzo di durata del pezzo – e anche oltre. Anche la opener Hymn parte infatti molto placida, con melodie analoghe al preludio, per quanto abbiano anche una tensione diversa, di poco più epica. È una sensazione che rimane anche quando il pezzo comincia un lentissimo crescendo, prima con l’entrata in scena della batteria e della chitarra, quindi coi toni che si alzano, specie per quanto riguarda le orchestrazioni. Ci ritroviamo alla fine in una norma espansa, lenta ma avvolgente con la sua carica evocativa ma al tempo stesso fantastica, sognante. Non va avanti a lungo, però: presto i toni si abbassano e divengono più delicati, un lungo interludio che poi, all’improvviso, si apre in un paesaggio magnificente. Seppur senza elementi metal, colpisce bene grazie alla componente sinfonica quasi “cinematica”, che sorregge bene dei potenti cori: dura poco, ma è il passaggio più memorabile del brano. Subito dopo il tutto si acquieta: sembra che sia finita, ma poi la musica ricomincia con la sua progressione: stavolta più lenta che in passato, solo dopo qualche minuto torna all’inizio. È un fattore che rende il tutto prolisso, ma solo a tratti: di norma invece alcuni bei cambi di arrangiamenti (come per esempio nel più movimentato e preoccupato finale) incidono e rendono l’atmosfera avvolgente. Ne risulta un pezzo non eccezionale, ma discreto e godibile: come apertura non è malaccio, pur essendo il punto più basso del disco. Di certo, va meglio con A Last Burning Dawn: si avvia un pelo più oscura, triste e malinconica già nell’attacco, ancora a tinte ambient/sinfoniche. È una sensazione che si conferma anche quando la musica, dopo oltre due minuti di lento crescendo, molto avvolgente e stavolta mai noioso, entra nel vivo in maniera anche più crepuscolare. La voce di Apathy L. rimane pulita, ma è molto nostalgica, e anche la base black alle sue spalle è più oscura; in questo poi la aiutano anche le variazioni, che a tratti portano il pezzo su momenti vorticosi, i più veloci dell’intero disco. Si tratta peraltro di ottimi stacchi: merito non solo del tappeto sinfonico, che li rende espressivi al punto giusto; soprattutto, da questo punto di vista il merito è della chitarra, che al centro pennella uno splendido assolo, lento ma carico di sentimento. Tuttavia anche la falsariga di base svolge il suo compito in maniera egregia; lo stesso vale per il finale, che sembra spegnersi nel nulla ma poi riparte da una bella frazione di pianoforte, dall’appeal antico. Da qui il brano torna a crescere fino a esplodere: ci si ritrova allora in un ambiente maestoso, scandito da cori ed epiche orchestrazioni, oltre che da un riff semplice che li sostiene al meglio. È un’altra bella parte per un pezzo ottimo, uno dei picchi del disco!

Enemies’ March parte da un’altra progressione orchestrale, anche più lunga del brano precedente – almeno in proporzione, visto che occupa quasi metà del pezzo. Ma stavolta è ancor meno un problema: per quanto lento, è sempre una gioia per le orecchie, con le sue lente melodie che si incastrano e si scambiano, salendo di intensità e poi scendendo di nuovo. Il risultato è un poema sinfonico in miniatura, che può quasi convincere l’ascoltatore di trovarsi davanti all’opera di un compositore classico: ma quando poi, dopo quasi due minuti e mezzo, il pezzo entra nel vivo, la qualità non cala affatto. La struttura di base è divisa a metà: da un lato ci sono lunghe strofe lineari e incalzanti, persino battagliere in certi frangenti, mentre in altri sono ben aiutate dalle onnipresenti orchestrazioni. Sono abbastanza sottotraccia, ma servono bene a introdurre i ritornelli: lasciano da parte l’epicità per qualcosa di intimista, delicato, con cori placidi e una melodia di base con un gran pathos, che però risulta caldo e accogliente. Aiutano in questo anche alcune belle frazioni musicali presenti qua e là: aggiungono un tocco di malinconia al tutto, e di sicuro arricchiscono la canzone. Lo stesso vale per il finale, più preoccupata e ombrosa, con persino un breve tratto macinante: anch’esso si integra però bene in un episodio eccezionale, il migliore di Glory of the Nord insieme al precedente! È quindi il turno di Silent Landscape (Quiet Before the Storm): breve interludio, si basa su un semplice giro di pianoforte, a tratti arricchito del suono di una tastiera che cerca di imitare un’arpa, e gli dà un tocco ancor più antico, fuori dal tempo. Non c’è molto altro per un intermezzo che non ha moltissimo da dare, almeno a livello musicale: almeno però ha il merito di essere piacevole, e di non proseguire troppo a lungo, il che lo rende almeno piacevole e carino.

Time to Kill comincia da un altro bell’affresco sinfonico, stavolta aperto, solare, quasi glorioso nei suoi giri veloci ma per nulla convulsi. Il tutto anzi ispira un bel senso di pace, per quanto epicheggiante: è lo stesso che, dopo meno di un minuto e mezzo, dà il là al cambio di registro della musica. La pace iniziale torna solo a tratti, mentre più spesso il tutto è espanso, paesaggistico, guidato da una malinconia non fortissima ma incisiva. E a volte questo si accentua anche di più, con qualche fraseggio a conferire alla norma sfumature più cupe, quasi tristi: aiuta in questo il cantato di Apathy L., abbastanza mogio nelle poche occasioni in cui compare. La serenità torna solo nel finale, quando tutto sembra finito: come accaduto altre volte nel disco, il pezzo poi riparte di nuovo con un piglio solenne e calmo, che sfocia in una breve coda trionfale, di gran impatto pur nella sua semplicità. È un bel passaggio per un pezzo che non impressiona tantissimo né riesce a spiccare, ma risulta lo stesso di buona qualità. La successiva The Fight è proprio quello che indica il titolo: la sua base sono suoni di battaglia, lame che si scontrano e urla. Al di sopra, Stillness ricama sonorità sinfoniche tenui ma evocative: il risultato è immaginifico, fa quasi apparire la battaglia davanti agli occhi. È vero anche che a livello musicale non è molto significativo, ma non importa: rimane efficace come intro per Glory of the Nord, che arriva subito poi a concludere il disco a cui dà il nome. Parte da un altro preludio, stavolta però breve e soprattutto diverso dal solito: la tastiera assume il suono di una fisarmonica, e dà al tutto un tocco molto folk, in un ibrido particolare ma ben riuscito con la parte sinfonica. È un’anima che torna spesso lungo una traccia ricca di fraseggi e di variazioni, che vanno da passaggi di musica popolare ad altri maestosi, sognanti al punto giusto. Inoltre, c’è spazio anche per una strofa che mostra un’influenza folk e anche pagan metal nel ritmo, ma più spoglie, con la voce di Apathy L. sopra a una base lineare e un tappeto molto in sottofondo, per un effetto al tempo stesso battagliero ma intimista. Ma il meglio il brano lo riserva alla fine: dopo essersi acquietato, ci ritroviamo presto in una nuova escalation, stavolta guidata dall’assolo di una chitarra espressivo e nostalgico, davvero un bel sentire nonostante la semplicità. Conduce l’ascoltatore a lungo fino al finale, ancora una volta corale, solenne, denso: anch’esso avvolge molto bene e colpisce alla grande. E se qualche passaggio è un po’ prolisso, è un male minore: alla fine abbiamo lo stesso un altro brano ottimo, poco distante dal meglio del disco che chiude!

Per concludere, sono convinto che Apathy L. possa fare di meglio con l’originalità del suo stile, anzi debba farlo: il mondo del metal ha sempre bisogno di linfa nuova come quella che lui è in grado di fornirgli. Tuttavia, anche così Glory of the Nord è un album interessante e di buona qualità, con qualche difetto ma anche un buon numero di pregi. Ecco perché, se ascolti black metal e hai la mente abbastanza aperta alle novità, il progetto Stillness farà con ogni probabilità al caso tuo!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Nord02:20
2Hymn09:13
3A Last Burning Dawn08:32
4Enemies’ March06:16
5Silent Landcape (Quiet Before the Storm)01:35
6Time to Kill06:27
7The Fight02:08
8Glory of the Nord07:22
Durata totale: 43:53
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Apathy L.voce, tutti gli strumenti
ETICHETTA/E:This Winter Will Last Forever
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:l’etichetta stessa

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