Scala Mercalli – Independence (2019)

Per chi ha fretta:
Independence (2019), quarto album dei marchigiani Scala Mercalli, è un lavoro che porta avanti e migliora il discorso intrapreso col predecessore New Rebirth (2015). Lo fa sia per il genere, un heavy/power metal paragonabile al passato e con la voce di Christian Bartolacci come elemento di personalità, sia per le liriche, che si concentrano ancora di più sulle guerre di indipendenza italiana. Parliamo di un vero concept, seppur per fortuna non cada nelle insidie tipiche dei dischi simili; i difetti del disco sono invece qualche cliché qua e là e una registrazione non del tutto soddisfacente. Almeno però i marchigiani hanno il merito di non suonare omogenei come nel disco precedente: lo dimostra una scaletta con tanti brani di personalità, tra cui spiccano picchi come Honest Brigands, The Last Defence (Roma-Gianicolo 1849), Tolentino 1815 e Anita (Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva). Anche per questo, alla fine Independence si rivela un album superiore al precedente e di qualità molto buona: può fare la felicità dei fan di heavy e power metal!

La recensione completa:
Mi è già capitato, in passato, di avere a che fare con i fermani Scala Mercalli, e non solo per una questione di vicinanza territoriale. Era l’inizio del 2016 quando mi è capitato di recensire il loro terzo album, New Rebirth, un disco carino che però non mi aveva esaltato: è stato quindi con qualche perplessità che ho accolto il suo successore Independence, uscito lo scorso 25 gennaio grazie a Alpha Omega Records. Perplessità che però erano ingiustificate: parliamo di un lavoro per molti versi superiore al predecessore, per quanto gli Scala Mercalli ne proseguano il discorso con coerenza. Lo fanno per esempio sul lato stilistico: quello di Independence è sempre il solito heavy/power metal che pende a volte sul primo versante, a volte sul secondo, con in più la voce acida di Christian Bartolacci come elemento di personalità. Ma anche dal punto di vista lirico si può dire lo stesso: se in New Rebirth il legame tra i brani era solo accennato, Independence è un vero e proprio concept album, basato sulle guerre di indipendenza italiana. Peraltro, gli Scala Mercalli lo fanno senza cadere nelle insidie di questo genere di disco: non ci sono mille interludi che spezzettano il tutto, e il comparto lirico non è preminente rispetto alla musica, che resta di buon livello. È vero anche che Indipendence non è immune da qualche difetto: per esempio, a tratti gli Scala Mercalli suonano un po’ di maniera, con qualche cliché evitabile. Anche la registrazione, come in New Rebirth non è del tutto soddisfacente: se è meno moscia del precedente e di solito risulta efficace, rimane ancora un filo grezza, e l’idea è che con una più professionale i riff del gruppo esploderebbero meglio. Almeno però Indipendence ha il merito di essere meno omogeneo che in passato: più canzoni spiccano, e gli Scala Mercalli al suo interno tendono meno a ripetersi. In generale, parliamo di un disco non solo superiore al predecessore, ma del tutto degno d’attenzione.

The Crossing of the Sea (from Quarto to Marsala) è l’intro di rito: per l’occasione è marinaresco, coi suoni della risacca come sfondo per tutta la durata. Anche questo contribuisce a riportare alla mente i Running Wild (del resto un’influenza su tutto il disco), e la sensazione si accentua all’arrivo della musica: al di là delle lievi orchestrazioni, il crescendo si fa pian piano vorticoso e immaginifico, con melodie che ricordano i tedeschi. Sono due minuti lenti ma avvolgenti, che introducono molto bene The 1000 (Calatafimi Battle): si libera di tutti gli effetti sonori precedenti per abbracciare una norma più spoglia e diretta, il classico heavy/power degli Scala Mercalli. Anche il riffage è tradizionale, ma più che per l’impatto i marchigiani lo usano in un senso più nervoso: ci accompagna per tutte le strofe, frenetiche e piene di svolte repentine, per poi lasciare spazio ai ritornelli. Essi rallentano di molto, ma compensano con un’ottima potenza e soprattutto con una bella epicità, che esplode benissimo anche grazie a Bartolacci, che a tratti passa addirittura all’italiano (non l’ultima volta che succederà in Indipendence). C’è poco altro nel pezzo a parte una frazione centrale che si apre e si fa più melodica, ma poi torna a caricare con potenza power sotto la guida dell’assolo: è quanto basta a un pezzo che non fa gridare al miracolo ma buonissimo, una giusta apertura per il disco. Va però ancora meglio con Honest Brigands: si avvia subito arrembante, col suo riffage di influsso thrash moderno, molto incisivo. E se esso sparisce in breve, il pezzo si muove comunque tutto su velocità sostenuta: lo fanno per esempio le strofe, guidate dalla doppia cassa di Sergio Ciccoli che regge bene il riffage e rende il tutto incalzante. Si rallenta un po’ solo per i bridge, comunque brevi: nel giro di qualche secondo, ci ritroviamo di nuovo a correre nei ritornelli, che però hanno un piglio molto più musicale. Con la melodia cantata dal frontman, semplicissima e orecchiabile, e una base avvolgente e di buona nostalgia alle sue spalle, colpiscono bene con la loro natura catchy. Completa il quadro una frazione centrale più oscura, che riprende le influenze iniziali, ma poi si sviluppa come il più classico passaggio solistico, coi suoi incroci di assoli a metà tra power e influssi maideniani.  Anch’esso contribuisce a creare un pezzo semplice ma coinvolgente al massimo, uno dei migliori della scaletta!

Be Strong lascia da parte la frenesia sentita in precedenza per muoversi da subito su un lento mid tempo, spesso di carattere marziale. Ma l’assenza di dinamismo non è un problema: compensa alla grande il riffage di Clemente Cattalani e Cristiano Cellini, ombroso e a tratti persino cupo. È la base della maggior parte della traccia con le sue variazioni: nelle strofe, è in versione più arcigna e sottotraccia, ma poi dopo brevi bridge cambia tono e diventa più potente, oltre che strisciante grazie al suo maggior carico di dissonanze. In ogni caso, entrambi i passaggi funzionano bene; lo stesso vale per quello centrale, che lascia in parte l’oscurità precedente per qualcosa di più malinconico, a tratti persino drammatico, come negli intrecci di chitarre di trequarti. È un buon contraltare per una bella traccia, che non spicca come altre in Indipendence ma si lascia sentire con piacere. Di certo però non l’aiuta essere compresa tra due pezzi così: sì, perché subito gli Scala Mercalli schierano The Last Defence (Roma – Gianicolo 1849). Comincia lenta, con toni da ballad, ma nel giro di pochi secondi esplode con forza: non è tuttavia energia travolgente, anzi fin da subito a dominare è una certa preoccupazione – legata al testo, che racconta la sfortunata vicenda della Repubblica Romana del 1849. La si sente bene nelle strofe, graffianti ma non esplosive: vanno avanti a lungo per poi confluire in bridge obliqui, di influsso addirittura progressive. A loro volta, sono l’introduzione per ritornelli in cui la tensione accumulata fin’ora si scioglie: liberatori, tristi in maniera lancinante, colpiscono dritto al cuore con i vocalizzi di Bartolacci, metà in inglese e metà in italiano, e delle chitarre delicate alle sue spalle. Ottimo anche l’intermezzo centrale, che dopo un assolo classico – ma ottimo – presenta una frazione parlata, sempre a proposito del tema del pezzo, in maniera semplice ma riuscita; lo stesso si può dire del finale, di nuovo tecnico e spezzettato. Sono due elementi di arricchimento per un episodio splendido già di suo, senza dubbio uno dei picchi del disco!


Never Surrender prende il via da un breve assolo in cui Ciccoli mostra tutta la sua pesantezza e velocità, poi entra nel vivo anch’essa con grande urgenza. La base è spesso in fuga alla massima velocità, e anche quando si calma un po’, come nelle strofe, è sempre la frenesia a dominare. Non parliamo poi dei chorus, che da questa falsariga salgono ancora e si propongono sempre più pesanti col passare dei secondi; ciò non gli impedisce però di essere anche catchy in maniera discreta. L’unico momento in cui si può davvero tirare il fiato è invece la frazione centrale, in cui i ritmi rallentano e fraseggi a là Iron Maiden si scambiano con dei cori; dura poco, tuttavia, prima che la frazione di assoli, a tratti persino epicheggiante, torni a correre. È una delle parti migliori di un pezzo semplice ma buono: non spicca tra il meglio del disco ma sa bene il fatto suo! La seguente Tolentino 1815 si avvia in maniera marziale: un’essenza che non perderà mai lungo tutta la sua durata. Le strofe sono ritmate, col riffage che preferisce dare una cadenza militare che accelerare: seppur il tempo sia lento, almeno in relazione al genere, colpiscono bene. Lo stesso vale per i bridge, che lasciano questa norma e cominciano ad aprirsi: sono il giusto preludio a chorus caldi, intensi con Bartolacci e i cori che lo aiutano a creare un’atmosfera lacrimevole, lacerante. Allo stesso scopo lotta la frazione centrale, che sia nei momenti più lenti che nell’unico momento di fuga del brano hanno un bel tono negativo, e il refrain ancora più drammatico nel finale. In pratica è tutto qui un pezzo davvero toccante: non raggiunge i picchi di Indipendence, ma solo per poco! Un breve interludio di suoni di battaglia, poi con White Death gli Scala Mercalli tornano ad accelerare: ci ritroviamo quasi subito in un paesaggio macinante, con le sue ritmiche a metà tra power e thrash. È una caratteristica che si rinforza anche nelle strofe, pestate e di gran energia distruttiva, ma anche con qualche melodia che dà loro un tocco strano, quasi espanso. Ma poi il tutto si apre all’improvviso coi ritornelli: meno duri, sviluppano le suddette melodie in qualcosa di teso ma più in senso emotivo, il che insieme al cantante, che di nuovo gioca semplice, li rendono di ottimo impatto. Buona anche la sezione centrale, espansa e quasi echeggiata: tra assoli e frazioni ritmiche di nuovo a là Running Wild, va avanti molto a lungo. È un passaggio a tratti un po’ prolisso ma di norma valido: correda bene una traccia che non brilla ma sa comunque come essere efficace.

Whisper of the Night comincia in maniera un po’ scontata, col suo riffage heavy metal che sa di nostalgico (stavolta non in senso buono) già da un miglio. Per fortuna, poi migliora un po’, con strofe piuttosto dure e macinanti, con anche un bel tocco ombroso. Lo stesso è presente nei bridge, un po’ più lenti e ritmati: introducono però chorus che stavolta non funzionano granché bene. Con la loro melodia, cercano di colpire a livello sentimentale, ma stavolta ai fermani non riesce: suonano solo un po’ cantilenanti, a causa di una melodia non del tutto riuscita. Per fortuna, risollevano le sorti del pezzo una parte centrale di carattere speed, preoccupata al punto giusto, e soprattutto un finale cupo con le sue ritmiche profonde e gli assoli crepuscolari. Aiutano a risollevare un pezzo che però anche così si rivela carino e nulla più: in un album come Independence finisce per sparire. Per fortuna, gli Scala Mercalli ne ritirano subito su le sorti con Anita (Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva): unica semi-ballata vera e propria del disco, comincia coi lenti arpeggi della coppia Cellini/Cattalani, ma poi la chitarra si distorce. Non è un problema, comunque: quella pulita rimane in scena, e in generale il panorama è malinconico e sentito, anche nella potenza relativa. È un ibrido strano che però funziona bene nella base: ancor meglio fanno però i bridge, con melodie delicate, calorose, e soprattutto i ritornelli. Ancor più rarefatti, evocano una malinconia assoluta e straziante, che colpisce dritta al cuore. Niente male anche la sezione centrale, l’unica davvero metallica e potente del pezzo: non spezza però l’aura di malinconia del resto, e anche per questo si integra bene in una canzone di altissimo livello, non tra i picchi del disco ma a poca distanza! In pratica è anche l’ultimo brano vero e proprio, ma come outro i marchigiani schierano Fratelli d’Italia: come il titolo suggerisce, è un tentativo di cover metal dell’Inno di Mameli. Purtroppo, devo dire, non molto riuscito: il risultato appare grottesco e poco serio, nello stile di quei video “qualcosa in versione metal” che girano su Youtube. Colpa anche di una certa distanza musicale tra i cori degli ospiti della Corale Angelico Rosati e la base, che peraltro tende a ignorare la cadenza originale per qualcosa di più orientato al power, il che però le fa perdere parecchio. Se l’intenzione è anche apprezzabile, il risultato no: per quanto mi riguarda è il meno bello del disco che chiude per distacco, e se non ci fosse stato il voto sarebbe stato di sicuro migliore di almeno un paio di punti!

Insomma, pur non facendo gridare al miracolo Independence è un buon album, godibile per quasi tutta la sua durata e con tante belle canzoni. Poteva essere migliore? Forse sì, stavolta gli Scala Mercalli mi danno l’idea che evitando le piccole sbavature potessero fare ancora di meglio. Ma coi se e coi ma non si è mai fatto il mondo, e poi in fondo non importa: anche così rimane un disco con tutti gli elementi per far felice un qualunque amante di heavy e power metal!

Voto: 79/100


Mattia


Tracklist: 

  1. The Crossing on the Sea (From Quarto to Marsala) – 02:11
  2. The 1000 (Calatafimi Battle) – 03:57
  3. Honest Brigands – 04:27
  4. Be Strong – 05:00
  5. The Last Defence (Roma – Gianicolo 1849) – 04:35
  6. Never Surrender – 04:17
  7. Tolentino 1815 – 05:43
  8. White Death – 05:09
  9. Whisper of the Night – 04:41
  10. Anita (Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva) – 05:11
  11. Fratelli d’Italia (Italian Anthem) – 01:44
Durata totale: 46:55
Lineup: 
  • Christian Bartolacci – voce
  • Clemente Cattalani – chitarra
  • Cristiano Cellini – chitarra
  • Giusy Bettei – basso
  • Sergio Ciccoli – batteria
Genere: heavy/power metal

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