Grave Digger – Heart of Darkness (1995)

Per chi ha fretta:
Pur essendo un album di transizione tra lo speed metal precedente e l’heavy venato di power degli album successivi, Heart of Darkness (1995), quinto album dei Grave Digger, è del tutto degno di nota. Lo è per esempio il suo heavy metal più negativo della media, con tanta rabbia, una gran pesantezza e soprattutto belle atmosfere oscure. Lo rendono meno immediato della media dell’heavy metal, ma non è un problema: con gli ascolti la scaletta cresce molto, soprattutto per quanto riguarda la tamarra The Grave Dancer, l’espansa Demon’s Day, la disperata Warchild, la lunga suite della titletrack e la malefica Black Death. Sono i picchi di un disco non perfetto, ma non importa: anche con qualche sbavatura Heart of Darkness si rivela un capolavoro, di sicuro da non sottovalutare per i fan dell’heavy metal e in particolare di quello più cupo!

La recensione completa:

1986: come altre band heavy metal in quel periodo, i Grave Digger decisero di inseguire il successo commerciale. Accorciato il nome nel meno minaccioso Digger, pubblicarono quello stesso anno Stronger Than Ever: un album hard rock nemmeno così terribile se ascoltato oggi, ma che all’epoca fu un vero e proprio flop, tanto da costringere la band a sciogliersi l’anno dopo. Ma Chris Boltendhal non aveva ancora finito con la musica: passarono altri dodici mesi ed ecco che, con tre nuovi musicisti – tra cui spiccava il chitarrista Uwe Lulis – formò gli Hawaii. Tre anni e un demo, poi la sezione ritmica fu sostituita, e per l’occasione Boltendhal decise di tornare al vecchio monicker: erano tornati i Grave Digger! Passarono ancora due anni, e nel 1993 la band pubblicò The Reaper: un lavoro che riprende molti pezzi dal demo degli Hawaii e torna allo speed metal che i tedeschi affrontavano negli anni ottanta. Ma ormai i tempi erano cambiati: forse fu anche questo a spingere i Grave Digger a spostarsi su qualcosa di diverso per l’album successivo. Fu così che Heart of Darkness, uscito nel 1995, mostrò delle novità a livello stilistico. Lasciato da parte lo speed, che torna solo di tanto in tanto in qualche raro pezzo, qui i tedeschi affrontano un heavy metal meno veloce, ma in compenso più pesante e oscuro. Sono proprio questi due fattori a renderlo particolare: da un lato la potenza e anche una bella rabbia non gli mancano mai, ma soprattutto sono le atmosfere cupe, opprimenti evocate dai Grave Digger a renderlo avvolgente. Dall’altro, questo implica che Heart of Darkness sia meno immediato, con melodie spesso poco catchy rispetto alla media dell’heavy metal. Ma non è un problema: tra il loro impulso negativo e la voce di Boltendahl, più al vetriolo che mai, il loro impatto è unico, e quando col passare degli ascolti ci entri dentro ti ritrovi davanti a un gioiellino. Un gioiellino un po’ grezzo e non del tutto perfetto: per esempio, io non amo molto la registrazione, specie nel suono della chitarra di Lulis, a tratti un po’ troppo “gonfio” per i miei gusti.  Ma è una questione di poco conto per un lavoro che anche così incide alla grande!

L’oscurità dei Grave Digger in Heart of Darkness è ben avvertibile sin da Tears of Madness, intro lugubre sin dai profondi effetti iniziali, a cui presto si sovrappone un carillon altrettanto cupo. È l’avvio di un’evoluzione che pian piano si arricchisce di archi sintetici molto inquietanti, come anche gli effetti ambient della base che aumentano di volume e i cori: ci ritroviamo in un affresco davvero orrorifico, nero come la notte. È una tensione che non si scioglie poi quando, dopo due minuti, Shadowmaker entra in scena con la pesantezza di un macigno. E, dopo poco, comincia a fuggire, con un riffage heavy tipico, ma senza la sua tipica vitalità: sin dall’inizio è sostituita da una gran preoccupazione, ben evocata dalla successione di accordi e da Boltendahl. È una sensazione che poi si accentua anche nei bridge, convulsi e vorticosi, che martellano a lungo prima dei ritornelli. Questi ultimi rallentano, ma non per questo perdono qualcosa: i cori blasfemi che accompagnano il cantante li rendono oscuri, per quanto rispetto al resto siano meno opprimenti, e forse anche un pelo mosci. Così si rivela anche la frazione centrale, col classico assolo, in pratica l’unica variazione del pezzo (se si eccettua il finale fracassone). Entrambe le parti si integrano bene in una opener già buonissima, seppur sia forse anche il meno bello del disco che apre – il che la dice lunga su quest’ultimo! In ogni caso, va già meglio con The Grave Dancer, che si apre costruendo man mano  il suo riff di base,  partendo dai semplici accordi fino ad arrivare alla versione completa, col suo ritmo pesante in levare. È quest’ultima che reggerà i ritornelli: arcigni, potenti, hanno un coro anthemico che colpisce alla grande nella sua cattiveria. Ottime risultano anche le strofe: semplici, macinanti, non accelerano ma riescono lo stesso ad avere un impatto impressionante. L’unico momento più arrembante sono invece i bridge, più movimentati e meno quadrati del resto; sono però funzionali al brano, come lo è la frazione centrale, sempre di stampo classico. Nel complesso, abbiamo un pezzo davvero semplice ma grandioso: per quanto mi riguarda, è persino tra i migliori di Heart of Darkness!

Dopo tanta potenza, oscurità e cattiveria, Demon’s Day spiazza un po’ col suo avvio di chitarra pulita, quasi delicato pur col ritmo di vago retrogusto industrial alle sue spalle. È una base che presto i Grave Digger abbandonano per qualcosa di più heavy, che però ne mantiene l’aura mogia: lo si sente subito in questa falsariga, che poi reggerà anche i ritornelli. Energica al punto giusto, ha però dalla sua anche un bel pathos, evocata da un Boltendahl che svaria da toni graffianti ad altri musicali, e dalla base alle sue spalle. Più strane sono invece le strofe: ritmate, striscianti, perdono parecchio spessore sentimentale e si mostrano sinistre, plumbee, quasi soffocanti nel loro lento procedere. Più o meno la stessa aura si perpetua anche nelle variazioni presenti qua e là: spesso oblique e dissonanti, si integrano bene nel resto. Peraltro, non ce ne sono molte lungo i sette minuti e mezzo del pezzo, che pure non suonano mai noiosi: merito proprio dell’atmosfera, che nel contrasto tra le sue due anime funziona benissimo. È il segreto di un pezzo splendido: non spicca tra le punte di diamante del disco, ma giusto per poco! La successiva Warchild prende vita da un lungo intro, con un carillon che suona una versione molto dolce di della celebre melodia di Auld Lang Syne. È intesa come una ninnananna, anche visti i vagiti da neonato che appaiono dopo poco: il tutto però viene interrotto bruscamente da un’esplosione come di una bomba. È il punto di inizio della traccia vera e propria, che poi parte quasi subito in fuga. Qui i tedeschi recuperano i loro trascorsi speed: a reggere c’è quasi sempre la doppia cassa di Frank Ullrich, su cui si scambiano riff heavy espansi e persino malinconici e momenti più macinanti, di vago influsso thrash e power. È una scalata che col tempo si fa sempre più oscura e ansiosa, finché la tensione non si scioglie coi refrain: rallentano di molto e perdono anche in impatto, sostituito però da un tono drammatico, ben evocato dai cori. Completa il quadro una frazione solistica anch’essa rapida e fulminante: è quanto basta a un episodio di ottima caratura, di nuovo non troppo distante dal meglio della scaletta!

Se fin’ora i Grave Digger hanno giocato sul semplice, con Heart of Darkness le cose sono destinate a cambiare. Lunga ed espansa suite basata sull’omonimo romanzo di Joseph Conrad e su Apocalypse Now che rilegge in chiave moderna le sue vicende, comincia da un tratto lento, lugubre, strisciante. Sulla base di una chitarra pulita ma ossessiva, si stagliano prima i cori (per l’occasione, sono quelli del Konzertchor Koln diretto da Eric Ingversen) e poi la voce di Boltendahl, stavolta mogia e musicale, ma echeggiata e per nulla accogliente.  Crea una grande oscurità, misteriosa, che ben ci accompagna per quasi tre minuti, prima che la musica entri nel vivo con più enfasi. Gli accordi sono da heavy metal classico, potenti e diretti, ma a dominare dall’inizio è una certa preoccupazione, coadiuvata da elementi come i vocalizzi del frontman, tornato a graffiare, e qualche riuscita variazione, sempre cupa. È un’impostazione che prosegue a lungo, costante, per poi però salire verso bridge più cupi: introducono a loro volta refrain di grande impatto, non solo per quanto sono catchy, ma anche per la loro energia distruttiva e il loro profilo ombroso. Sono la parte del pezzo che spicca di più, ma il resto non è da buttare: la norma funziona benissimo, e lo stesso vale per la parte centrale, che lascia la struttura semplice per abbracciarne una molto tortuosa. Tra passaggi possenti a mitragliatrice, altri più espansi di influsso persino hard rock e lunghe frazioni di basso profilo con effetti di guerra come base, ci accompagna a lungo, fino alla tre quarti. Lì tutto si calma, col malinconico arpeggio di chitarra pulita, ma poi la musica ricomincia a crescere, prima sempre nostalgica ma poi pian piano più maschia, finché non si ricollega alla parte principale. Il tutto accompagnato da un’ottima parte solista e da arrangiamenti ben studiate, che arricchiscono il tessuto di una suite straordinaria, il meglio del disco a cui dà il nome con The Grave Dancer! Saggiamente, dopo un macigno di questa durata i tedeschi piazzano Hate, molto più breve e dritta al punto: parte col suo riffage, martellante e di influsso thrash più che vago. È quello che torna a tratti a portare distruzione, anche se il resto è più basilare: lo sono per esempio le strofe, col loro semplice macinare, anch’esso di vago influsso thrash, ma non senza un’esplosività tipica heavy. Di sicuro a livello di aura sono quasi leggere, almeno rispetto ai chorus: arrivano dopo poco e si mostrano rabbiosi, possenti, tempestosi, il che consente loro di incidere alla grande. A parte un breve assolo al centro, turbinoso e convulso, non c’è altro in un pezzo brevissimo ma che funziona bene anche così: non è tra i migliori del disco, ma nemmeno troppo lontano!

Circle of Witches se la prende con molta calma: prende vita da un intro ambient pieno degli effetti oscuri dell’ospite Rudy Kronenberger, che reggono un parlato arcano, per un effetto genere oscuro, quasi da dark fantasy. Il tutto va forse avanti troppo, i suoi due minuti finiscono per essere un pelo esagerati: tuttavia, è l’unico difetto di un episodio che poi, quando entra nel vivo, comincia a incidere alla grande! Lo fanno benissimo le strofe, un po’ più complesse della media, divise tra momenti esplosivi, di puro heavy metal, e stacchi da ballad, in cui le chitarre pulite e il basso di Tomi Göttlich reggono la voce di Boltendhal, pulita in maniera inedita. Alla prima norma appartengono anche i ritornelli: hanno quasi un piglio rockeggiante ma il cantante le rende al tempo stesso angosciose, e i riff potenti di base fanno il resto. Come al solito, inoltre, non c’è altro a parte un assolo al centro, che riassume il piglio hard rock accoppiato alla cupezza metal che si incontrano nel resto del pezzo. È il giusto complemento per l’ennesimo brano di altissimo livello del lotto: stavolta non farà gridare al miracolo, ma sa benissimo il fatto suo! A questo punto, Heart of Darkness è alle sue ultime battute: per l’occasione, i Grave Digger schierano Black Death, che comincia subito dissonante, oscura al massimo: una caratteristica che manterrà lungo quasi tutta la sua durata.  Lo sono di sicuro le strofe: all’inizio molto sottotraccia, pian piano crescono in intensità e anche in malvagità, sotto la spinta delle chitarre di Lulis e delle urla blasfeme del frontman. Ci conducono a bridge debordanti, con un riff grasso di retrogusto addirittura groove metal, per poi confluire in ritornelli davvero esasperati, di grandissima cattiveria. Ottimi anche gli altri arrangiamenti che danno altre sfumature (di nero) al pezzo: tra di essi spiccano le potenti schitarrate heavy presenti qua e là e la frazione strumentale al centro, classica ma senza che questo dia fastidio all’aura generale. Sono tutti arricchimenti per l’ennesimo grande episodio, poco distante dai picchi del disco che chiude!

Andando bene a guardare, Heart of Darkness non è che un album di transizione: già un anno dopo, con Tunes of War, i Grave Digger assorbiranno (con successo) le sonorità power che allora in Germania andavano per la maggiore. A parte questo, però, non è nemmeno un disco minore: se è vero che nella loro carriera i tedeschi hanno fatto persino di meglio, non è un buon motivo per sottovalutarlo. Anzi, se ti piace l’heavy metal più cupo e d’atmosfera, questo è un lavoro che non può mancarti in nessun caso; ma anche se  il genere ti piace nel complesso, ti consiglierei di dargli una possibilità!

Voto: 93/100


Mattia

Tracklist: 

  1. Tears of Madness – 02:09
  2. Shadowmaker – 05:39
  3. The Grave Dancer – 05:02
  4. Demon’s Day – 07:29
  5. Warchild – 06:09
  6. Heart of Darkness – 11:56
  7. Hate – 04:23
  8. Circle of Witches – 07:43
  9. Black Death – 05:40

Durata totale: 56:10

Lineup: 

  • Chris Boltendahl – voce
  • Uwe Lulis – chitarra
  • Tomi Göttlich – basso
  • Frank Ullrich – batteria

Genere: heavy metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Grave Digger

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