Smoulder – Times of Obscene Evil and Wild Daring (2019)

Per chi ha fretta:
Times of Obscene Evil and Wild Daring (2019), esordio sulla lunga distanza dei canadesi Smoulder, è un lavoro bello come lo splendido artwork di Michael Whelan lascia intendere. Lo è già lo stile, un epic doom/heavy metal che la band riesce a far suonare sempre fresco, grazie alla voce di Sarah Ann, grintosa ed evocativa, e a una buona cura per riff, melodie e atmosfere. Merito anche di un songwriting molto maturo (specie per la loro giovane età), che consente loro di dare personalità e valore a ogni canzone. È questo il segreto di una scaletta di altissimo livello e senza quasi punti morti, in cui picchi grandiosi come l’incalzante Ilian of Garathorm, l’epica The Sword Woman, la veloce Bastard Steel o la maestosa closer track Black God’s Kiss brillano molto. Anche per questo, Times of Obscene Evil and Wild Daring si rivela un vero e proprio gioiello, che può fare la felicità di tutti gli appassionati dell’heavy e del doom metal più epici!

La recensione completa:

Visto che l’abito spesso non fa il monaco, non sempre una bella copertina racchiude un disco altrettanto valido. Ci sono per esempio casi di album con un artwork splendido o comunque ben realizzato che però non hanno molto da dire; ancor più spesso, si trovano dischi che al contrario sono ottimi, ma la cui copertina lascia parecchio a desiderare. Ma a volte si può anche trovare il caso in cui un capolavoro può sposarsi con una cover splendida, che gli aggiunge ancor più fascino: è il caso di Times of Obscene Evil and Wild Daring degli Smoulder. Nati nel 2013 a Toronto, per questo loro esordio sulla lunga distanza, uscito lo scorso 26 aprile grazie alla nostrana Cruz del Sur Music, hanno scelto un artwork favoloso, realizzato nientemeno che da una leggenda come Michael Whelan. Ma anche la musica di Times… è eccezionale, a partire dal genere: di base è un epic doom metal a cui gli Smoulder aggiungono una componente heavy altrettanto epica, così ben integrata che non si capisce dove inizia uno e finisce l’altro. È un genere non originalissimo ma che i canadesi supportano con alcuni begli spunti di personalità: su tutti, il più evidente è la voce della cantante Sarah Ann. Grintosa, evocativa, ricorda un po’ quella di Doro Pesch, ma viene usata in maniera del tutto diversa: anche per questo, si sposa bene con i testi battaglieri e le atmosfere di Times…. Il piatto forte degli Smoulder è però il songwriting: è il principale segreto che consente loro di risultare freschi e mai scontati anche con due generi che nella loro incarnazione classica ormai hanno detto tutto, o quasi. Grazie a questo, i canadesi riescono a creare ottimi riff, di gran impatto, e soprattutto atmosfere avvolgenti, variopinte, piene di sfumature. Il loro merito principale è però di dare una personalità forte a ogni brano e a non cadere mai nell’omogeneità, una capacità rara di questi tempo. Chiude il quadro una registrazione particolare, vintage in maniera ben studiata, tanto da far sembrare il disco uscito dall’underground americano anni ottanta, ma al tempo stesso nitida come conviene ai nostri tempi. È un altro dei segreti di un album splendido, in cui gli Smoulder dimostrano idee chiare e una maturità sensazionale, specie per una band giovane e all’esordio come loro!

Times… parte da un intro di effetti sintetici anche abbastanza lo-fi, che da subito creano un’aura misteriosa: sono validi per introdurre la Ilian of Garathorm vera e propria, che prende vita dopo poco più di mezzo minuto. All’inizio è lenta, melodica, con mogi fraseggi maideniani su una base lenta e doom, ma presto comincia a crescere, un’evoluzione lenta che crea pian piano un fascino solenne ed evocativo. Alla fine il tutto sfocia in una falsariga marziale, di solito granitica come per esempio nelle strofe, rocciose e maschie specie a livello di ritmiche. Ogni tanto però c’è anche spazio per qualche momento più melodico: di norma sono piccoli arrangiamenti o al massimo stacchi di pochi secondi, in cui la band torna a far sentire la propria influenza dagli Iron Maiden. Fanno eccezione i bridge, espansi e oscuri con il loro carattere doom, e soprattutto i ritornelli: si aprono di molto e suonano quasi liberatori nella loro forte epicità , che non impedisce loro di essere anche catchy in maniera discreta. Completa il quadro un assolo al centro diviso tra toni classici da hard ‘n’ heavy e ritmiche maideniane: è l’unica variazione di un pezzo molto lineare, ma che anche così colpisce alla grande, non tra i picchi di Times… ma a poca distanza! Tuttavia, va ancora meglio con The Sword Woman, che segue a ruota: al suo interno, gli Smoulder lasciano da parte il dinamismo precedente per qualcosa di lento e maestoso, epic doom dei più classici. Il ritmo cadenzato del batterista Kevin Hester guida prima la chitarra che disegna belle melodie, con una certa malinconia, e poi la voce di Sarah Ann fa altrettanto, dando al tutto un tono più oscuro insieme al riffage, divenuto più arcigno nel frattempo. È una progressione lenta ma incisiva al massimo, che ci porta dritta ai refrain: ancor più espansi del resto, sono nostalgici a modo loro, seppur in maniera oscura, e la grinta della cantante è la ciliegina sulla torta. Ottima anche il lungo finale, che unisce le due anime in qualcosa di passionale per poi sfociare in uno sfogo più vorticoso: non perde però la profondità del resto, che anzi si accentua nel finale con la coda di puro pathos regalata dalla frontwoman. È quanto basta a un brano splendido, uno dei migliori in assoluto del disco!

Bastard Steel si avvia sempre lenta, solenne: dà l’idea di voler essere come la precedente, ma dopo poco i canadesi partono a tutta velocità. A farla da padrona da ora in poi sono ritmiche vorticose e rapide, speed metal con persino venature power metal a tratti: elementi inediti che però non stonano con l’aura ombrosa e lontana dei canadesi. È la base che regge strofe veloci, dritte al punto, una bella cavalcata che poi diventa ancor più convulsa nei bridge, passando anche dal puro impatto a qualcosa di molto più preoccupato. Ciò si accentua ancora di più nei ritornelli, epici ma al tempo stesso malinconici, sognanti pur nella loro carica oscura. Valido si rivela anche il passaggio strumentale al centro: unico in cui gli Smoulder rallentano in questo caso, si allinea però all’inquietudine del resto a meraviglia. È anche per questo che si integra bene in un altro episodio meraviglioso, che col precedente forma un uno-due da paura, i migliori in assoluto di Times…! La successiva Voyage of the Sunchaser si apre col suono della risacca e di una tempesta, su cui presto arriva a stagliarsi il basso di Adam Blake: disegna una melodia sottotraccia, crepuscolare. È quella a cui poi si accodano la voce di Sarah Ann, con un gran pathos, e la chitarra solista, che pennella un disegno espressivo ma con una certa oscurità. È un avvio davvero molto epico, che crea un bel senso di attesa: si scioglie solo dopo un paio di minuti, quando di nuovo il bassista dà il là a una frazione molto a là Manowar. Anch’essa è un preludio prima che la musica torni a una velocità più da heavy che da doom metal: stavolta non è serrato, ma si rivela movimentata il giusto. La struttura si divide in frazioni incalzanti in cui la frontwoman canta in maniera sempre evocativa e in passaggi più espansi ma incisivi allo stesso modo, in cui è la chitarra solista a disegnare ottime melodie. Un finale che torna alla lentezza iniziale è in pratica l’unica eccezione a questa norma: nonostante i sei minuti, abbiamo in effetti una traccia molto semplice, che però avvolge molto bene e pur non essendo all’altezza di ciò che l’ha preceduto si difende alla grande.

Shadowy Sisterhood inizia quasi delicata, col suo espressivo assolo su un riff neanche troppo pesante. Ma è un finto preludio, visto che poi il tutto diventa più marziale, soprattutto nel riffage di Shon Vincent e Collin Wolf: non c’è più spazio per melodie, ma solo per un ritmo epic metal battagliero, maschio, granitico grazie alle sue venature doom. Ottimi da questo punto di vista i vocalizzi oscuri di Sarah Ann, che danno al tutto una marcia in più; purtroppo, però, la cantante è anche il problema nei chorus. Al loro interno, cerca una prestazione drammatica, urlando e andando parecchio verso l’alto: di norma le riesce, ma a tratti esagera e suona un po’ stonata. Niente di preoccupante, in ogni caso: anche così i ritornelli si rivelano angosciosi al punto giusto, grazie alla chitarra dissonante che colpisce bene. Anche il resto non è male: seppur la durata di meno di cinque minuti lo faccia sembrare un pelo incompleto, si tratta sempre di un bel pezzo. In Times… risulta addirittura il punto più basso, ma la qualità è molto buona, e in un disco meno valido spiccherebbe molto di più. Di certo però sfigura un po’ nei confronti della seguente Black God’s Kiss, con cui gli Smoulder chiudono l’album: per l’occasione, abbracciano la loro anima più doom con più forza. Lo si sente sin dall’avvio, col ritmo lentissimo, quasi tombale di Hester, su cui si staglia un riff molto espanso, semplice. Ma le cose sono destinate a cambiare: seppur rimangano su tempi lenti, i canadesi variano spesso coordinate, che vanno da tratti in cui dominano lead preoccupati ad altri più spogli, in cui i due chitarristi mostrano la loro pesantezza. A questa seconda norma si rifanno in parte anche le strofe, però più espanse: ciò consente loro di incidere dal punto di vista dell’aura, nera come la notte ma con una sua certa solennità. Ciò si accentua ancor di più nei refrain: persinoe più dilatati, sono semplicissimi ma hanno un’epicità unica, possente, di gran impatto. Ottimi anche i bridge che li introducono, strani e obliqui nella loro mutevolezza: anch’essi però sono oscuri come il resto, e risultano perciò funzionali alla traccia. Lo stesso si può dire per la lunga coda, che dopo sei minuti cambia di nuovo le carte in tavola: all’inizio è lenta come il resto, ma poi accelera. È l’inizio di una lunga progressione quasi del tutto strumentale, che si dipana tra passaggi di armonizzazioni maideniane, assoli vorticosi e ritorni di fiamma dell’inizio, riletto però in una versione più drammatica. Ma il tratto migliore è nel finale, con una chitarra di gran pathos, quasi lacrimevole: segna la chiusura di un pezzo splendido e senza momenti morti nei suoi nove minuti, il che lo rende appena sotto ai picchi del disco!

Dopo quanto ho detto fin’ora, forse non serve nemmeno ripeterlo: Times of Obscene Evil and Wild Daring è un album davvero splendido, con tanta sostanza e pochissimi difetti e momenti morti. È anche vero, dall’altra parte, che qualche elemento migliorabile c’è ancora, il che impressiona: gli Smoulder sono già maturi, ma forse hanno persino dei piccoli margini dei miglioramento. Per quanto riguarda questo, staremo a vedere per il futuro; nel frattempo però non posso che consigliarti di scoprire questo loro esordio. Se il doom e l’heavy metal più epici fanno al caso tuo, i canadesi sono un gruppo che non potrai fare a meno di amare al primo ascolto!

Voto: 92/100


Mattia


Tracklist: 

  1. Ilian of Garathorm – 06:29
  2. The Sword Woman – 05:28
  3. Bastard Steel – 05:58
  4. Voyage of the Sunchaser – 05:56
  5. Shadowy Sisterhood – 04:25
  6. Black God’s Kiss – 09:05
Durata totale: 37:21
 
Lineup: 
  • Sarah Ann – chitarra
  • Shon Vincent – chitarra
  • Collin Wolf – chitarra
  • Adam Blake – basso
  • Kevin Hester – batteria
Genere: heavy/doom metal
Sottogenere: epic/doom metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook degli Smoulder

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento