Falconer – The Sceptre of Deception (2003)

Per chi ha fretta:
The Sceptre of Deception (2003), terzo album dei Falconer, è un lavoro non all’altezza dei precedenti. Forse per colpa anche di problemi di lineup, si tratta di un disco con poche idee che tendono a ripetersi lungo tutta la durata, il che lo rende anche poco emozionante. E sì che i pregi per far bene c’erano tutti, come per esempio il power metal del gruppo, sempre personale ma con maggiori influenze folk, atmosfere più epiche e un concept album medievale. Non basta tuttavia a una scaletta abbastanza ondivaga, in cui pezzi come Under the Sword, Hooves over Nordland, Ravenhair e la title-track funzionano ma altri no. E così, alla fine The Sceptre of Deception si rivela un album non del tutto riuscito: è anche discreto e accettabile, ma dai Falconer uno dovrebbe pretendere di più!

La recensione completa:

2002: esce Chapters from a Vale Forlorn, secondo album dei Falconer, un grandissimo come-back che conferma l’altissimo livello di ispirazione del predecessore. Non sorprende che abbia proiettato gli svedesi nell’olimpo del power, allora un genere ancora sulla cresta dell’onda ma che già si mostrava un po’ affaticato, e che beneficiò della loro iniezione di freschezza. Purtroppo, si sa, tutte le cose belle sono destinate a finire, e alcune non durano che poco tempo: così è stato per i Falconer iniziali, che già alla fine del 2002 persero il cantante Mathias Blad. Fu con Kristoffer Göbel dei Destiny che la band incise perciò il suo terzo lavoro, The Sceptre of Deception: un disco che però risente non tanto del cambio di lineup, quanto forse dell’instabilità che questo ha creato. Al suo interno, la band cerca di riprendere la via seguita dai due predecessori, anche grazie a Göbel, che con le dovute differenze non si stacca troppo dai toni evocativi di Blad; tuttavia, non sempre ci riesce. Da un lato, lo stile di base è il solito power metal personale che i Falconer ci hanno fatto sentire nei precedenti, duro ma al tempo stesso melodico. The Sceptre of Deception però presenta più influenze folk che in passato, e in generale cerca di fare qualcosa di diverso: lo si sente nella presenza di toni molto più epici, che ben supportano un concept ambientato nell’anno milletrecento. Di sé questo non è un male, anzi voler cambiare le carte in tavola è positivo: purtroppo, i Falconer non sostengono questa voglia di sperimentare con la qualità. The Sceptre of Deception è di conseguenza molto meno ispirato rispetto ai precedenti: le idee sono poche e tendono a ripetersi spesso, specie per quanto riguarda le melodie. Forse anche per questo, parliamo di un disco freddo e poco accogliente, che non ha lo spessore dei precedenti e riesce molto meno spesso a emozionare. Certo, qualche bella zampata c’è, e in generale è tutt’altro che un disastro: tuttavia, con The Sceptre of Deception i Falconer non riescono a ripetere quella formula che li aveva resi grandi in precedenza, e si limitano a essere solo più che decenti.|

Senza alcun preambolo (a eccezione di un breve svolazzo di chitarra), The Coronation entra subito nel vivo lenta e di tono anche abbastanza evocativa. È la base che regge anche le strofe, semplici, potenti e marziali, col riff roccioso e incisivo del leader Stefan Weinerhall e del neoarrivato Anders Johansson: non durano molto, prima di lasciar spazio a chorus più melodici e musicali, che catturano bene con la loro aura quasi dolce. Tra queste due parti ogni tanto spuntano frazioni di intrecci solistici: di norma sono brevi, ma al centro c’è spazio per una frazione più espansa, sempre cadenzata ma più varia, tra momenti solenni e altri di influenza folk. A parte la breve frazione di trequarti, più drammatica grazie a Göbel, è l’unica variazione di un pezzo che nonostante la sua semplicità colpisce bene per atmosfera, e apre a dovere le danze. La successiva The Trail of Flames: lascia da parte il mid tempo e parte subito in fuga, ma senza perdere un certo retrogusto epico. Esso è presente invece in tutte le strofe, veloci e da tipico power metal scandinavo, con tanto della classica preoccupazione, per poi esplodere nei bridge, che rallentano e presentano un’aura triste, evocativa, di gran intensità. Peccato però che siano seguiti da ritornelli poco incisivi: i loro cori mancano di mordente, e la melodia è poco riuscita, persino sciatta. Abbassano e non di poco la qualità di un pezzo che per il resto fa molto bene: anche i vari arrangiamenti sono ben riusciti, tra cui spicca la parte centrale, divisa tra ottimi assoli e frazioni lente e sentite. Abbiamo insomma un pezzo che anche così risulta discreto, ma dà l’idea che potesse essere ottimo: se non altro, questo lo rende il manifesto perfetto per The Sceptre of Deception. Con Under the Sword, i Falconer tornano quindi su un ritmo lento e solenne, il che non è un male. Parliamo di un episodio anche più lineare della media, con le sue ritmiche energiche oscillanti che si evolvono piano senza cambiare di molto. È una norma che avanza piano ma riesce a incalzare, grazie a un’atmosfera intensa ma al tempo stesso battagliera, che unisce il buono di quest’album con quello del passato degli svedesi. Aiutano a evitare la noia anche le frazioni tra una strofa e l’altra, in cui la protagonista è la chitarra solista che disegna melodie folk avvolgenti al punto giusto. È quanto basta a un episodio semplice e breve per essere suggestivo e buono, persino poco distante dal meglio della scaletta.

Night of Infamy si apre lenta, quasi fosse una ballad; poi però la  melodia di questo intro viene ripresa in maniera più dura e metallica. Succede in particolare nei ritornelli, che dopo brevi bridge morbidi esplodono con forza: è però una forza espressiva, disperata, calda, che colpisce molto bene. Più movimentate sono invece le strofe, con la loro impostazione divisa a metà tra frazioni vorticose, gestite dalla doppia cassa di Kaster Larsson, e altre più aperte, ma sempre di buon dinamismo. Gli svedesi tendono poi a variare: a tratti spuntano dei potenti momenti ritmici, con addirittura il blast beat a volte; è un impostazione che dura anche al centro, che dopo un momento melodico esplode in una frazione strumentale più ritmica che solistica. È la chiusura di un pezzo che non esalta, ma ha almeno il merito di suonare discreto, godibile, e in The Sceptre of Deception non stona. Di sicuro però va molto meglio con Hooves over Northland, con cui i Falconer tornano alla loro natura più lenta. Sin da subito, a dominare è un bel riff, pesante e con a tratti addirittura un vaghissimo retrogusto doom: regge da solo tutte le strofe, a cui altri elementi come la cadenza data dal drummer o la voce di Göbel danno un tono ancor più evocativo. Ma ancor meglio fanno i refrain: sempre lenti ma più vorticosi, evocano una gran bella atmosfera, seriosa e battagliera. Lo stesso si può dire degli inframezzi strumentali: sia quelli più folk nella prima metà, con bei toni medievali, sia quello più in linea con l’anima più power del gruppo funzionano bene. Sono i segreti di un buon pezzo, non tra i migliori del disco ma solo per poco! Purtroppo, con Pledge of Freedom arrivano dei problemi: la sua melodia di base, per quanto non sia malaccio suona già sentita da un miglio, rispetto a quanto ascoltato fin’ora in nel disco. Un po’ la situazione migliora con le strofe, che con solo la sezione ritmica e la voce del frontman sono suggestive: vengono però interrotti troppo spesso da cori in falsetto, che in questa sede suonano quasi ridicoli. Piuttosto, essi sono presenti anche in ritornelli del tutto privi di carisma, oltre che di nuovo scontati. Non aiuta poi una durata stavolta breve che fa sembrare il tutto meno significativo: di fatto, a parte qualche venatura heavy degli svedesi qua e là, non c’è nulla di interessante in un pezzo che passa senza quasi lasciar traccia.

Per fortuna, a questo punto l’album si ritira su con Ravenhair, che si muove su lidi power, con una  bella melodia vorticosa: non il massimo dell’originalità, ma funziona in tutte le variazioni a cui gli svedesi la sottopongono nel corso del brano. Lo stesso si può dire delle altre anime: le strofe sono veloci e cavalcanti, ma hanno anche una bella aura, sognante seppur in maniera un po’ ombrosa. Ancor meglio sono però i refrain: arrivano dopo brevi interludi ancora folk, e si pongono possenti, cupi, seriosi, coi loro cori quasi sinfonici che stavolta incidono e un ottimo impatto. In pratica non c’è altro in un pezzo semplice ma efficace il giusto e non troppo distante dal meglio del disco. Ma va ancora meglio con The Sceptre of Deception, traccia che comincia subito con una bella progressione power, in cui è la chitarra a disegnare melodie sempre diverse ma sempre appassionanti. È una norma che torna a tratti lungo un pezzo però molto più sfaccettato che in precedenza, per quanto spesso rimanga su velocità alte, con doppia cassa e tutti i crismi del genere. Si muovono su questa norma sia le strofe, veloci e vorticose, sia i ritornelli, più cavalcanti ma di impatto assoluto, grazie a una melodia di malinconia lacerante, di gran impatto emotivo. Ma c’è spazio anche per frazioni più lente e oscure, con melodie quasi dissonanti a tratti e un buon livello di potenza: nonostante la differenza, si integrano bene nel resto. Lo stesso vale per altri arrangiamenti, come per esempio i momenti in cui Nicklas Olsson subentra a Göbel con vocalizzi che ricordano il miglior Kai Hansen. Ma il meglio è forse la frazione centrale, che gigioneggia tra frazioni di gusto medievale, passaggi potenti ma al tempo stesso espansi e sognanti,  un assolo sentito e un finale pestato che si ricollega con la norma. E così, dopo un ultimo chorus, anche più drammatico, si chiude così un pezzo di alto livello, il migliore dell’album a cui dà il nome – il che però genera qualche rimpianto, visto che se fosse stato tutto di questo livello sarebbe stato molto meglio! È quindi il turno di Hear Me Pray: unica ballad del disco, posta in coda, all’inizio sembra quasi interessante con le sue chitarre che si intrecciano, frenetiche anche nella loro leggerezza. Poi però arriva un ritornello davvero troppo scontato, che cerca l’emozione ma è troppo leggero per farlo, e suona del tutto privo di carisma. Ma anche le strofe non fanno eccezione: l’impostazione iniziale viene sepolta sotto il basso di Peder Johansson e perde di delicatezza, il che la rende semplice, banale. Nemmeno la sezione centrale, più urlata e che cerca di essere drammatica, riesce a combinare qualcosa: il risultato è un pezzo scontato e anonimo, forse addirittura il punto più basso del disco. Quest’ultimo per fortuna è ormai alla fine: c’è spazio solo Child of Innocence, outro piuttosto inutile ma non spiacevole. È un frammento di un minuto scarso con un ritmo e delle chitarre che creano un atmosfera medievale, quasi fosse musica da menestrelli. Come conclusione insomma ci sta, per quanto non sia così significativa – il che del resto la accomuna a diversi altri pezzi nel disco che chiude.

Per concludere, The Sceptre of Deception è un lavoro sopra alla media moderna del power metal, ma giusto di un gradino. Può andare più che bene per qualche band esordiente di seconda fascia: tuttavia, da un nome come i Falconer si può, e anzi si deve, pretendere di più. In ogni caso, se il power e il folk ti piacciono, parliamo di un disco molto piacevole, che potrebbe fare al caso tuo. Tuttavia, io non lo considero un capolavoro: quelli sono altri, e puoi cercarli altrove, magari anche nel resto della carriera degli svedesi!

Voto: 72/100


Mattia


Tracklist: 

  1. The Coronation – 04:38
  2. The Trail of Flames – 05:22
  3. Under the Sword – 03:44
  4. Night of Infamy – 06:00
  5. Hooves over Northland – 04:09
  6. Pledge for Freedom – 03:50
  7. Ravenhair – 05:04
  8. The Sceptre of Deception – 07:59
  9. Hear Me Pray – 04:23
  10. Child of Innocence – 00:57

Durata totale: 46:06

Lineup: 

  • Kristoffer Göbel – voce
  • Anders Johansson – chitarra
  • Stefan Weinerhall – chitarra
  • Peder Johansson – basso
  • Karsten Larsson – batteria
  • Johannes Nyberg – tastiera (guest)

Genere: folk/power metal
Sottogenere: epic power metal
Per scoprire il gruppo:  il sito ufficiale dei Falconer

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