Whiskey Ritual – Black Metal Ultras (2019)

Per chi ha fretta:
Black Metal Ultras (2019), quarto full-length dei parmensi Whiskey Ritual, è un lavoro che intrattiene molto bene. Lo fa a partire dallo stile, un black ‘n’ roll con influssi punk che sa come divertire con ignoranza e oscurità, pur non disdegnando frequenti incursioni in ambienti più classici e aggressivi. Proprio questo è uno dei punti di forza del gruppo, che grazie alla sua esperienza e abilità riesce a creare un genere mai noioso, pur non avendo nulla di innovativo. È questo il segreto di una scaletta buonissima e godibile per gran parte della sua (breve) durata, in cui spiccano grandi brani come la furiosa title-track, la riottosa Knockout e la vorticosa Manifesto. E così, anche a dispetto di un po’ di omogeneità e a qualche pezzo meno bello, Black Metal Ultras è un album che diverte molto bene e svolge così alla grande lo scopo per cui è stato concepito!

La recensione completa:
Di base, le band metal (e in generale quelle di ogni genere musicale) si dividono in due gruppi. Ci sono quelle che fanno musica con intenti seri – che siano creare qualcosa di nuovo o solo aggiungere il proprio tassello a un genere – e quelle il cui unico scopo è divertirsi e divertire gli ascoltatori. È a quest’ultima categoria che appartengono gli Whiskey Ritual, poco seri già a partire dal monicker: come è ovvio, la loro musica punta a nient’altro che al puro intrattenimento. Nati a Parma nel 2008, in questi undici anni sono riusciti a ritagliarsi il loro angolino di fama nell’underground, grazie anche a una relativa prolificità che li ha portato a pubblicare quattro full-lenght. L’ultimo, Black Metal Ultras, è stato pubblicato da Folter Records lo scorso 26 aprile: si tratta di un disco in cui gli Whiskey Ritual riescono bene nel loro intento di divertire. Che però non è portato avanti come potrebbe fare una band metal demenziale: da un lato, è vero che di base quello degli emiliani è un black ‘n’ roll con tante venature punk, ignorante e divertente come da norma del genere. Dall’altro però, a differenza di alcuni gruppi simili la band non disdegna incursioni più rabbiose in territori black più tradizionali. In generale Black Metal Ultras può contare su un dualismo tra cazzeggio e vera potenza che peraltro funziona molto bene: merito soprattutto degli Whiskey Ritual stessi. In nessuna delle loro due anime c’è qualcosa di innovativo o anche solo originale, ma i parmensi hanno l’abilità e l’esperienza giusta per fare bene e non suonare mai banali o noiosi. Certo, è anche vero che ogni tanto Black Metal Ultras è un po’ ondivago, con qualche pezzo meno valido qua e là, e che ogni tanto gli Whiskey Ritual tendono a ripetersi e a cadere nell’omogeneità. Tuttavia, non sono grandi difetti per un disco che forse poteva aspirare addirittura al capolavoro, ma che anche così ha molto da dire!

Senza il minimo preambolo, la title-track entra nel vivo a razzo, un assalto black metal in piena regola, sinistro e feroce. È un’anima che si perpetua per buona parte della sua durata, svariando giusto tra momenti più minacciosi con melodie dissonanti di chitarra e altri invece più compatti e aggressivi, di stampo ritmico. Solo di tanto in tanto questa norma si apre, per frazioni più lento e di infusso “roll”: non che la carica rabbiosa dei Whiskey Ritual venga meno, visto che anche queste parti sono arrabbiate al punto giusto. Le due anime si scambiano più volte in maniera repentina e con un’urgenza folle, che ci porta fino al finale, che raccoglie il meglio di entrambe per qualcosa di convulso al massimo. È tutta qui Black Metal Ultras, breve e fulminante ma incisiva all’estremo, tanto da essere subito tra i picchi del disco che apre! In the Army of Hell, che segue, presenta più o meno la stessa formula. Le strofe sono puro black classico e possono disporre di una bella potenza malata, ben evocata dallo scream di Dorian Bones e dal riffage vorticoso di base. La musica però si apre coi ritornelli, più lenti e di influsso punk, con tanto di cori che disegnano suggestioni quasi catchy, nella loro ignoranza e anima oscura, nera come la notte. In pratica non c’è altro: solo ogni tanto gli arrangiamenti cambiano, con per esempio il batterista Asher che varia dal blast beat a tempi più punk altrettanto serrati. Sono piccoli dettagli, ma importanti: consentono a una traccia semplice di essere sempre efficace in ogni suo istante e di non annoiare mai! È quindi il turno di Knockout, che stavolta mostra subito il lato più black ‘n’ roll della band emiliana, con le sue ritmiche a metà tra rock e punk, riletti ovviamente nel senso estremo già sentito lungo il disco. È la base che regge quasi tutte le strofe, movimentate e di gran intrattenimento, grazie soprattutto a ritmiche grandiose. Vanno avanti a lungo prima di confluire in bridge più espansi e leggeri, che creano una bella atmosfera d’attesa. E vale la pena aspettare, visto che introducono ritornelli di nuovo di gran impatto, in cui Bones passa a un urlato semi-pulito e si esprime in una melodia catturante, tutta da cantare. A parte un breve stacco macinante al centro e un refrain più espanso alla fine, non c’è altro in una struttura davvero elementare: la semplicità non è però un difetto, visto che parliamo di un brano a poca distanza dal meglio di Black Metal Ultras!

Al contrario della precedente, Death Comes by Limo mostra sin dall’inizio un’anima angosciosa e fredda, da puro black metal scandinavo. Il riffage di A. e H. Desecrator è sempre vorticante, nervoso, e lo rimane anche nei momenti più aperti, in cui l’anima black ‘n’ roll degli Whiskey Ritual torna fuori, ma di norma in piccola misura. Solo in quelli che si possono considerare i ritornelli esso si lascia apprezzare in maniera più forte: movimentati, con melodie quasi hard rock, colpiscono bene col dualismo tra melodia e cattiveria data dal frontman. Altrove però quest’anima sparisce del tutto: succede per esempio nei tanti stacchi vorticosi e in blast beat che spuntano qua e là, di buon impatto. In ogni caso, entrambe le norme riescono a colpire in maniera decente, pur non impressionando: lo stesso vale per la traccia in sé, che pur essendo più che decente non spicca granché all’interno della scaletta. Da questo punto di vista, va meglio con 666 Problems, che si segnala soprattutto per i suoi refrain. Con il florilegio di chitarre hard rock, il piglio quasi scanzonato e la melodia di base catturante al massimo, si stampano all’istante in mente per non uscirne più. Ma anche il resto non è da meno: dall’attacco in cui si mette in mostra il basso di Plague alle strofe, quasi più punk rock che black metal, passando per gli stacchi sulla stessa falsariga ma più ombrosi, tutto funziona. Ottima anche la frazione centrale, l’unica davvero oscura del pezzo coi suoi toni quasi doom/black: malgrado la differenza, si unisce bene a un pezzo già buonissimo di suo, a cui dà una nota di colore in più! La seguente Streets and Liers ha un avvio dissonante, molto lugubre: azzeccato, visto che poi  entra nel vivo alla stessa maniera, come il più classico e acido dei pezzi black metal. E col tempo, la sua essenza rimane la stessa: tratti feroci ma meno pestati come l’avvio si avvicendano con altri tempestosi e arcigni al massimo, assalti sonori di intensità notevole, con vortici di note alienanti. È una base che si muove di continuo, cambia spesso senza avere in apparenza una struttura precisa, e a tratti arriva persino a incorporare influssi death, come al centro: gli incastri però funzionano tutti a meraviglia. L’anima “roll” sentita fin’ora in Black Metal Ultra torna invece solo coi chorus: anch’essi però sono ombrosi e dissonanti, e si sposano bene col resto. Certo, sono anche il momento meno riuscito del pezzo, con la loro impostazione non del tutto incisiva; danno però poco fastidio a un brano che anche così risulta di buonissima qualità!

Dopo tanto macinare, Die Hard rappresenta quasi una pausa per riposare le orecchie, coi suoi toni quasi rock sin dall’inizio, che poi sfociano in un pezzo sempre energico ma più lento e divertente. Almeno, così sono le strofe, lente e nemmeno troppo graffianti, col loro riffage acido ma al tempo stesso coinvolgente, che ispira a muoversi. Più minacciosi e oscuri sono invece i bridge, ma durano poco prima di sfociare in frazioni anche più aperte, in cui cori anthemici e venature di chitarra dissonanti disegnano un panorama al tempo stesso crepuscolare ma senza troppi pensieri, un ibrido strano che però funziona. L’unico momento davvero ferale è invece al centro, una progressione col solito Asher a martellare blast beat su cui A. e H. Desecrator creano vortici di puro black metal. Anch’essi però si integrano bene in un pezzo che non farà gridare al miracolo, ma intrattiene nella giusta maniera! Tuttavia, è un’altra storia con Manifesto, che poi vira di nuovo sul lato più black degli emiliani sin dall’attacco, col suo frenetico riff a zanzara presto raggiunto dal blast. Rappresenta una parte delle strofe, che la alternano con frazioni meno vorticose ma con ancor più urgenza, grazie alle venature punk che le rendono a dir poco convulse. La stessa impostazione si ritrova con ancor più convinzione nei ritornelli: meno aggressivi, compensano però con la solita maleducazione degli emiliani, con cori sguaiati che colpiscono bene e tanto giusto grezzume. Ottima anche la frazione al centro, un bel crescendo che parte da lidi semplici, sottotraccia e pian piano cresce in maniera travolgente, fino a sfociare in un nuovo refrain. È la ciliegina sulla torta di un pezzo davvero splendido: non solo il titolo è azzeccato, visto che rappresenta tutti i pregi di Black Metal Ultras, ma di quest’ultimo risulta anche il picco assoluto insieme alla opener! Arrivati fin qui, siamo ormai agli sgoccioli, e per l’occasione i Whiskey Ritual scelgono Denim Demon: cover dei Turbonegro, è una scelta molto azzeccata, visto che l’oscuro punk del gruppo svedese ben si sposa col genere dei parmensi. In effetti, parliamo di una trasposizione ben riuscita nel loro black ‘n’ roll, tanto che quasi può sembrare una loro creazione, spostata più sul lato aperto della loro musica. Il risultato è un bel sentire: sia le strofe, quasi scanzonate nonostante un filo di inquietudine, sia i ritornelli corali e anthemici funzionano alla grande. Si tratta insomma di un pezzo breve ma riuscito, non tra i migliori del disco ma una chiusura in buono stile!

Per concludere, Black Metal Ultras è un disco più che valido, di sostanza anche nella sua brevità. Certo, forse se dal black metal vuoi malvagità e oscurità intense, che ti geli le vene e ti faccia urlare al miracolo, gli Whiskey Ritual non sono proprio il gruppo adatto a te. Ma il fatto non aver alcuna pretesa, se non quella di divertire in maniera cupa e ignorante è per quanto mi riguarda uno dei migliori pregi degli emiliani: se è quello che vuoi, e ancor di più se apprezzi il black ‘n’ roll, questa è per te un’uscita del tutto degna d’attenzione!

Voto: 81/100

Mattia


Tracklist: 

  1. Black Metal Ultras – 02:56
  2. In the Army of Hell – 03:55
  3. Knockout – 03:48
  4. Death Comes by Limo – 04:18
  5. 666 Problems – 04:07
  6. Strees and Liers – 03:53
  7. Die Hard – 04:00
  8. Manifesto – 04:37
  9. Denim Demon – 02:56

Durata totale: 34:30

Lineup: 

  • Dorian Bones – voce
  • A. – chitarra solista
  • H. Desecrator – chitarra ritmica
  • Plague – basso
  • Asher – batteria

Genere: black metal
Sottogenere: punk black metal/black ‘n’roll
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook degli Whiskey Ritual

Potrebbero interessarti anche...

Aggiungi il tuo commento