Hanormale – Reborn in Butterfly (2019)

Per chi ha fretta:
Reborn in Butterfly (2019), terzo full-length dei milanesi Hanormale, è un lavoro strapieno di sfaccettature ed elementi. Se la base è un black metal sui generis, il gruppo lo spinge molto verso l’avant-garde, con le influenze più svariate – doom, soft rock, industrial, jazz, musica etnica e tanto altro. È un genere molto complesso, ma che i meneghini maneggiano bene, specie per quanto riguarda il lato atmosferico, spesso ben curato. È questo a rendere grandiosi pezzi come Like a Hug, Darkness Embrace Us All, Hakuzosu, Rare Green Areas e The Search for the Zone, pezzi più in vista di una scaletta buona di media, seppur si riveli disomogenea e anche troppo lunga con la sua ora e dieci. Sono questi i due difetti del disco, ma non incidono più di tanto: Reborn in Butterfly non sarà eccezionale, ma alla fine si rivela concreto e buono, un disco adatto a tutti gli amanti della stranezza nel metal!

La recensione completa:

Se buona parte dei gruppi che esistono sono inquadrabili in precise categoria stilistiche, nella musica ci sono anche altri che invece sono indefinibili, tante sono le sfaccettature del loro suono. Come è ovvio, il metal non fa eccezione: a me nel corso degli anni è capitato spesso di conoscere gruppi impossibili o quasi da classificare; l’ultimo caso in ordine di tempo è quello dei milanesi Hanormale. Nato nel 2009 come one man band dell’attivo polistrumentista Arcanus Incubus, col tempo il gruppo ha aumentato di parecchio il suo organico. Infatti, sono ben tredici i membri della band che hanno contribuito a incidere Reborn in Butterfly, terzo loro album uscito all’inizio dell’anno sotto Dusktone. Il genere che gli Hanormale imbastiscono al suo interno, come già detto, è molto difficile da definire con precisione: colpa di una fortissima tendenza alla sperimentazione. Se la base è un black metal sui generis, a volte di influsso industrial mentre altrove orientato verso le branche più caotiche, gli Hanormale si spingono moltissimo verso l’avant-garde. In Reborn in Butterfly si possono trovare le più svariate influenze, che vanno dal doom metal al soft rock, dalla musica elettronica a quella etnica, dal jazz alla musica da camera, e si potrebbe continuare ancora. Viste le premesse, sarebbe stato facile avere un guazzabuglio senza capo né coda; non è però il caso dei meneghini, che al contrario sono molto abili nel mescolare tutti gli elementi in qualcosa di convincente. Da questo punto di vista, la bravura principale degli Hanormale è nell’atmosfera, incisiva e con tante sfumature, ben esaltate dai contrasti e dai twist sorprendenti che riserva la loro musica. È anche vero che Reborn in Butterfly non è esente da alcune pecche: per esempio, sembra mancare di un filo logico, con brani a tratti troppo slegati tra loro che nel complesso fanno risultare il lavoro discontinuo. Quello più incisivo è però una lunghezza eccessiva: l’ora e dieci abbondante del disco sembra esagerata, e  tagliare due o tre pezzi – magari proprio quelli meno validi – sarebbe stato meglio. Ma sono due difetti che in fondo non castrano troppo Reborn in Butterfly: anche così, il lavoro degli Hanormale brilla e si rivela interessante.

Le danze partono da It Is Happening Again, intro strumentale lunghissimo (oltre cinque minuti di durata) che si apre da un vocalizzo lontano e inquietante, forse addirittura sintetico. Da qui inizia a emergere un brano oscuro, sinistro, ambient che però pian piano si vena di sonorità industrial black metal, prima accennate ma poi sempre più forti. Tuttavia, alla sua entrata in scena la musica cambia: di oscurità rimane solo un velo lieve, che poi si squarcia del tutto. Per quanto sia ancora black metal, con tanto di blast beat, è di tonalità positiva, quasi solare e allegra, coi fiati e le tastiere che disegnano melodie trionfali. È una norma che si ripresenta due volte lungo il pezzo, ma il resto è più cupo: si muove sullo stesso ritmo ma è molto più arcigno, grazie non solo al pianoforte arcano di Luca Rampini e alle dissonanze presenti nel finale ma soprattutto dal vorticoso e ossessivo riffage black. È un bel contrasto, e seppur la parte più disimpegnata non sia eccezionale, visto che a tratti suona un po’ esagerata e persino finta, il tutto è comunque un buon sentire. Non spiccherà in Reborn in Butterfly, ma gli dà una bella apertura, prima che Like a Hug, Darkness Embrace Us All entri nel vivo senza scattare. I toni anzi si acquietano, con un’impostazione jazz venata di melodie quasi latinoamericane, su cui solo a tratti subentrano echi metal. Il tutto rimane  espanso, calmo, atmosferico anche quando compare lo scream di Arghangel Martyrium 999: più che l’aggressione, il pezzo cerca di creare un’atmosfera di sottile malinconia. E ci riesce bene: merito di elementi come la complessità ritmica, ben gestita dal drummer Mox Cristadoro, e dalla bontà di melodie che variano lungo tutto la durata. Ottima a tal proposito la sezione centrale, molto soffice all’inizio per poi diventare il momento più arcigno del pezzo, con la sua espansione però graffiante e oscura. È un gran arricchimento per un brano davvero strano ma mai spiacevole: si rivela buonissimo, nemmeno troppo distante dal meglio di Reborn in Butterfly.

Human? ci mostra un lato diverso degli Hanormale: parte da un lungo preludio vuoto, ambient rarefatto ma inquietante anche coi coi suoi pochi suoni. È un’aura che si accentua quando il pezzo, dopo poco meno di un minuto, entra nel vivo: a sorpresa, ci ritroviamo in un paesaggio a metà tra black e funeral doom metal, con tutti i crismi di quest’ultimo – tastiere arcane, growl, lentezza esasperata. Solo di tanto in tanto i milanesi lasciano questa norma per brevi stacchi più veloci e black, macinanti con percussioni abissali che ricordano l’origine del genere. È un contrasto decente, ma limitato da questa seconda anima, un po’ anonima (la prima invece è splendida); fa eccezione il breve stacco centrale, più efficace con la sua essenza industriale e melodica. Se si eccettua l’outro di campane, in pratica l’unica grande variazione di un brano  lineare ma mai noioso, grazie ai piccoli ma continui cambi di arrangiamento a cui gli Hanormale la sottopongono. Non sarà tra i migliori di Reborn in Butterfly, ma pure col suo difetto riesce a difendersi e a risultare godibile. Anche Satan Is a Status Symbol si apre cupa, ma meno nichilista: i cori iniziali evocano alla mente un oscuro rituale,  a cui però, poco dopo, gli archi danno una certa delicatezza . Questa natura si accentua ancora quando tutto entra nel vivo: ci ritroviamo in un ambiente ricercato, malinconico, in cui il lieve violino di Zrcadlo, il pianoforte e una sezione ritmica intricata sorreggono bene la voce pulita di Aldous “Big Boss” Colciago. Quasi sempre la  base rimane leggera, mentre solo a tratti la musica si rafforza: la chitarra però disegna accordi espansi, che non danno fastidio alla raffinatezza generale. Essa viene meno solo al centro, quando dopo un passaggio ancor più leggero e jazzy, d’improvviso la direzione cambia. Ci ritroviamo allora in una tempesta black metal furibonda, con tanto di scream e blast beat: fredda e aggressiva, martella per un po’ prima di perdersi in qualcosa di più espanso, ma sempre lugubre e inquietante. La sua evoluzione si ripete due volte, prima di tornare all’origine, con cui forma un contrasto estremo: di nuovo, funziona bene, seppur la parte più black non faccia gridare al miracolo. Ma svolge il suo lavoro a dovere in un pezzo buonissimo!

Con Ghettoblaster BlackMetal, la band lombarda lascia da parte quasi del tutto i suoi impulsi sperimentali: sono presenti all’inizio, nell’intro di rumori a cui però presto subentra un martellante black industriale in sottofondo. È l’inizio di una progressione che sviluppa con più convinzione la stessa base, ossessiva e aggressiva oltre che rapida: è una delle due componenti base del pezzo insieme a frazioni ancora più industriali, ma sempre fredde e rabbiose. Un po’ di avant-garde torna giusto al centro, col basso di Ste Naked a disegnare un passaggio quasi motörheadiano; è in pratica l’unica variazione di una breve scheggia impazzita, forse non del tutto significativa ma piacevole nel suo assalto. A questo punto,  gli Hanormale tornano a qualcosa di più in linea con quanto hanno fatto sentire fin’ora in Reborn in Butterfly con Hakuzosu: comincia ancora lenta e dolce, con in primo piano il violino di Zrcadlo. Ed è un’anima che non sparisce mai, nemmeno quando la musica cambia direzione: dopo una frazione anche più soft, col solo pianoforte sotto alla voce di Colciago, il tutto esplode. Ci ritroviamo in un martellante panorama black metal, ma stavolta non è aggressivo, anzi evoca un’oscura mestizia, calda e sentita: merito non solo del cantato che rimane in pulito, ma anche del riffage, serrato ma non antimelodico. È un passaggio che poi torna anche nel finale in una chiave più pestata e dura, ma anche più lirica, con le sue influenze sinfoniche; nel mezzo però c’è spazio anche per una lunga sezione centrale di pura atmosfera. Coi suoi toni a metà tra progressive rock e dissonanze quasi noise, evoca un bel mood, mogio e misterioso. Anch’essa è un grande elemento per un episodio splendido, senza dubbio uno dei picchi del disco!

Anche Candentibus Organis si apre anche soffice e nostalgica, con la sua impostazione quasi da ballad che presenta tanto di arpeggio di chitarra – seppur siano presenti anche percussioni ed effetti non proprio del genere. Dopo poco più di un minuto, però, questa norma lascia la scena, sostituita da qualcosa di più potente, ma molto espanso: il ritmo è lento, costante, e le chitarre di Deimos e Dirac Sea si mescolano con le tastiere di Arcanus Incubus a formare un tutt’uno dilatato, avvolgente. L’atmosfera, ineffabile ma a modo suo rilassata non è malaccio, e beneficia degli scambi tra frazioni più oscure e altre invece più rilassate, in cui i due cantanti della band fanno la staffetta. A parte questo però non succede molto, e l’intero passaggio risulta un po’ prolisso; non aiutano poi elementi come la voce quasi operistica che compare a tratti. Ma a parte questo, è di sicuro meglio della frazione centrale: passata la metà, il brano devia verso una frazione più calma, che poi però esplode in una fuga black di puro nervosismo, condotta da Marco “Big Fellah” Zambruni su alte velocità. Stavolta però non stupisce, e non solo: è un po’ senza senso, il che la rende quasi fuori posto. Lo stesso vale per quella successiva, che mescola le suggestioni già sentite fin’ora in qualcosa di vorticoso, ma insipido: è un altro elemento poco riuscito per una canzone anche carina, ma che in Reborn in Butterfly rimane il punto più basso in assoluto.

Per fortuna, ora gli Hanormale si ritirano su subito con Rare Green Areas, che lascia da parte il metal e quasi del tutto anche la musica in generale. Per buona parte della sua durata, il protagonista è un parlato, forse preso da qualche audiolibro – anche vista l’impostazione della voce “da doppiatore”, che racconta una storia simbolica di un bambino a cui rubano un orologio. È una narrazione un po’ verbosa e prolissa a tratti, ma dall’altro lato il tutto ha una bella musicalità, anche grazie allo sfondo su cui si staglia: sembra quasi un’orchestra che si stia accordando sul la, ma più dissonante e con più effetti che le danno un tono mistico e crepuscolare. Tra momenti più espansi e altri invece più stridenti, che seguono il racconto, questo dualismo va avanti per quasi cinque minuti e mezzo, quando la storia parlata si esaurisce: ci ritroviamo allora in una frazione di pura musica industriale. Senza elementi metal o di altro tipo, per lunghi minuti a dominare sono il ritmo ossessivo delle percussioni industrial di Jeko e i synth del mastermind, una lunga teoria di note ripetitiva ma mai noiosa, nemmeno negli oltre cinque minuti di durata. Merito non solo dei piccoli cambi di arrangiamenti che rendono il tutto sempre interessante, ma anche dell’atmosfera che evolve nello stesso senso ed evoca una bella aura, calda e malinconica nonostante l’abbondanza di suoni elettronici. Succede in special modo nel finale, davvero bello e musicale, ma anche il resto non è da meno; visto che anche la prima parte era ottima, abbiamo un episodio grandioso, a pochissima distanza dal meglio del disco!

Con Al Tanoura, gli Hanormale continuano il loro percorso di bizzarrie già sentito altrove in Reborn in Buttefly; qui però è in forma anche più accentuata. Lo si sente già dall’inizio, che mette già bene in evidenza le loro influenze mediorientali, rilette però in un senso obliquo e strano rispetto alla musica più classica di questo tipo. Ciò viene proposto in forma ancor più spinta nei ritornelli, col loro violino stonato in maniera voluta – peraltro deliziosa – su cui si stagliano voci lontane e cori che ripetono il titolo del pezzo. Questa norma si alterna con un altra molto più oscura ed estrema a metà tra dissonanze black e caos di origine addirittura noise: non impressionano molto, seppur non manchino di oscurità. La sua impostazione però colpisce al meglio nella seconda metà, più echeggiata e stridente, il che però la rende inquietante al punto giusto. Tra nuove melodie stonate,, ritmi industrial frenetici e martellanti e un finale di cori lugubri, è un bel contraltare per un episodio anche più strano della media, ma piacevole al punto giusto e ottimo! La successiva Iperrealismo parte da un lungo intro ambient, che poi si trasforma in qualcosa di un pelo più rock – per quanto sia un rock bizzarro. È un’impostazione che poi resta anche quando il pezzo entra nel vivo, con una norma tra funk, progressive ed echi jazz; questi ultimi a tratti prendono anche il sopravvento, specie al centro, la sezione più espansa della traccia col pianoforte e anche il sassofono di Emiliano Bazzoni. Ma non manca l’elemento black metal, che torna a volte dopo strofe del genere a martellare con forza: è lo stesso sui generis che il gruppo ci ha fatto sentire lungo il disco, ma qui colpisce in maniera discreta. Sono anzi i passaggi migliori di un pezzo in cui non c’è altro, o quasi: anche per questa semplicità, il tutto non brilla troppo, pur essendo gradevole al punto giusto.

The Search for the Zone, si apre di nuovo in maniera jazzistica, con Cristadoro che addirittura usa le spazzole e il basso di Ste Naked ad accompagnarlo con lentezza in un ambiente vuoto, a tratti col sassofono di Bazzoni. Quest’ultimo è anche il protagonista quando il brano entra nel vivo: sempre espanso, ha anche un bel pathos, sottile ma molto avvolgente. Ma il bello è che questo spessore sentimentale si accentua ancora quando, all’improvviso, la musica parte in una fuga black metal convulsa e vorticosa; tuttavia, il complesso non è rabbioso, anzi lo scream di Arghangel Martyrium 999 e le melodie lo rendono lancinante. Buona anche la frazione centrale, espansa con il violino di Zrcadlo a disegnare buoni assoli intersecato con una sorta di campionamento. Ma ciò che segue è ancora meglio, visto che cresce con potenza per poi sfociare però in qualcosa di espanso, sognante in maniera oscura, a tratti persino confuso eppure solenne, tanto da ricordare i i migliori Arcturus. È il gran finale di un pezzo splendido, insieme a Hakuzosu il picco assoluto di Reborn in Butterfly! Quest’ultimo è ormai alle ultime battute: c’è rimasto spazio solo per Requiem for Our Dead Brothers, un semplice outro in cui il protagonista è il pianoforte di Rampini. In accoppiata con lievi orchestrazioni e qualche sporadico sussurro, disegna un panorama malinconico sia nei tratti più semplici e lenti, sia in quelli mostra qualche virtuosismo (ma mai esasperato). È un finale profondo, anche in maniera un po’ spiazzante, visto che per un album così ci si aspetterebbe qualcosa di più bizzarro; a parte questo però non dà fastidio, e come chiusura non è male.

A questo punto, c’è da dire che con la loro volontà di sperimentare e la loro abilità gli Hanormale potrebbero probabilmente fare di meglio. Ma anche così, Reborn in Butterfly è un disco valido e  concreto, con alcuni pezzi che già da soli valgono l’ascolto e una scaletta di livello medio comunque buono, anche al di là di lunghezza e discontinuità. Per gli amanti della stranezza nel metal, insomma, è un disco più che adatto: se lo sei anche tu, dagli una possibilità!

Voto: 78/100

Mattia

Tracklist: 

  1. It Is Happening Again – 05:12
  2. Like a Hug, Darkness Embrace Us All – 04:55
  3. Human? – 06:37
  4. Satan Is a Status Symbol – 07:29
  5. Ghettoblaster BlackMetal – 03_13
  6. Hakuzosu – 06:20
  7. Candentibus Organis – 05:58
  8. Rare Green Areas – 10:44
  9. Al Tanoura – 04:02
  10. Iperrealismo – 05:03
  11. The Search for the Zone – 07:37
  12. Requiem for Our Dead Brothers – 04:20

Durata totale: 01:11:30

Lineup: 

  • Aldous “Big Boss” Colciago – voce pulita
  • Arghangel Martyrium 999 – voce harsh 
  • Deimos – chitarra
  • Dirac Sea – chitarra
  • Arcanus Incubus – tastiere, synth, bitar, programming
  • Emiliano Bazzoni – sassofono
  • Igor Carravetta – didgeridoo
  • Luca Rampini – pianoforte
  • Zrcadlo – violino
  • Ste Naked – basso
  • Mox Crstadoro – batteria
  • Marco “Big Fellah” Zambruni – batteria
  • Jeko – percussioni industriali

Genere: avant-garde/black metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook degli Hanormale

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