Saint Vitus – Saint Vitus (2019)

Che piacere riascoltare i Saint Vitus, che emozione ricatapultarsi nel loro doom metal così heavy, gloomy e groovy.
Questa volta la voce di Scott Reagers (a detta di molti la vera voce del “Santo”) rilancia di nuovo la band tra le divinità del metal più cavernoso e lisergico che esista. Ed i quattro di Los Angeles, nel mare de i nomi che “contano” ci nuotano dal lontano 1984, anno del loro primo omonimo “Saint Vitus”. Tre cambi di line up,  dodici album (tra studio e live) ed a distanza di quarant’anni dalla loro formazione, i californiani sfornano ancora riff di alto livello e piena maturità compositiva.
Album essenziale. Appena 40 minuti di musica, uscito per la notissima Season of Mist. Copertina che ci sbatte in faccia la loro caratteristica V con croce all’interno, e nove canzoni che ci proiettano nel loro sound così sabbathiano ed anni ottanta.
Eh sì, la produzione è esattamente agli antipodi del sound moderno che fa assomigliare uguali tutti i dischi. Niente samples, casse triggerate, super chitarrone o bassi hi gain. Questo disco trasuda tutta la genuinità di chi sceglie volutamente di rimanere ancorato ad un sound di tre decadi fa, ma puro, cristallino e maledettamente oscuro.
I commenti positivi sul web si sprecano. C’è chi lo annovera tra le migliori uscite del 2019, che parla già di “un classico da avere” e chi addirittura lo ritiene “da dipendenza” (forse in inglese addictive rende meglio l’idea). Personalmente non lo ritengo il migliore della band (ascoltate quanto da loro prodotto negli anni ottanta/novanta e vi farete un idea) ma dopo 7 anni di attesa dall’ultimo Lillie: F-65 la voglia di farsi rapire dalla loro musica era ed è molto alta.
Non è un disco “estivo” e neanche “diurno”, sto ascoltando (ed appunto è notte inoltrata) tonnellate di riff granitici e batterie cadenzate, Le chitarre sono molto fuzzy e la batteria incede in maniera molto cavernosa con i suoi mid tempo e le lunghe cavalcate sui toms. Il basso che  accompagna i main riff è un ottimo collante tra le chitarre, la parte ritmica e la voce cavernosa e “carica” di Reagers, che scandisce ogni frase con la stessa enfasi che avrebbe un prete pazzo dal pulpito di una chiesa sconsacrata.
E dalle le sue omelie malate, leggiamo rabbia e odio contro chi sta uccidendo il mondo, l’angoscia di chi vive da dodici anni in una tomba, la mortificazione per chi deve guardare un uomo moderno che si sta lasciando andare. Sicuramente un songwriting che si cala egregiamente tra le strutture compositive anche se a detta di qualche scettico è meno “cattivo” dei dischi precedenti.
Da segnalare comunque song del calibro di Hour Glass e 12 Years in the Tomb, per il loro livello compositivo, Useless per un “occhiolino” all’hardcore ( eh si, il doom hardcore ti mancava?) ed A Prelude to… 
Pezzo da capire City Park, io onestamente lo trovo abbastanza “weird”.
My two cent: Se sei un fan dei Saint Vitus lo avrai già comprato e in questo momento lo starai accarezzando come un cucciolo che desideravi da 7 anni. Se non li conoscevi ancora ti consiglio di ascoltarlo e di cercare anche Die Healing (1995) (sempre Reagers alla voce), magari i Saint Vitus avranno un nuovo fan, magari avrai scoperto un grande album del ‘95 e un dignitoso album del 2019 (ma non sottovalutare il fatto che venticinque anni non sono noccioline) ma sicuramente, se ti capita, corri  a vederli dal vivo che sono un macigno.
 Se i santi fossero tutti come loro, noi metallari saremmo sicuramente più cristiani. Sotto il suo occhio.

Voto: 70/100


Tullio


Tracklist: 

  1. Remains – 06:23
  2. A Prelude to… 03:20
  3. Bloodshed – 03:01
  4. 12 Years in the Tomb – 05:24
  5. Wormhole – 05:22
  6. Hour Glass – 05:23
  7. City Park – 04:01
  8. Last Breath – 06:38
  9. Useless – 01:32
Durata totale: 41:04
 
Lineup: 
  • Scott Reagers – voce
  • Dave Chandler – chitarra
  • Pat Bruders – basso
  • Henry Vasquez – batteria
Genere: doom metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Saint Vitus

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