Навь (Nav’) – Волчье солнце (The Wolf’s Sun) (2008)

Per chi ha fretta:
Волчье солнце (2008) (noto anche come “The Wolf’s Sun”), secondo album del duo russo Навь (si legge “Nav’”), è un lavoro poco soddisfacente. Da un lato, il suo black/thrash metal che spesso pende a livello ritmico sul secondo genere non è banale come in tanti altri casi, e il gruppo lo supporta anche con alcune idee. Idee che dall’altro lato però sono troppe poche: in breve l’album finisce per suonare ridondante all’estremo, e non aiutano un suono parecchio piatto e doti tecniche ondivaghe. Tutti questi fattori sono all’origine di una scaletta non solo molto ripetitiva, ma anche con poco di memorabile: solo Волчье солнце (“il sole del lupo”) e Священная жестокость (“crudeltà sacra”) spiccano in positivo, mentre sono di più i brani che lo fanno in negativo. Sono i problemi di un disco non disastroso ma mezzo gradino sotto alla sufficienza: Волчье солнце avrà anche qualche spunto carino, ma in generale non è indispensabile.

La recensione completa:
Nel mondo degli ascoltatori del metal, c’è una scuola di pensiero secondo cui il meglio del nostro genere musicale preferito si troverebbe nell’underground. Le band che fanno successo infatti non sono del tutto genuine: meglio quelle sconosciute, che senza alcun intento commerciale hanno maggior spazio per poter sperimentare e creare musica valida. È una visione del metal romantica, ma alla prova dei fatti poco realistica: se ci sono davvero band eccezionali nell’underground, è anche vero che una sua parte rilevante si limita a vivacchiare, a suonare scontata, derivativa o comunque di basso livello. È per esempio il caso dei russi Навь (si legge “Nav’” ed è il nome degli inferi nella mitologia slava) e del loro Волчье солнце (“il sole del lupo”, anche conosciuto come “The Wolf’s Sun” all’inglese nella scena internazionale), secondo e ultimo album a oggi di una carriera poco densa di uscite che va avanti dal lontano 1996. Ricordo di averlo comprato anni fa in uno shop online insieme ad altri dischi, scelto solo perché era gratuito: forse non serve nemmeno ascoltarlo per capire il perché lo fosse. Se lo fai, infatti, ti ritrovi con un disco non soddisfacente, per quanto non sia del tutto disastroso: qualche elemento decente c’è, a partire dallo stile. A livello musicale, più che un black di influenza thrash i Навь suonano il contrario: molti riff appartengono a quest’ultimo genere, seppur rilevo in una chiave molto oscura e ben poco classica. In effetti, Волчье солнце ha un’anima black metal più per atmosfere che a livello musicale – dove comunque è presente in diversi riff e nello scream di Izbor. Seppur non sia nulla di nuovo, come genere non è malaccio, e nemmeno troppo banale: anche per questo, qualcosa di buono i Навь  riescono a combinarla, sia in fatto di potenza che di aura. Ma appunto è giusto qualcosa: Волчье солнце è un album con poche idee, e che di conseguenza suona ridondante all’estremo. Quasi tutti i brani ripetono gli stessi elementi fino alla nausea, con giusto piccole variazioni: sono vortici di note anche carini, ma così uguali l’uno all’altro da venire a noia quasi subito. Questo tra l’altro è all’origine del fatto che non ci sia granché che spicchi: un paio di pezzi si segnalano per qualche trovata riuscita, ma gli altri suonano molto anonimi, intercambiabili tra loro. In più, qualche pecca è presente anche a livello formale: oltre a una registrazione molto piatta, a tratti Волчье солнце sembra stentare a livello tecnico; strano, considerando che in altri frangenti i Навь mostrano doti più che adeguate. Anche questo dualismo abbassa il livello di un disco non catastrofico ma nemmeno sufficiente: al massimo può essere piacevole come sottofondo di basso volume se si sta facendo altro. Il che però è molto negativo, se suoni metal.

La opener Ночь длинных ножей (“la notte dei lunghi coltelli”) inizia subito col suo frenetico riff iniziale, che già ci mostra lo strano ibrido tra pulsioni thrash e agitazione black affrontato dai russi qui. È un dualismo che poi rimane anche quando il primo sfogo in blast beat si normalizza, e affiora un brano più lento e thrashy, con un riff acido e sinistro dotato di una discreta potenza. Almeno, così è quello che regge le strofe e i momenti strumentali, che colpiscono bene; meno validi sono invece i ritornelli, più obliqui con una base circolare su cui lo scream di Izbor si scambia a tratti con dei cori. Sono elementi che un po’ smorzano l’efficacia del complesso, ma non più di tanto: di norma la musica funziona, come per esempio nella frazione centrale, strana col suo riff meno incisivo ma più oscuro, su cui si staglia un’arcana tastiera. È un passaggio carino per un pezzo che lo è altrettanto: non fa certo gridare al capolavoro, ma tutto sommato è piacevole. Lo stesso vale, in misura maggiore, per Волчье солнце (“il sole del lupo”), breve scheggia che inizia subito a martellare con le sue ritmiche, potenti e nervose al punto giusto. È una norma che poi tornerà nel finale: il resto invece, per una volta, è più oscuro e a tinte black. Un passaggio arcano, con effetti quasi spaziali, poi i Навь ci catapultano in una norma urgente, che senza tanti fronzoli scambia momenti di gran frenesia, molto angosciosa, con brevi scoppi di energia che colpiscono bene. Ogni tanto la prima falsariga non è del tutto affilata, e tende a diventare troppo ossessiva, ma stavolta è una pecca da poco; chiude il quadro un bel passaggio centrale, dominato da un bell’assolo, molto classico, seguito da un bel tratto in cui la band recupera la sua dimensione thrash. Si tratta di un altro elemento valido per un pezzo non eccelso ma buono, il che è sufficiente per essere tra i picchi assoluti del disco a cui dà il nome! La successiva Волшба судьбы (“l’incantesimo del fato”) ha un avvio convulso, vorticoso, diviso tra una prima parte a tinte thrash e una seconda in cui influssi black rendono il tutto più strano – e anche un po’ troppo dissonante per i miei gusti. Per fortuna è solo l’intro, poi il brano migliora rallentando i ritmi: si disegna così un oscillante mid-tempo, dominato dalle melodie delle chitarre di Izbor e Gorud, quasi da black atmosferico, oscura ma non troppo. È una norma fascinosa, ma purtroppo i russi la abbandonano presto per una più serrata, il che fa perdere parecchio alla traccia, oltre a sapere di già sentito sia nei momenti più thrashy che in quelli più oscuri. Anche altri stacchi che cercano di aggredire o di suonare oscuri ci riescono poco: in parte lo fanno solo i chorus, di discreto impatto coi loro giri thrash. Solo alla fine la parte migliore torna, ma per troppo poco prima dell’arrivo di un lungo outro con mogi arpeggi di chitarra, due minuti anche un po’ ridondanti. Il risultato di tutto ciò è un pezzo riuscito a metà, per quanto abbia almeno il merito di essere dignitoso.

Se fin’ora il disco si è difeso, da Старые ветры (“vecchi venti”) comincia in pratica ad andare a picco. Lo si sente in parte già dall’intro, graffiante ma un po’ piatto, col suo riff a metà tra thrash e doom quasi senza una direzione, come se fosse indeciso se essere oscuro o solo potente. Ma in fondo si può quasi dire che è la parte migliore del pezzo, che poi invece sfocia in un macinare veloce ma sterile. È ciò che fanno sia le strofe, con un riff discreto ma che viene prestissimo a noia, sia le frazioni più black, che non hanno nemmeno questo pregio: spesso sono del tutto anonime, non evocano nulla. Un pochino ci riescono giusto le frazioni più piene a livello ritmico, ma anche loro non combinano poi nulla di che; ancora peggio fanno quelle più ritmiche e potenti, di impatto in pratica nulla. L’unico passaggio decente oltre all’avvio è la frazione centrale, più melodica e preoccupata: è troppo poco, tuttavia, per ritirare su dal baratro un pezzo abbastanza inutile ai fini di Волчье солнце, con pochissimo da dire e da dare. Va per fortuna meglio, ma non più di tanto, con Раскрывая ворота потока (“aprendo le porte dell’alluvione”), che subito dopo si apre con un riffage a metà tra thrash, black e persino un heavy di stampo rockeggiante – per quanto il livello di alienazione e ombrosità sia quello che i Навь ci hanno fatto sentire fin’ora. Nonostante ciò, è un avvio abbastanza piatto, insipido; poi però per fortuna la musica cambia e si fa più interessante, assumendo coordinate più leggere ma striscianti. Siamo tuttavia ancora nell’intro: il pezzo in sé è più potente, e riesce persino a incidere, specie nei tratti più thrash, di gran impatto con la loro cattiveria. Ma anche in quelli che tornano ad alleggerirsi, come al centro con un bell’assolo preoccupato, sanno il fatto loro. Certo, ogni tanto i russi tornano ai loro errori: specie nella seconda metà, il loro pestare è un po’ fine a sé stesso, non incide granché, e il fatto che mandino avanti questa scelta a lungo dopo un po’ si rivela addirittura fastidioso. In generale, di sicuro non abbiamo un pezzo grandioso, o anche solo buono: se non altro però si rivela decente, il che è sufficiente per essere sopra alla media della scaletta.

Вещий сон (“sogno premonitore”) cerca di nuovo di evocare nervosismo, col suo blast beat e il riff thrash frenetico al di sopra, ma  riesce soltanto a suonare già sentita. È un alone che domina ovunque nella traccia: ogni passaggio è simile ad altri già sentiti nel corso del disco, e il duo russo non fa assolutamente nulla per andare oltre. Non aiuta poi l’assenza della struttura: un fatto già sentito nel disco, ma che qui pesa di più, visto che rende la traccia un’accozzaglia senza capo né coda di momenti ritmici rocciosi e altri più espansi che però non evocano niente. L’unico momento che spicca un po’ è, di nuovo, la parte centrale, sinistra coi suoi accordi lenti e potenti che stavolta un po’ di oscurità la evocano. Ma è troppo poco per risollevare un brano che per il resto scorre senza lasciarsi alle spalle nulla: all’interno della scaletta è il punto in assoluto più basso, e sì che non era facile! A questo punto, quando non ci speri più, i russi si risollevano un po’ con Священная жестокость (“crudeltà sacra”): si parte da un riffage thrash semplice ma stavolta di buon impatto, e col tempo lo diventa ancora di più, con un’evoluzione stavolta travolgente, di gran potenza. Sfocia poi nella parte principale: si avvia in breve con la sua norma di base, con un tocco quasi marziale, di vaga epicità, che rende il tutto incalzante. Questa frazione si scambia spesso con momenti più black, nervosi e brevi di solito; solo al centro quest’anima si sviluppa, con un tratto veloce ma che non perde le sue venature thrash, per un risultato ancora un po’ già sentito ma incisivo. Se non altro, questa parte ne introduce (e poi ne segue) un’altra migliore, che si avvia da un preoccupato assolo ma poi diventa vorticosa, strana ma funzionale al resto del pezzo. Nel complesso, abbiamo un pezzo che spicca molto all’interno di Волчье солнце: non farà gridare al miracolo ma sa il fatto suo, e insieme alla title-track è il pezzo migliore del disco. Purtroppo, quest’ultimo torna alla mediocrità nel finale con Последний рубеж – кровь (“ultima linea – sangue”), ennesimo episodio anonimo e poco appetibile del lotto. In realtà, all’inizio colpisce anche, visto che i Навь abbandonano il loro stile per qualcosa di thrash più classico, un po’ banale ma con un discreto impatto. Poi però tutto viene meno quando la traccia entra nel vivo: ci ritroviamo allora in un ambito trito e ritrito, lo stesso suono che aveva già stancato in precedenza. Lo fa soprattutto la prima parte, un’evoluzione sterile, veloce ma senz’anima, incolore, che va avanti quasi per inerzia senza dire nulla. Va meglio al centro, ma giusto di un pelo: nemmeno le sezioni macinanti e thrashy, che di solito i russi impostavano meglio, qui colpiscono a dovere, come non lo fa l’assolo, che parte bene ma poi si perde. Abbiamo insomma un brano con poco da comunicare, l’ennesimo pezzo deludente di un disco che in buona parte lo è a sua volta.

A essere onesti, nella mia lunga carriera di ascoltatore metal ho sentito molto di peggio rispetto a Волчье солнце. Ma questo non vuol dire che il livello sia elevato: abbiamo lo stesso un album mediocre, e il fatto che sia appena mezzo gradino sotto la sufficienza non cancella comunque la bocciatura. Insomma, è consigliato solo se collezioni album rari di band underground, come i Навь sono senza alcun dubbio. In tutti gli altri casi, però, puoi anche lasciar perdere: anche solo rimanendo all’interno del sottogenere black/thrash metal, là fuori c’è molto, molto di meglio!

Voto: 58/100


Mattia


Tracklist: 

  1. Ночь длинных ножей – 04:18
  2. Волчье солнце – 03:56
  3. Волшба судьбы – 06:29
  4. Старые ветры – 04:49
  5. Раскрывая ворота потока – 04:47
  6. Вещий сон – 04:08
  7. Священная жестокость – 03:59
  8. Последний рубеж – кровь – 03:52

Durata totale: 36:18

Lineup: 

  • Izbor – voce, chitarra ritmica, batteria
  • Gorud – chitarra e basso
Genere: black/thrash metal
Per scoprire il gruppo: il profilo di Metal-Archives sui Навь

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