Manilla Road – Crystal Logic (1983)

Per chi ha fretta:
Dopo due album ancora giovanili su coordinate hard ‘n’ heavy, col terzo Crystal Logic (1983) i Manilla Road hanno pubblicato quello che diventerà il loro primo classico. Si tratta di un album in cui la band mostra per la prima volta l’epic metal che l’ha resa grande, nonché la propria maturità. Quest’ultima si può ritrovare in quasi ogni momento di un disco molto vario, pieno di sfaccettature, di melodie e di atmosfere, ma senza mai uscire dal filo conduttore degli americani, che danno all’album sempre una direzione forte. Sono questi i segreti di grandi classici come la rapida Necropolis, la maestosa title-track, la possente The Ram e la lunga suite finale Dreams of Eschaton, picchi di una scaletta senza nessun pezzo davvero brutto. Anche per questo, Crystal Logic non è solo un lavoro storico, ma anche un grande album, da possedere per tutti i fan dell’epic e dell’heavy metal classico!

La recensione completa:
Se si parla di epic metal, è impossibile non citare i Manilla Road. Tra le band più iconiche del genere, hanno contribuito a definirne gli stilemi e l’immagine, grazie a una serie di album che sono diventati quasi all’istante dei veri e propri pilastri del genere. Ma la band di Wichita (Kansas) non è rimasta fedele per tutta la propria carriera al genere che l’ha resa grande: per esempio, all’inizio il suo suono era molto diverso. Lo si può sentire per esempio nei primi due dischi, Invasion e Metal (rispettivamente 1980 e 1982): due album acerbi e anche un pelo ingenui, che ricalcavano l’heavy metal dell’epoca con cospicui residui dall’hard rock del decennio precedente. Tuttavia, a giusto un anno dal secondo, i Manilla Road compiono una vera e propria rivoluzione: l’83 è l’anno di Crystal Logic, il primo classico della loro carriera. È un album che impressiona: nonostante abbiano cambiato direzione in senso epico (ma non troppo, dato che qualche influsso dal passato rimane), gli americani suonano convincenti, e non solo. Ciò che impressiona di più, nel confronto coi predecessori, è la maturità raggiunta dai Manilla Road: al netto di qualche ingenuità tipica del metal dell’epoca, Crystal Logic mostra una band con le idee ben chiare. Lo fa per esempio con le sue numerose sfaccettature:  melodie e atmosfere variano parecchio, e ogni canzone ha le proprie, oltre a una personalità ben definita – qualcosa che nel metal di oggi è molto raro. Ma questo viene fatto senza nemmeno uscire dallo stile di base dei Manilla Road: rimane una guida forte in un album che non sembra mai mancare di una direzione precisa. Certo, per altri versi Crystal Logic mostra la sua età, per esempio nel suono: è vintage e anche molto grezzo, ma non stona, anzi aggiunge fascino a un disco che già di suo ne ha da vendere. Insomma, parliamo di un lavoro invecchiato molto bene: non solo ancor oggi è un gran bel sentire, ma a più di trentacinque anni di distanza ha ancora molto da insegnare alle band di oggi!

Oggi l’intro per un album metal è divenuto quasi obbligatorio, ma all’inizio degli anni ottanta non lo era: ecco quindi che Prologue precorre i tempi. E non solo: è anche un intro dannatamente immaginifico, coi suoi echi distorti nel vuoto che creano una grande oscurità, come anche la voce cupa e di tonalità ribassata che vi compare sopra. Poco più di un minuto e mezzo, poi ci ritroviamo all’improvviso in Necropolis, che entra subito nel vivo col suo splendido riff di base: non è solo potente e veloce ma anche evocativo, trasporta subito l’ascoltatore in un mondo lontano nel tempo e nello spazio. È la base sia dei momenti strumentali che delle strofe, incalzanti al massimo: ci conducono in breve attraverso riff che crescono in spessore, a ritornelli di buona epicità, ma al tempo stesso di gran malinconia. Lo stesso dualismo lo vive la frazione di centro, all’inizio solenne ma poi sentita, grazie a un bell’assolo infelice; è la più classica delle variazioni per un pezzo semplice e lineare ma da urlo, che apre al meglio il disco. La successiva Flaming Metal Systems è una traccia bonus, e in parte si sente: pezzo comparso sulla compilation U.S. Metal III mesi prima dell’uscita di Crystal Logic, mostra dei Manilla Road più acerbi. Lo si sente già all’inizio, un intro di shred solistico lungo quasi un minuto come quelli che andavano tanto di moda agli albori del metal, quando il genere era giovane e ingenuo. Ma nonostante ciò, e nonostante il suono non ottimale, ancor più grezzo che nel resto del disco, abbiamo un pezzo hard ‘n’ heavy più che godibile. Il ritmo impostato da Rick Fisher è incalzante, veloce, il riff potente, e l’iconica voce nasale di Mark Shelton rende il tutto quasi sognante: sono strofe leggere, scanzonate. Ma poi tutto cambia nei bridge, che svoltano di colpo su sonorità più arcigne, col frontman che comincia a urlare di più e il tutto che diventa più tortuoso. Si accumulano così tensioni che poi però si sciolgono nei chorus: semplici e lineari, sono però liberatori al punto giusto, e colpiscono in maniera meravigliosa. Un bell’assolo centrale e un finale anthemico, corale sono il resto di cui ha bisogno una canzone grandiosa: quasi dispiace che sia stata relegata a mera bonus track, di sicuro valeva di più!

Un breve avvio lontano, evocativo, poi Crystal Logic entra nel vivo quasi con furia, seppur non distruttiva. Il riff di Shelton è vorticoso ma quasi rockeggiante, e spinge a muoversi sia per dinamismo che per la notevole potenza evocata. L’ambiente si apre un pelo soltanto per i chorus, sempre piuttosto frenetici ma più aperti, di gran impatto nonostante l’essenzialità; ogni tanto inoltre spunta qualche breve stacco che riprende l’origine. È una gran bella parte, anche grazie al frontman che ci mette del suo per dare colore al tessuto e a cantare un testo di gran presa, particolare nel suo mescolare messaggi classici per il metal del periodo e trovate davvero intelligenti e mature; tuttavia, il meglio deve ancora venire. Sì, perché poco prima di metà la velocità scompare, e i Manilla Road passano su un ritmo lento, cadenzato, coinvolgente. Iniziano così ad alternarsi frazioni ombrose, epiche, e aperture che lo sono ancora di più, col loro pathos maschio e battagliero ma anche una melodia di efficacia assurda, che dà loro una forza spaventosa. Lo stesso vale per l’assolo centrale che riprende la stessa norma, di gran impatto; ottimo anche il finale, che dopo un breve ritorno di fiamma della parte iniziale si perde in un caos avvolgente e termina. Sono entrambi ulteriori arricchimenti per un episodio davvero esaltante, che riesce a spiccare anche in un disco come quello a cui dà il nome! A questo punto, è tempo di un altro cambio di atmosfere con Feeling Free Again, che dopo un avvio vertiginoso si stabilisce però su un pezzo di classico hard ‘n’ heavy dall’appeal scanzonato. È un approccio che si può ben udire sia nelle strofe, semplici e che puntano a far muovere, sia nei ritornelli, divertenti e spensierati, sia nella rumorosa frazione centrale, unica variazione a una struttura davvero lineare. Certo, si può anche sottolineare che il tutto, soprattutto dal punto di vista atmosferico, c’entra davvero poco col resto di Crystal Logic. Questa differenza però incide poco sul risultato finale: del resto, per quanto quasi banale, abbiamo lo stesso un ottima traccia, che non spiccherà specie nel confronto con le altre ma sa benissimo il fatto suo!

Con The Riddle Master, i Manilla Road tornano a sonorità più epicheggianti. Sin dall’avvio, l’ambiente è maestoso, e col tempo lo diventa di più, grazie al ritmo non troppo veloce e al riffage di base, circolare e col solito forte impatto. Gli americani lo propongono sia nei tratti strumentali, sia in maniera più espansa e atmosferica sotto alle strofe, per un risultato sempre incisivo al massimo. Ancor di meglio fanno i refrain: anche più elementari che in precedenza, hanno però un piglio aggressivo, malvagio che li rende un pugno in faccia, oltre a una melodia che si stampa all’istante in mente. Non male anche il finale, che dopo un assolo dissonante invece di riprendere la norma di base vira su una movimentata, potente: è forse il momento meno in vista del pezzo, ma non lo rovina. Lo stesso vale per il complesso: non è al livello dei migliori del disco, ma il suo valore è ottimo, e di sicuro non sfigura accanto a mostri come quelli qui presenti. È però un’altra storia con The Ram, che schiera subito il suo riff di base, semplice eppure con una solennità unica, da veri brividi. La evoca in maniera eccelsa sia nei momenti in solitaria, sia in quelli in cui la voce di Shelton e gli stacchi di batteria di Fisher lo affiancano per dargli ancora una marcia in più. Non sono da meno i chorus: abbandonano l’ineffabile immediatezza del resto per qualcosa di più sentito e musicale, ma non per questo meno epico. Stavolta inoltre è eccelsa anche l’accelerazione finale, che a eccezione dell’inizio cantato si svolge su coordinate strumentali, con ritmiche e assoli intrecciati in un vortice in cui si mettono in mostra la chitarra di Shelton e anche il basso di Scott Park. È una chiusura a tratti quasi caotica ma di gran impatto per un brano splendido, uno dei picchi indubbi di Crystal Logic! La successiva The Veil of Negative Existence mette subito in evidenza le sue chitarre ribassate e il ritmo più lento, con cui i Manilla Road si spingono addirittura in territori doom (un genere che tra l’altro all’epoca a malapena esisteva). Lo è di sicuro l’ennesimo riff di base azzeccato, che stavolta evoca un senso mogio, triste, oscuro, ben accoppiato alle tematiche del testo. Come altre volte, è la base sia delle strofe, espanse e sognanti in senso cupo, sia dei refrain, in cui il pathos si fa meno dilatato e più intenso; le due parti sono inframezzate da brevi stacchi lancinanti, anch’essi funzionali al complesso. La parte migliore è però il finale, che dopo il solito assolo, in linea con l’aura generale, svolta su qualcosa di ancor più doomy e abissale e ritmato: striscia per poco ma è fenomenale. È la giusta conclusione per un pezzo che per il resto spicca poco, il che però la dice lunga su quest’album: in molti altri dischi infatti un brano di questo valore sarebbe senza fatica tra i picchi assoluti!

Come l’intro, anche la lunga canzone finale è oggi un modello sfruttatissimo ma all’epoca non lo era: gli americani anticipano quindi di nuovo i tempi con Dreams of Eschaton. Certo, non è la suite lunga, complessa e piena di cambi repentini a cui siamo abituati oggi: la struttura è più semplice, e parte da un lungo intro, che da suoni di basso e chitarra nel vuoto comincia a crescere fino a stabilizzarsi su coordinate ancora soffici. Sono gli arpeggi delle chitarre a reggere la voce raddoppiata di Shelton, per un ambiente quasi da ballad: è dolce, ma ha anche una nostalgia notevole, ben giustificata dalle liriche che introducono l’apocalisse. Apocalisse che dopo circa due minuti esplode: ci ritroviamo allora in un paesaggio sin da subito pesante, più per atmosfera che per le ritmiche, che comunque hanno una bella intensità. Lo si sente soprattutto negli stacchi più vorticosi che si aprono qua e là, ondate di gran potenza, ma anche la base non è da meno, con le sue venature melodiche spesso dissonanti che creano un ibrido strano, ma molto epico. Ancora di più lo sono gli stacchi obliqui che introducono di nuovo una falsariga emotiva, per poi trasformarla in senso addirittura minaccioso, con le urla del cantante quasi estreme e un riff acido e feroce. La progressione tra la norma principale e questa parte si ripete un paio di volte, prima che il tutto si faccia più convulso: ma è solo un attimo, poi il pezzo si apre. Ci ritroviamo allora in una lunga coda molto espansa, col basso e la batteria a fare da ritmiche e le chitarre che riempono il paesaggio di intrecci malinconici, e quasi psichedelici. Dura quasi quattro minuti, ma è molto avvolgente, e porta alla fine una canzone stupenda: non è tra le migliori dei Manilla Road in Crystal Logic, ma solo per pochissimo! A questo punto l’album è agli sgoccioli: c’è rimasto spazio solo per Epilogue, lungo outro che comincia da suoni ambient lievi per poi virare su qualcosa di più elegante, con un mogio pianoforte. Ma c’è spazio per un’ultima sorpresa: a un certo punto, all’improvviso, irrompe una voce oscura e quindi una risata malata, folle, raggiunta da dissonanze di chitarra che creano un attimo di caos, prima che il tutto si concluda con un’esplosione. Così termina un pezzo strano ma non del tutto spiacevole: come finale è particolare e di sicuro non dà fastidio!

Per concludere, Crystal Logic è senza dubbio un disco indispensabile per chiunque si autodefinisca fan dell’epic e dell’heavy metal tradizionale. Entrambi sono rappresentati al meglio qui dentro: parliamo di un lavoro storico e grandioso, non solo un classico assoluto del genere ma anche uno dei migliori di una carriera comunque lunga e piena di perle come quella dei Manilla Road. Anche per questi motivi, farselo mancare è quasi un delitto!

Voto: 96/100


Mattia


Tracklist: 

  1. Prologue – 01:35
  2. Necropolis – 03:10
  3. Flaming Metal Systems – 05:42
  4. Crystal Logic – 06:01
  5. Feeling Free Again – 02:48
  6. The Riddle Master – 04:41
  7. The Ram – 03:46
  8. The Veils of Negative Existence – 04:34
  9. Dreams of Eschaton – Epilogue – 12:01
Durata totale: 44:23
 
Lineup: 
  • Mark Shelton – voce e chitarre
  • Scott Park – basso
  • Rick Fisher – batteria
Genere: heavy metal
Sottogenere: heavy metal classico/epic metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Manilla Road

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