Killing Addiction – Omega Factor (1993)

Per chi ha fretta:
Pur essendo un album di culto, Omega Factor (1993), primo full-length dei floridiani Killing Addiction, è un lavoro non del tutto soddisfacente. Diversi elementi sono interessanti, come il brutal death metal del gruppo, non solo old-school e lontano dagli stilemi odierni: soprattutto, preferisce tempi medio-alti e atmosfere lugubri a un’aggressione tout court. Dall’altro lato però parliamo di un lavoro omogeneo e un po’ carente di idee, oltre che con una registrazione piatta che non valorizza la potenza del gruppo. Sono difetti che contano abbastanza in una scaletta un po’ ondivaga, con ottimi pezzi come la title-track, Nothing Remains e Altered at Birth, ma altri un po’ anonimi. Di conseguenza, alla fine Omega Factor si rivela un album discreto, piacevole e sopra alla media: è adatto ai fan del death e del brutal vecchio stile, ma di certo non è un capolavoro!

La recensione completa:
Nei primi anni novanta, il death metal americano era sulla cresta dell’onda. Le grandi band del genere incidevano quelli che oggi consideriamo classici assoluti del genere, e non solo: legioni di altri gruppi si formavano ovunque negli Stati Uniti. Alcune di esse, pur senza sfondare, sarebbero diventate poi di culto grazie alla bontà dei loro dischi, mentre altre sarebbero rimaste nel totale underground. In parte, è stato quest’ultimo il destino dei Killing Addiction: nati a Ocala, città di quella Florida che era il polo assoluto del death americano, non avevano però il talento di tanti loro conterranei più celebri. Lo si può sentire molto bene in Omega Factor, esordio risalente al 1993 nonché unico full-length prima dello scioglimento (il secondo è arrivato invece dopo la reunion nel 2006): un album diventato col tempo un piccolo culto tra gli estimatori per rarità, ma che alla prova dei fatti non è poi così valido. Da un lato, lo stile è pure interessante: parliamo di un death metal con forti tendenze brutal, lontane però da quello che il genere è diventato oggi – dopotutto, all’epoca il genere era ancora agli albori. Niente cambi di tempo ogni tre secondi, niente schizofrenia, niente breakdown truci e niente pig squeal, dunque: piuttosto, i Killing Addiction preferiscono un approccio che torna a tratti verso il death classico, e nemmeno troppo aggressivo. In Omega Factor al contrario i momenti di vera fuga sono rari: gli americani preferiscono invece mantenersi su tempi medio-alti e a tratti rallentano pure su lidi proto-doom/death che ricorda gli Autopsy e certi Asphyx. È un genere piuttosto interessante, e la band lo condisce con una buona energia distruttiva e con atmosfere belle lugubri; anche le idee musicali che i Killing Addiction schierano non solo male. Il problema è che non sempre ce ne sono abbastanza: Omega Factor soffre soprattutto di una certa omogeneità, con alcuni pezzi che riescono a spiccare ma altri che ricadono nell’anonimato. In più, il disco pecca di una registrazione parecchio piatta, anche per essere i primi anni novanta: non valorizza a pieno la potenza sprigionata dai floridiani – ben avvertibile tra le righe. Per quanto non gravissimi, sono due difetti che incidono su un disco che ha il merito almeno di essere discreto, piacevole, ma per il resto rimane tutt’altro che eccezionale.

L’iniziale Omega Factor mette subito in mostra l’anima dei Killing Addiction qui: il ritmo è tombale, il riff è malvagio, evoca una gran bella oscurità, e il grunt di Patrick Bailey fa il resto. È un’anima cupa che si mantiene per tutta la canzone, anche quando accelera: la norma infatti è molto più dinamica, ma senza strappare: di solito il tempo è medio-alto, e solo a tratti accelera in senso davvero estremo. In ogni caso, ottimo il lavoro delle chitarre di Chris Wicklein e Chad Bailey, che allineano una serie di ottimi riff, e quel che è meglio riescono ad alternare bene momenti striscianti e più lenti e altri invece più d’impatto. Di questo scambio è un ottimo esempio la frazione centrale, che dopo aver corso a lungo vira su una norma massiccia, possente: all’inizio è battente ma poi torna su velocità più intense, senza tuttavia perdere il suo appeal rabbioso e potente. È un passaggio che va avanti a lungo per poi rallentare, e dare quindi il là a una nuova esplosione della base: si tratta del meglio che abbia da offrire un episodio comunque molto buono in ogni parte, il che basta per renderla la migliore del disco a cui dà il nome. Visto l’attacco rapido, anche se dissonante e con poca potenza, la seguente Equating the Trinity può far pensare a un pezzo veloce; dopo pochi secondi però rallenta su qualcosa di influsso doom ben più che vago. Siamo ancora nell’intro, ma quando entra nel vivo il tutto non è che sia tanto diverso: un certo influsso dall’inizio rimane anche nei passaggi più veloci, che puntano sempre più su impatto e oscurità che sull’aggressione. Non parliamo poi dei tanti stacchi lenti in cui torna l’anima più doomy degli americani, col cantante e melodie oblique, raggelanti che creano una gran bella atmosfera. Ogni tanto c’è anche spazio per qualche stacco più vorticoso: purtroppo, non sono proprio il massimo, e se a tratti passano inosservati, altrove danno quasi fastidio. Per fortuna, di norma durano poco – eccetto al centro, il passaggio meno bello del brano – e poi la band gli contrappongono alcune belle zampate: spicca per esempio il passaggio centrale, con un sentore quasi da death svedese che gli aggiunge fascino. È un buon contraltare per un episodio non eccezionale ma più che discreto, con qualche momento morto ma anche coi suoi spunti di qualità.

All’inizio, Nothing Remains dà l’idea di volersi muovere sulle stesse coordinate sentite fin’ora in Omega Factor, col suo lento, arcigno incedere, peraltro di potenza eccellente. Ma dopo circa un minuto in questa maniera,  i Killing Addiction accelerano di più: un breve interludio obliquo, poi ci ritroviamo in una norma di vera urgenza, ben evocata senza esagerare in velocità. Niente blast beat, ma solo un ritmo veloce su cui si posano ritmiche di influsso di vago punk, persino orecchiabili in relazione al genere; questa norma si ripropone un paio di volte nel pezzo, in alternanza con frazioni più rallentate. Anch’esse però incidono bene, col riffage bello tosto, il cantato arcigno di Bailey e tratti solistici che aggiungono loro un tocco abissale. È quest’ultima norma che porta il pezzo al termine, in maniera più espansa e, verso fine, più ritmata: anche in questo caso  la formula funziona, aggredisce al punto giusto. In generale, abbiamo un brano eccezionale, uno degli indubbi picchi della scaletta! Dopo una partenza del genere, il livello di quest’ultima si abbassa con Dehumanized, che in realtà si aprirebbe anche in maniera promettente. il suo riff ossessivo, quasi mononota, crea da subito una bella aura fredda, alienante, aiutata dall’assolo lontano, distorto all’estremo, che spunta subito al di sopra. Ma poi la musica devia verso qualcosa di piatto, una progressione di influsso thrash che però suona scontata, poco convinta, e sfocia presto in una frazione caotica – non in senso buono. Se il drummer Chris York si mette in mostra, sia sfoderando il primo blast-beat del disco che con un breve assolo in solitaria alla fine, tutto il resto non evoca niente, è macinare sterile. Per fortuna, ci si riprende un pochino nella seconda metà, all’inizio macinante ma che devia pian piano verso una norma più espansa, rabbiosa, piena di dissonanze e di melodie oscure. Sarebbe anche un bel sentire se non fosse che dura poco: in effetti, i quattro minuti scarsi del pezzo lo fanno sembrare incompleto. Insieme agli altri problemi, il risultato è un pezzo riuscito a metà, che spicca molto poco all’interno di Omega Factor. Per fortuna, i Killing Addiction si rialzano alla svelta con Altered at Birth, che inizia subito con un riff acido, pesante, rabbioso al punto giusto. È la guida sotto cui il brano diviene più tempestoso e veloce col tempo, mantenendo sempre la sua carica sinistra: è un fattore che rimane anche quando gli americani cambiano direzione. Ci si ritrova allora in un passaggio veloce, magmatico, arrembante col suo continuo assalto ritmico, una martellata dietro l’altro nei tratti vorticosi che si scambiano repentini nella sua evoluzione; il tutto però riesce a essere lugubre, ombroso. Non fanno eccezione nemmeno i tratti più lenti sparse qua e là: al contrario, arcani e labirintici come sono, grazie al bel lavoro ritmico e solistico delle chitarre, sanno benissimo il fatto loro, e rendono il tutto ancor più abissale. Ne risulta una gran bella progressione, con momenti morti davvero rari e tanta aggressione: è anche questo a rendere il tutto ottimo, poco lontano dai picchi assoluti del disco!

Sin dal suo attacco, Necrosphere sa un pelo di già sentito: il suo attacco ribollente è qualcosa che abbiamo avuto modo di apprezzare già nelle scorse tracce. Per fortuna, la direzione cambia presto: ci ritroviamo in una norma vorticosa, magmatica, con un riffage di forte influsso thrash che ricorda persino una versione brutal death dei Testament più rabbiosi. È una norma che torna spesso in alternanza con quella iniziale e con frazioni invece più lente e stavolta ancor più spinte verso il doom che in precedenza, tombali e lugubri il giusto. Ottima anche la parte centrale, col suo assolo sinistro ma a suo modo quasi classico: anch’esso arricchisce un pezzo che nonostante il suo difetto si rivela di buona qualità. Purtroppo, lo stesso non si può dire di Global Freezing: non solo il senso “già sentito” è più forte, ma soprattutto stavolta il tutto è davvero troppo obliquo per incidere. Qualche bel riff è presente, come per esempio quello che si evolve poco prima della metà, ma è smorzato quasi la band avesse il freno a mano tirato. Il resto è anche più espanso, ma suona piatto, privo di mordente, sia nei momenti più lenti che in quelli più frenetici, peraltro uniti senza un apparente filo logico. Non aiuta poi la durata ridottissima, meno di due minuti e mezzo: fa sembrare il pezzo un frammento incompiuto lanciato lì per riempire lo spazio, il che lo rende in assoluto il picco in negativo di Omega Factor. Quest’ultimo è ormai agli sgoccioli, e per l’occasione i Killing Addiction sfoderano Impaled, traccia su cui tornano a livelli più dignitosi. Seppur di nuovo l’attacco iniziale ricordi quanto già ascoltato in precedenza, la sua carica arcigna gli dà un impatto più che decente; ancor meglio va poi quando il pezzo entra nel vivo. Ci ritroviamo allora in una progressione variegata, ma che in generale alterna passaggi di poco più serrati, che anche nei momenti più veloci puntano però su un senso strisciante e obliquo, e aperture abissali. È quest’ultima norma che, passata la metà, prende il sopravvento: la canzone sembra quasi finita, un outro di accordi di chitarra lugubri nel vuoto. Poi invece si riprende, prima molto lenta, tetra, doom metal molto più che accennato, ma dopo poco torna ad accelerare, esasperata e rabbiosa. Lo è tanto da inglobare anche elementi black, sia nel riff che nella voce del Bailey cantante, che passa allo scream. È un finale molto ben riuscito per una traccia non proprio eccezionale e con qualche momento che lascia a desiderare, ma tutto sommato buona: come chiusura per l’album, non c’è male.

Forse è inutile ripetersi a questo punto, ma Omega Factor è un lavoro di secondo piano all’interno della scena death metal statunitense. Senza dubbio è di livello discreto, almeno un gradino sopra alla media (bassa) di certo underground, ma non lo ritengo di sicuro uno di quei dischi indispensabile che ogni fan dovrebbe avere. Certo, se ti piace il brutal death delle origini, al suo interno comunque troverai diversi elementi piacevoli, nel qual caso i Killing Addiction ti sono consigliati. Sappi però che se cerchi un capolavoro di questo genere, farai meglio a cercare altrove.

Voto: 72/100


Mattia


Tracklist:

  1. Omega Factor – 04:57
  2. Equating the Trinity – 05:43
  3. Nothing Remains – 05:39
  4. Dehumanized – 03:06
  5. Altered at Birth – 05:26
  6. Necrosphere – 03:51
  7. Global Freezing – 03:20
  8. Impaled – 06:06

Durata totale: 37:08

Lineup: 

  • Patrick Bailey – voce e basso
  • Chad Bailey – chitarra
  • Chris Wicklein – chitarra
  • Chris York – batteria

Genere: death metal
Sottogenere: brutal death metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Killing Addiction

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