Pythia – The Solace of Ancient Earth (2019)

Per chi ha fretta:
The Solace of Ancient Earth (2019), quarto album dei londinesi Pythia, è un lavoro interessante, pur non facendo gridare al miracolo. Lo è in primis per lo stile, un power metal di stampo  americano con influssi sinfonici e voce femminile, ma lontano dai soliti cliché del genere. Al contrario, gli inglesi colorano questo genere di tanti elementi: dalle orchestrazioni che sono solo un tappeto alle influenze a tratti gothic o persino estreme, dalle atmosfere oscure alla voce istrionica di Sophie Dorman, la loro musica è originale. Purtroppo però dall’altro lato parliamo di un disco non perfetto: per esempio, è un po’ troppo lungo, e finisce per perdersi a tratti. Anche la scaletta è un po’ ondivaga, per colpa anche di una relativa mancanza di hit: se pezzi come An Earthen Lament, Spirits of the Trees, Crumble to Dust e Soul to the Sea incidono, altri invece rimangono anonimi. Tuttavia, pur contando queste pecche non sono troppo castranti: anche così, The Solace of Ancient Earth è un buon album, che può piacere ai fan del power metal, specie di quelli stanchi dei soliti cliché!

La recensione completa:

Negli ultimi anni, il power metal sta vivendo una nuova giovinezza. A innovarlo e renderlo di nuovo grande, sono usciti negli ultimi tempi diversi gruppi interessanti, alcuni diventati anche famosi quanto meritano, seguiti da un bel numero di comprimari almeno interessanti. È a quest’ultimo gruppo che appartengono i Pythia: sono nati nel 2007 a Londra, ma a sentire The Solace of Ancient Earth, quarto album della loro carriera uscito autoprodotto lo scorso 17 maggio, si direbbero piuttosto americani. Di base il loro power metal è orientato verso il classico suono d’oltreoceano, seppur con l’aggiunta di elementi come la voce di Sophie Dorman (al primo disco con la band, tra l’altro) e orchestrazioni qua e là. Ma non è certo il solito, scontato, metal sinfonico con cantato femminile: già la frontwoman dei Pythia di suo è più istrionica e meno operistica della media, passando tra diversi registri con abilità. Soprattutto, il segreto di The Solace of Ancient Earth è che spesso la componente sinfonica non si produce in giri barocchi, ma è solo un tappeto atmosferico: in primo piano quasi sempre ci sono invece i riff. Riff che come detto di solito si rifanno al power statunitense, con la loro potenza e influssi heavy e thrash, ma che a tratti si avvicinano invece a lidi tedeschi o scandinavi, oscillano tra coordinate moderne e classiche e a tratti inglobano persino qualche influsso gothic o estremo. E, per giunta, sono bei riff: del resto i Pythia mostrano un ottimo talento a livello di songwriting in questo campo, come anche per le atmosfere, spesso intense e oscure, e per le melodie di norma incisive e azzeccate. Purtroppo però The Solace of Ancient Earth non è immune da alcuni difetti: la sua lunghezza vicina all’ora per esempio a tratti pesa parecchio, tagliare qualche pezzo meno bello sarebbe stato meglio. Così com’è invece a tratti tende a perdersi, e a risultare un po’ ondivago: colpa anche di una relativa mancanza di hit, con tante canzoni buone ma molte meno che riescono a stamparsi con forza in mente. Sono pecche importanti, ma in fondo non fondamentali: anche così The Solace of Ancient Earth è un lavoro di buon livello, che forse non farà gridare al miracolo ma mette in mostra comunque il valore dei Pythia.

Senza farla troppo lunga, dopo un breve intro quasi vuoto An Earthen Lament si avvia con calma, anticipando il tema di base del pezzo, sinfonico ma con un retrogusto folk, su ritmiche subito marziali. Siamo ancora  nel preludio, ma non ci vuole molto affinché la traccia entri nel vivo semplice, diretta ma preoccupata: un’aura data anche dal riffage, di retrogusto heavy/thrash, e dalla voce della Dorman. È una preoccupazione strisciante, poco emotiva: lo spessore però è destinato a crescere subito nei bridge, quasi drammatici grazie alla cantante che alza il tono e al ritmo più lento. È un gran punto di partenza per refrain che riprendono l’avvio e crescono sempre di più in qualcosa di malinconico, crepuscolare, ma al tempo stesso sognante, passionale: colpisce bene grazie sempre alla frontwoman e ai synth ricercati che l’accompagnano. Non c’è molto altro a parte un assolo centrale gestito a metà tra chitarra e tastiera, in linea a livello di pathos col resto della canzone e ben fatto: anch’esso arricchisce una opener ottima, non tra i migliori del disco solo per poco! Va però persino meglio con Spirits of the Trees, che a breve comincia con un riff battente, di buona potenza. È lo stesso che poi, dopo poco, comincia a sorreggere strofe simili, senza troppa emotività né tanti fronzoli se non nei bei scambi di ritmo del batterista Marc Dyos, che dà colore al tutto e si mette in mostra. Ma poi l’atmosfera si riempe di pathos coi bridge, quasi convulsi, disperati anche nella loro semplicità, data dai giri quasi death metal alle spalle di una Dorman riottosa. La sua carica però si acquieta nei più lenti ed espansi ritornelli: sono sempre dolorosi ma qui rassegnati, il che non impedisce loro di essere ricercati e anche catchy, un connubio perfetto. Splendida anche la frazione centrale, che a parte un riuscito assolo intrecciato tra chitarra e tastiera, presenta frazioni ansiogene e ossessive, più sinfoniche della media del disco, strane ma avvolgenti col loro vorticare. Anch’esse danno un tocco in più a un pezzo splendido: non solo è stata una grande scelta come brano per il video di presentazione di The Solace of Ancient Earth, ma si rivela uno dei migliori pezzi di quest’ultimo!

Dopo aver indugiato su coordinate più da power americano, con Ancient Soul i Pythia si spostano su quello europeo con forza. L’attacco ricorda parecchio l’allegra prepotenza dei Gamma Ray con una spruzzata di melodie più moderne, e quando poi entra dal vivo il pezzo non è da meno. Per esempio la strofa di base è quanto di più classico possa esserci nel genere, specie nell’incedere veloce, seppur con qualche dissonanza e qualche controtempo che lo rendono meno banale. E se dopo un po’ questa norma si apre in qualcosa di più strano, coi giri della tastiera di Asmodai quasi alienanti, presto a spazzar via tutto arrivano i ritornelli, in apparenza allegri come all’inizio ma che nascondono una bella nostalgia. Anche questo li rende il momento più in vista di un brano che comunque è tutto di livello almeno buono: ogni parte, compresa la frazione centrale, più cadenzata e quasi neoclassica nel ritmo, ha il suo perché. È anche vero che ogni tanto la linea musicale si perde, ma non è un problema così grosso: anche così, parliamo di un episodio molto buono e piacevole, che in un album come questo non sfigura. Dopo un avvio così sfolgorante, purtroppo con Black Wings la qualità si abbassa: l’avvio è anche promettente, con le sue sonorità oscure, quasi lugubri. È un’aura che prosegue anche in buona parte della canzone: ne sono avvolte le strofe, lente e martellanti, con un tocco suggestivo grazie alle orchestrazioni, ma poco altro da dare, anche visto che sono un po’ troppo ridondanti a tratti. Ma va lo stesso meglio dei ritornelli, che cercano un ibrido tra malinconia, data dalla Dorman, e la potenza oscura di ritmiche e orchestrazioni, ma finiscono per non essere né carne né pesce: colpa anche della melodia di base, per una volta non azzeccata. Non aiuta poi il fatto che il tutto si ripeta diverse volte: non a caso, la frazione centrale, con il suo dinamismo e i suoi buoni assoli è la parte in assoluto migliore. Per il resto, abbiamo un pezzo carino ma un po’ anonimo: in The Solace of the Ancient Earth sparisce, forse addirittura il meno valido che i Pythia abbiano schierato al suo interno!

Anche Your Dark Reign: esordisce piuttosto oscura, col suo riff oscillante che dà poi il ritmo anche al successivo scoppio di potenza, pesante e ombroso. È la base che poi reggerà anche i refrain: arrivano dopo bridge espansi, drammatici, e lo sono altrettanto, con le orchestrazioni e la voce della frontwoman che formano un vortice sempre più abissale fino allo scoppio di tristezza finale. Più di basso profilo sono invece le strofe, con qualche accenno heavy moderno e qualche passaggio più macinante, accoppiati entrambe alle melodie di carillon di Asmodai, che le rendono suggestive. Certo, ogni tanto gli inglesi cadono in una certa tendenza a ripetersi: la si sente al centro, con stilemi già avvertiti nel resto della canzone. Altri passaggi però colpiscono bene: tutto sommato abbiamo una traccia non trascendentale, ma buona e godibile al punto giusto! A questo punto è il turno di Dawn Will Come, che all’inizio è quasi una ballad: la base sulla sezione ritmica è un arpeggio oscillante, di vago retrogusto folk/prog, di chitarra pulita. In principio questa norma si intreccia col placido assolo di chitarra solista, per poi ospitare la voce della Dorman, altrettanto mogia; è però l’inizio di un bel crescendo. Poco a poco, la distorsione si riprende la scena, fino a esplodere col refrain, energico ma soprattutto intenso, quasi lancinante, tra la cantante e il riffage di influsso gothic e addirittura melodeath di Jamie Hunt e Ross White. Anche ciò che segue si rivela più duro rispetto all’inizio: a eccezione dei bridge, che rimangono leggeri e sognanti, la strofa si potenzia di molto rispetto all’avvio, per non parlare dei segmenti truci che appaiono a tratti. Lo stesso vale anche per la frazione centrale, l’unica davvero “on speed” del pezzo: è valida, ma in un insieme più puntato sull’emozione come questo stona un po’. Per fortuna, è l’unica sbavatura dei Pythia in una traccia per il resto molto bella: tutto il resto funziona, compreso il finale, che riprende il bridge in qualcosa di più intenso e sognante. È la conclusione adatta per un buon pezzo, non troppo lontano dai migliori di The Solace of Ancient Earth!

Hold of Winter ha un attacco davvero frenetico, che ricorda alla lontana persino i Dragonforce: è però fuorviante, visto che il pezzo, pur continuando a martellare, presto si fa meno esplosivo e più oscuro. È però la sfumatura di un momento: la norma vera e propria è composta per buona parte da frazioni preoccupate, di buon pathos, quasi lacrimevole a tratti. Lo sono le strofe, divise a metà tra passaggi più sognanti ma malinconici, denotati dalla tastiera di Asmodai, e altri invece più duri e angosciosi,  in cui dominano ritmiche tempestose. C’è spazio qua e là anche per qualche stacco più esasperato, con addirittura Dyos che usa il blast beat sotto a un florilegio di melodie e alla cantante che arriva a toccare acuti stratosferici. Sono passaggi che incidono meno rispetto al resto, ma non stonano molto nel computo del brano; lo stesso vale per l’assolo al centro, classico e poco originale ma carino. Niente, tuttavia, in confronto a ciò che segue: c’è spazio infatti anche per una sezione cadenzata, ossessiva, ma con un gran fascino oscuro, quasi rituale: funziona bene sia qui sia, soprattutto, nel finale, più lungo e martellante. È il passaggio più gothic dell’intero album, e funziona bene in una canzone che non spiccherà molto, ma sa bene il fatto suo e non stona nemmeno. La successiva Ghost in the Woods presenta ancora un’altra sfumatura dell’oscurità dei Pythia, qui quasi solenne con il suo riffage lento ma macinante e spezzettato avvolto in un tappeto di orchestrazioni eteree. È lo stesso che rimane in scena quando la traccia entra nel vivo con l’aggiunta della voce della frontwoman, per una falsariga di base ripetitiva ma senza che dia fastidio: merito proprio della Dorman, del colore che riesce a dare al tutto. Ma a tratti la traccia accelera di colpo, verso frazioni meno espanse e più intense: anch’esse sono valide, col loro vorticare sognante, malinconico, ma unite al resto non sono molto coerenti. Lo stesso vale per la parte centrale, un ibrido particolare ma riuscito tra heavy metal classico e orchestrazioni che gli danno un tono pacifico. Il risultato finale è un pezzo con tanti bei momenti però discontinui tra loro, e che per questo non rimane molto in mente: è discreto, il che è un peccato, considerando che potesse essere molto meglio.

Quando sembra che l’album non abbia più molto da dare, per fortuna gli inglesi lo ritirano su nel finale a cominciare da Crumble to Dust, che parte lenta e dolce. Sembra arrivato il turno della ballad del disco, ma poi la musica comincia a crescere, finché quasi di colpo ci ritroviamo in una strofa vorticosa e arcigna a modo suo. Se ogni tanto l’anima più leggera del disco torna per qualche apertura, è l’energia a farla da padrone: la già citata falsariga di base si alterna di solito con chorus meno dinamici ma potenti e soprattutto preoccupati all’estremo. Sia l’elettronica di Asmodai che la Dorman la evocano con forza a tratti persino toccante, il che rende questi passaggi di grandissimo impatto. Il dualismo è vincente: la drammaticità della prima norma si compenetra bene con l’oscurità della seconda, per un contrasto di gran efficacia. Ottima anche la frazione di centro, anche più plumbea del resto col suo riffage addirittura di stampo black/death iniziale, per poi virare su una norma martellante di influsso invece doom. È la ciliegina sulla torta di un pezzo di alto livello, non tra i migliori del disco ma solo per poco! Tuttavia, va ancora meglio con Soul to the Sea, con cui i Pythia decidono di chiudere The Solace of Ancient Earth: un breve intro retto dal basso solenne di Ash Porter, che crea il giusto senso d’attesa, poi entriamo subito nel vivo. A fare bella mostra di sé da subito è il lento ritornello, quasi etereo e di malinconia lacerante, con la frontwoman doppiata da dei bei cori, in un florilegio di melodie avvolgente, persino soave. Ma il resto non è da meno: la strofa è sottotraccia di solito, con un riffage potente, aggressivo e un tono oscuro: anche qui però la Dorman dà un tocco di nostalgia e di ricercatezza che rendono il connubio di gran impatto. C’è spazio pure per diversi stacchi: a tratti, come i bridge, sono raccordi semplici e brevi, in cui si respira bene l’anima dimessa del pezzo. Più estesa è invece la parte centrale, tortuosa tra i suoi momenti di pausa più espansa, gli assoli e le truci parti ritmiche, il tutto incastrato però con maestria per evocare un’atmosfera cupa ma al tempo stesso calda. È il momento più vario di un pezzo per il resto molto lineare anche nei suoi sette minuti e mezzo abbondanti, ma non è affatto un problema: il tutto è comunque evocativo, specie a livello di atmosfera. È proprio questo i segreto di un pezzo davvero meraviglioso, il picco assoluto del disco che chiude con Spirit of the Trees!

Per concludere, The Solace of Ancient Earth non è solo un album originale, ma anche molto godibile. Come già detto, poi, non è un capolavoro, in virtù dei suoi difetti; tuttavia, per chi è stufo dei soliti giri del power classico e vuole dal genere qualcosa di più, può essere comunque ossigeno puro. Se quindi il power ti piace ed elementi come le orchestrazioni e la voce femminile non ti disturbano nonostante quanto siano stati abusati negli scorsi anni, dai pure un’opportunità ai Pythia!

Voto: 77/100

Mattia

Tracklist: 

  1. An Earthen Lament – 05:26
  2. Spirits of the Trees – 04:55
  3. Ancient Soul – 04:21
  4. Black Wings – 05:06
  5. Your Dark Reign – 04:53
  6. Dawn Will Come – 05:20
  7. Hold of Winter – 04:54
  8. Ghost in the Woods – 06:16
  9. Crumble to Dust – 05:34
  10. Soul to the Sea – 07:38

Durata totale: 54:23

Lineup: 

  • Sophie Dorman – voce
  • Jamie Hunt – chitarra
  • Ross White – chitarra
  • Asmodai – tastiera
  • Ash Porter – basso
  • Marc Dyos – batteria

Genere: symphonic power metal
Sottogenere: dark power metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Pythia

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