Calamity – Kairos (2019)

Per chi ha fretta:
Kairos (2019), secondo album dei portoricani Calamity, è un album di molto superiore alla media del suo genere. Se la sua base è thrash metal, non è quello derivativo di buona parte della scena revival: con tanti spunti che si rifanno allo speed power più classico e un’attitudine progressiva (più per atmosfere che a  livello tecnico), è uno stile molto personale. Ma non c’è solo la personalità: il vero punto di forza del gruppo di Porto Rico è il songwriting, fresco e convincente, che non si lascia limitare da cliché e spesso è anche abile nel colpire la giusta melodia. È questo il segreto di pezzi come la riottosa Guerreros, la lunga ed emozionante Still We Live e la catturante The Truth, picchi di una scaletta con qualche caduta di stile ma anche tanta sostanza. E se qualche ingenuità e un suono troppo grezzo limitano un po’ la sua resa, in fondo non lo fanno troppo: anche così, Kairos rimane un grande album, ossigeno puro per chi è stufo dei soliti stereotipi del thrash!

La recensione completa:
Dalle pagine di Heavy Metal Heaven, non ho mai mancato di sottolineare di come in linea generale non ami il revival attuale del thrash: troppo derivativo e ispirato al passato per i miei gusti per avere qualcosa da dire. Ma questo non significa che tutti i gruppi del genere soffrano di questi difetti: nel corso degli anni ne ho trovati anzi parecchi meno scontati e con molta più personalità. Gli ultimi in ordine di tempo sono stati i Calamity: provengono da Porto Rico, un paese che di norma non si associa al metal. Eppure Kairos, secondo full-length in una carriera che va avanti con alterne vicende dal 2010, è degno di interesse quanto i migliori prodotti di scene ben più prestigiose. Come già accennato all’inizio, il loro stile è tutt’altro che derivativo: di base è thrash metal, ma molto lontano dalla media, e in special modo da chi copia la scena statunitense anni ottanta senza fare alcun passo oltre. Per esempio, i Calamity inseriscono nel loro genere molte influenze power metal, ma non in senso moderno: piuttosto si rifanno al suono in salsa speed delle origini, quello della prima scena tedesca, per un suono che ha parecchio di tradizionale. Kairos però non ha paura di abbracciare elementi moderni, con passaggi addirittura neoclassici (!) e soprattutto una forte attitudine progressiva. La si sente non tanto a livello tecnico – dove comunque la band sa bene il fatto suo, e ogni tanto si fa valere con forza – ma soprattutto in strutture e atmosfere, in continuo divenire. Quello dei Calamity è insomma uno stile personale e pieno di sfaccettature, che però il gruppo sa tenere insieme in maniera abile: il vero segreto di Kairos è proprio il songwriting. Fresco e convincente, sa quando aggredire e quando virare verso la melodia, oltre a costruire spesso melodie azzeccate: soprattutto però è libero, e non si lascia limitare da cliché o confini stilistici di sorta. Certo, c’è anche da dire che il disco non è perfetto: a tratti i Calamity cadono in qualche ingenuità, il che rende la scaletta un pelo ondivaga. Il difetto principale di Kairos è però la registrazione: probabilmente non è nemmeno colpa dei portoricani – immagino che da loro il metal non abbia gran supporto – ma sta di fatto che, grezza com’è, limita un po’ la resa della loro musica. Per fortuna, non lo fa più di tanto: anche così parliamo di un lavoro che spicca con forza sulla massa, non solo per originalità ma anche per qualità!

Senza introduzioni di sorta, Killer Vibes comincia subito feroce col suo riff iniziale, riottoso e potente, a cui però la band portoricana comincia presto ad aggiungere venature melodiche di retrogusto quasi power. È un dualismo che poi va avanti per tutta la canzone, sin da subito piuttosto complessa: frazioni dirette e di gran potenza si alternano con altre più riflessive, in cui al centro ci sono melodie o un’aura preoccupata. Quest’ultima è alla base delle strofe: non troppo veloci, risultano però avvolgenti e nervose, grazie ai numerosi ghirigori e alla voce al vetriolo di Berny Santos. Ma poi il pezzo si fa più convulso, fino ad arrivare in breve ai ritornelli: alternano fughe davvero frenetiche e brevi stacchi che lanciano la prossima, uno stop ‘n’ go che evoca una bella urgenza. Forse però la metà migliore del pezzo è la seconda, che lascia da parte la fretta della prima parte per qualcosa di più ombroso, diviso tra stacchi thrash ma non troppo rabbiosi e altri più lenti, con un retrogusto persino doomy a tratti. È una bella progressione, che evoca la giusta oscurità e dà un bel finale a una traccia ottima, per quanto non tra le migliori del disco che apre – il che la dice già lunga su cosa ci aspetta a breve! Subito dopo infatti è infatti il turno di Guerreros, che comincia da un breve intro del batterista Eduardo Acevedo, non troppo tecnico (non è nemmeno un assolo) ma efficace. Quando poi gli altri strumenti entrano in scena, all’inizio sono calmi; ciò tuttavia dura pochi secondi, visto che presto l’ambiente diventa convulso, preoccupato, tra riff potenti e fraseggi ansiosi. È una bella presentazione per una traccia che poi cambia ancora direzione, verso strofe lente ma dal riffage sempre thrashy, che danno loro un senso minaccioso, oscuro. Questa falsariga poi si evolve in senso ancor più dilatato, con bridge quasi psichedelici: poi però i Calamity virano di colpo verso refrain invece maschi, duri, veloci, con una melodia coinvolgente al massimo anche nella sua carica angosciosa. Splendida è anche la parte centrale, che esita un po’, creando un senso di attesa, per poi esplodere in un assalto da rivolta popolare, in cui il frontman quasi arringa, più che cantare. È un altro elemento di potenza assoluta che arricchisce alla grande un pezzo splendido, senza dubbio uno dei migliori di Kairos!

Still We Live parte da un urlo di Santos, effettato per sembrare quasi prodotto da un computer che vada in tilt: è da qui che si sviluppa un’evoluzione battente, distruttiva col suo riff thrash dritto al punto. Ma poi i portoricani cambiano direzione: seppur non manchino qua e là dei bei sprazzi di energia, le strofe sono oblique, puntano su giri circolari e dissonanti che creano un’aura poco confortevole, quasi stridente (in senso buono, ovvio). Ma la traccia non è fredda: al contrario, i bridge virano di colpo su qualcosa di doloroso, persino lacerante. È il perfetto preludio a refrain meno intensi ma malinconici: tra ritmiche ancora thrash e melodie di carattere power, ne scaturisce un ibrido strano ma avvolgente a meraviglia. Di base è questa la struttura della prima parte, ma sono presenti molte variazioni: vanno da passaggi che sviluppano l’anima più melodica persino in neoclassicismi ad altri invece pestati, oscuri, al limite persino con death e black per cattiveria. E nella seconda, la strada cambia con ancora più forza: comincia da uno stacco che ricorda persino certi Stratovarius per ricercatezza ombrosa, per poi svilupparla in maniera più muscolare. Ma c’è sempre il sentimento al centro: contribuiscono a ciò sia le armonie delle chitarre sia il frontman, e a tratti anche elementi come le lievi tastiere, ben integrate nel resto. Solo sulla trequarti c’è spazio per un paio di sfoghi ritmici, un macinare in cui si mette in mostra anche il bassista Fernando Rivera: anch’essi però non deviano dall’atmosfera generale, che domina sempre. E che nel finale si accentua ancora, una desolazione palpabile e toccante: conclude sette minuti senza momenti morti, un pezzo lungo ma eccelso, a giusto un pelo dal meglio di Kairos. Va però persino meglio con The Truth, con cui i Calamity tornano a qualcosa di più classico in direzione thrash, ma senza che l’ispirazione si abbassi. Il riff di base che si sprigiona da subito è semplice e tradizionale, ma ha un bell’impatto: merito anche dell’abilità della band nel variarlo tra coordinate rocciose o più dinamiche e riottose, come succede nelle strofe. Esse spesso hanno una cadenza quasi punk, che le fa incidere bene; durano poco, però, prima di lasciar spazio a stacchi che rileggono lo stesso incedere in qualcosa di convulso, quasi allucinato. Anche questi stacchi lasciano spazio in breve a bridge di nuovo possenti, che a loro volta si aprono di lì a poco in chorus meravigliosi: dimessi, tristi, hanno un pathos lancinante che colpisce al cuore, ma risultano anche catchy all’estremo. La struttura inoltre stavolta è semplice, seppur ci siano alcune variazioni che le danno un tocco di colore, come quelle di Santos, che canta le stesse cose alternando spagnolo e inglese. Bella anche la sezione centrale, divisa tra melodie preoccupate che ricordano i Metallica e qualche lieve pulsione addirittura industrial. È la ciliegina sulla torta di un brano davvero eccezionale, non solo tra il meglio del disco ma anche tra le tracce che mi hanno colpito di più negli ultimi anni nel genere: scelta più che azzeccata come video per lanciare l’album, insomma!

Dopo un avvio così splendente, con Kairos il livello si abbassa, ma non di molto. Sin dall’inizio, l’originalità del suono dei Calamity è ancora ben visibile, con le ritmiche thrash e le melodie ricercate delle chitarre di Santos e Gonzalo Ortiz che si posano su un ritmo esotico, quasi da flamenco. È una caratteristica che torna spesso lungo il pezzo: per esempio, regge i bridge, leggeri e ancor più spinti verso l’esotismo, con le loro melodie ma anche una certa preoccupazione. È la stessa che poi scoppia nei ritornelli, che al di là di qualche ricomparsa della norma precedente sono arcigni e drammatici, per merito del frontman e di un’aura pesante, plumbea. Più lineari sono invece le strofe: possono contare su una buona potenza, e di norma procedono senza troppi fronzoli, seppur ogni tanto qualche stacco più bizzarro o qualche momento ritmico possente giunga a intervallarle. Degna di nota anche il finale, in cui i portoricani recuperano la loro anima più power, corredandola con qualche influsso progressive e verso la fine anche di dissonanze black metal: è una frazione semplice ma con la giusta nostalgia, avvolgente al punto giusto. Chiude un pezzo che non brilla all’interno del disco a cui dà il nome, ma di sicuro è buonissima, e altrove avrebbe fatto sfaceli! La successiva The Change prende vita da un intro mogio, con la chitarra pulita, che però quasi subito comincia ad addensarsi, finché non ci ritroviamo in un paesaggio dissonante. Tra il riffage di origine thrash, armonizzazioni di carattere progressive e un piglio power, è una norma particolare ma ben fatta: crea la giusta tensione, graffiante ma al tempo stesso calda, emotiva. È un’angoscia che sale lungo le strofe, lente ma battenti, per poi sciogliersi solo coi ritornelli, liberatori coi cori e il piglio melodico, senza più impatto. Tuttavia, per una volta con essi la band portoricana non azzecca in pieno una melodia: sembrano troppo bizzarri, un po’ pretenziosi, e non incidono come potrebbero, per quanto non stonino neppure. Molto meglio invece la èarte centrale, ancora una volta tortuosa col suo zigzagare tra momenti di cattiveria groove metal e altri invece molto melodiosi e nostalgici, avvolgenti il giusto. Arricchisce un pezzo per il resto piuttosto lineare, e anche per questo senza il guizzo degli altri: è senza dubbio carino, piacevole, ma in un album come Kairos non spicca molto.

Overruled comincia da un giro convulso di chitarra, che si interseca da solo quasi in loop, prima in solitaria e poi sopra a una base lenta. Poi però di colpo la musica esplode: ci ritroviamo in una base vorticosa, di gran urgenza, con una melodia che ricorda addirittura i Running Wild, seppur riletti in una chiave più thrash. È la base dei refrain, serrati e nervosi, oltre che dritti al punto: anche in questo caso non colpiscono come altrove, stavolta anzi quasi stonano col resto. Resto che invece è migliore, anche nonostante la mancanza di dinamismo: le strofe sono rapide ma senza strafare, e al loro interno si respira più un certo malessere che aggressività; non parliamo poi dei bridge, laceranti, in cui ciò si accentua di molto. Il momento che brilla di più è però al centro, che vira su una progressione black/death con tanto di blast beat da parte di Acevedo, una tempesta che solo dopo un po’ si scioglie in qualcosa di più disteso. Per il resto, abbiamo un altra traccia godibile e discreta, ma che non impressiona: questo lo rende senza dubbio il punto più basso della scaletta. Quando sembra che quest’ultima sia ormai vivendo una flessione irreversibile, però, a risollevarla giunge El Vacío, unica ballad del disco. Si tratta del lento più tradizionale che possa esserci, con le strofe calme denotate dalle chitarre pulite dolci e da un Santos delicato come mai si era sentito fin’ora, e ritornelli più sostenuti ma sempre emotivi. Tuttavia, i portoricani infilano la loro personalità anche qui, non solo per il fascino dato dal cantato in spagnolo ma anche per i controtempi che immettono nel tessuto, senza che quasi si notino. La variazione più esplicita è invece alla fine, quando il ritornello viene accelerato e riletto in senso power dopo l’assolo di rito, in un vortice che rende la sua melodia di base ancor più sentimentale. È un altro dei segreti di una ballata riuscita, che nonostante la diversità non stona in un disco come Kairos. Quest’ultimo tra l’altro ha ormai giusto il tempo di rialzare il voltaggio nel finale con The Handlebar, che dopo un avvio oscuro, vorticante, emerge pian piano fino a entrare nel vivo come un pezzo thrash oscuro, tempestoso. Lo si sente bene nel riff di base, graffiante e di gran energia: ha un impatto davvero ottimo sia da solo che sotto agli arcigni ritornelli, in cui la voce di Santos dà un tocco di cupezza in più. Ma anche il resto non è da meno: sia le strofe, dritte al punto e battagliere, sia i bridge, di gran nervosismo e quasi caotici a tratti, hanno il loro perché. Ma tutti mantengono la loro oscurità, comune a quasi tutta la canzone: l’unico momento che fa eccezione è il passaggio di trequarti, che dopo melodie maideniane e un bell’assolo si fa intenso. È solo un attimo, prima che il tutto riprenda il suo corso, ma arricchisce bene il pezzo: non sarà tra i migliori del disco ma il livello è ottimo, e di sicuro come chiusura è più che adeguata!

Per concludere, c’è da dire che i Calamity probabilmente possano fare anche meglio di così: le piccole ingenuità di Kairos dimostrano se non altro che il gruppo ha ancora margini di miglioramento. Ma nell’attesa di sapere se riusciranno a maturare in pieno e a sfruttare le loro potenzialità, non posso che consigliarti di supportarli ora, facendo tuo quest’album. Per chi è stanco del solito thrash metal revival, di mille gruppi che copiano la Bay Area senza un briciolo della stessa ispirazione, i portoricani sono ossigeno puro: se lo sei anche tu, corri a scoprirli!

Voto: 85/100

Mattia

Tracklist:

  1. Killer Vibes – 05:13
  2. Guerreros – 05:07
  3. Still We Live – 06:48
  4. The Truth – 04:41
  5. Kairos – 05:16
  6. The Change – 05:53
  7. Overruled – 04:49
  8. El Vacío – 04:34
  9. The Handlebar – 04:36

Durata totale: 46:57

Lineup:

  • Berny Santos – voce e chitarra
  • Gonzalo Ortiz – chitarra ritmica
  • Fernando Rivera – basso
  • Eduardo Acevedo – batteria

Genere: thrash/power/progressive metal
Sottogenere: speed power/thrash metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Calamity

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