Uriah Heep – Abominog (1982)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEAbominog (1982) è il quattordicesimo album degli Uriah Heep.
GENEREUn hard rock che risente degli anni ottanta, ma senza mancare dell’eclettismo e dall’incarnazione passata dei britannici.
PUNTI DI FORZAAlcuni ottimi spunti, alcuni elementi di interesse come la voce di Peter Goalby, che ricorda molto Ronnie James Dio, alcune belle canzoni. 
PUNTI DEBOLIUna certa mancanza di idee, dimostrata per esempio da cinque cover su dieci canzoni in scaletta. Una scaletta ondivaga.  
CANZONI MIGLIORIToo Scared to Run, On the Rebound, Chasing Shadows, Think It Over
CONCLUSIONIPur non esaltando, Abominog è un buon album: non sarà tra i picchi della carriera degli Uriah Heep ma può far piacere a un amante dell’hard rock. 
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
75
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Anni ottanta: un epoca che nessuno può negare sia stata d’oro per il genere hard rock. Sarebbe però più corretto dire “per un certo modo di fare hard rock”: la miglior prova di ciò è, se non altro, che molte delle band che hanno sviluppato il genere negli anni settanta in questa decade hanno vissuto fortune alterne. Col loro stile passato di moda, non hanno avuto scelta che sciogliersi o adattarsi: in parte è stato quest’ultimo il destino degli Uriah Heep, che proprio all’inizio del decennio vivevano un periodo di grande incertezza. Poco dopo la pubblicazione di Conquest nel 1980 la formazione era andata in pezzi, con l’abbandono tra gli altri dello storico tastierista Ken Hensley. Ma il chitarrista Mick Box non si era lasciato scoraggiare: messa su una nuova lineup, gli Uriah Heep si erano rimessi al lavoro, seppur in un ambiente forse non del tutto sereno e produttivo. È un fatto che si sente nel successivo Abominog, album numero quattordici dei britannici: uscito nel 1982, mostra buone cose ma anche una certa indecisione, seppur impalpabile. Da un lato, lo stile si rivela valido: per buona parte abbraccia la modernità delle melodie anni ottanta, ma senza rinunciare a un tocco del solito eclettismo dei britannici. È presente per esempio in alcuni residui anni settanta, specie in certe sonorità di chitarra o dell’organo, ancora presente nel suono degli Uriah Heep. Sono elementi che fanno coppia anche con qualche influsso dal metal del periodo: nonostante ciò, Abominog tende a mantenersi perlopiù su coordinate melodiche. Ed è una scelta che paga: merito anche di un songwriting a volte di maniera, ma che non ha perso del tutto lo smalto migliore dei londinesi. A tratti anzi, è protagonista di qualche spunto di assoluta qualità, ben supportato da dettagli validi come la registrazione, un filo grezza ma efficacissima, o dalla voce del nuovo cantante Peter Goalby, profonda e calda tanto da ricordare il miglior Ronnie James Dio. Dall’altro lato però Abominog mostra una band senza troppe idee: la prova è la presenza di ben cinque cover su dieci pezzi effettivi – sei, contando anche Think It Over, già incisa in precedenza dagli Uriah Heep stessi. Seppur molte siano ben fatte, è un fattore che lascia qualche dubbio; in generale, parliamo di un album un po’ ondivago, con pezzi da urlo ma anche alcuni meno ispirati. Si tratta di un fattore non del tutto castrante, visto che anche così l’album risulta di qualità molto buona; tuttavia, l’idea che dà è di non essere del tutto riuscito.

Abominog ha un attacco dei più classici per l’hard rock: con le sue sonorità “da strada” ci catapulta dritti dentro Too Scared to Run, brano dinamico e senza fronzoli. La struttura è semplice, e al di là di qualche stacco che riprende l’inizio, è divisa tra strofe veloci e incalzanti con la loro frenesia rockeggiante, e ritornelli più preoccupati, ma sempre di intrattenimento e anche parecchio catchy. A parte qualche venatura solistica qua e là, che culmina nel bell’assolo al centro, classico ma bello con gli intrecci tra chitarra e organo, non c’è altro: del resto non serve, visto che anche così il tutto coinvolge alla grande in ogni momento. Si tratta insomma diun brano semplice ma di impatto grandioso, che entra subito tra i picchi del disco che apre! Ma la qualità non scende di nulla con Chasing Shadows, con cui gli inglesi lasciano l’anima diretta sentita in precedenza per abbracciare sonorità più ricercate e anni ottanta. Lo si sente già dagli orecchiabili panorami sintetici evocati dalla tastiera di John Sinclair, un intro delicato e magico che poi dà il là a una traccia che lo è altrettanto. La stessa impostazione è la base della falsariga principale, in cui spesso si interseca con accordi lievi, mentre solo a tratti la chitarra prende il sopravvento, con potenza ma senza mai essere rude. Anche i tratti più energici hanno una loro eleganza: lo dimostrano bene i chorus, che dopo bridge sognanti si pongono pesanti, almeno rispetto all’hard rock, ma al tempo stesso malinconici, intensi, avvolgenti. Bella anche la sezione centrale, divisa tra frazioni lievi e malinconiche e altre invece più dure e graffianti, con un altro ottimo assolo: entrambe le anime arricchiscono un pezzo non al livello delle migliori di Abominog, ma solo per poco. Di sicuro, non sfigura tra due dei pezzi migliori del disco: sì, perché ora è il turno di On the Rebound. Cover di un pezzo di Russ Ballard a metà tra hard rock e qualche suggestione elettronica, qui gli Uriah Heep spingono molto verso il secondo. Sin dal beat iniziale, con la cassa ossessiva e un giro di basso tipico, ci ritroviamo in un ambiente che fa il verso alla musica dance di quegli anni. La norma sviluppa poi questo attacco in maniera più densa, con suoni di tastiere elettronici che danno al tutto un tono ancor più dance e chitarre spesso distorte in senso sintetico a fare lo stesso. In più, c’è spazio anche per stacchi che ricordano quasi Sweet Dreams degli Eurythmics – e no, non è un plagio, visto che quest’album è precedente di un album al singolo del duo synthpop britannico. Ogni tanto però la band torna verso l’hard rock, per quanto in maniera timida: succede nei refrain, più densi ma catchy quanto il resto, e per l’assolo al centro, però presto contaminato da toni dance rock. Il risultato può esser visto come un incubo per qualsiasi purista, ma se ascoltato con mente aperto si rivela un pezzo fatto davvero bene, e pieno di ottime melodie: insomma, nonostante la differenza per me è addirittura tra i più riusciti della scaletta!

Con Hot Night in a Cold Town, cover dell’omonimo brano soft rock di John Cougar seguita in maniera più o meno fedele, il voltaggio si abbassa di molto per la prima ballad di rito. È un lento più che classico, che si avvia col pianoforte e durante le strofe non sale mai di tensione: più in là al piano si aggiunge la sezione ritmica e lievi tastiere, ed è tutto qui. Più energici sono invece i ritornelli: all’inizio sembrano quasi voler esplodere, ma poi si stabilizzano su toni dolci, con un riff distorto ma etereo e Goalby che quasi duella con le tastiere per stabilire chi è più mogio. Gli unici momenti di tensione un po’ più spinta sono le due frazioni centrali: la prima è dominata da tastiere estroverse, rutilanti e torna poi nel finale, la seconda dopo uno stacco morbido vede dominare la chitarra di Box. Anch’esse comunque risultano dimesse, si allineano alla malinconia del resto, il che è un bene. E se alla fine il pezzo non è così originale, anzi è paragonabile alla media delle ballate del periodo, come ascolto non è male, anzi si rivela molto piacevole. La successiva Running All Night (With the Lion) è un’altra rilettura, stavolta dei Lion in cui militava John Sinclair, e si sente come il tastierista se la sia portata dietro. Gli Uriah Heep seguono in modo pedissequo il rock duro dell’originale, che così torna in maniera definitiva in Abominog, seppur non nella versione più diretta: sin dall’inizio, l’intento è di divertire, il che riesce anche piuttosto bene. L’aura è sempre distesa, scanzonata, semplice: lo evoca bene il riff di base, che prosegue a lungo accompagnato dalle tastiere o nelle strofe dalla voce del frontman. Già questo è un problema, perché rende la traccia troppo elementare; tuttavia, la falsariga alla fine si rivela gradevole, non disturba. Il vero problema del pezzo sono invece i chorus: anch’essi soffrono di semplicismo, ma soprattutto sono poco ispirati, la loro melodia non colpisce granché. Buona invece la sezione centrale: è preoccupata, quasi oscura a tratti, ma si unisce bene alle altre. Il risultato è un brano riuscito a metà: è carino e non dà fastidio, ma finisce per risultare anonimo, uno dei meno belli dell’album. Esso però si ritira su all’istante con That’s the Way that It Is: ennesima cover, stavolta della The Bliss Band, inizia con un arpeggio pulito ma subito cresce. È un dualismo che si ritrova anche nel pezzo, che vive costanti picchi e cali di voltaggio: per esempio, di norma le strofe sono calme all’inizio, ma poi la sezione ritmica arriva a movimentarle. Con la loro guida la musica si addensa, fino a raggiungere i refrain: anch’essi non troppo potenti, con anzi il ritorno dell’arpeggio iniziale, colpiscono alla grande con la loro disperazione lieve eppure incisiva, rappresentata alla grande da una melodia mogia, di gran impatto. Ma anche il resto non è da meno: un’aura dimessa domina in tutto il pezzo, e riesce a colpire bene, a volte incidendo in maniera lancinante, come per esempio nel caso del breve ma drammatico assolo centrale. È la ciliegina sulla torta di un grandissimo brano, non tra i migliori di Abominog ma soltanto per poco!

Prisoner è per fortuna l’ultima cover del lotto: ripresa dal gruppo Sue Saad and the Next, ha toni un po’ differenti dal pop rock originale (se non altro nel passaggio da una voce femminile a quella maschile), ma non più di tanto. Anche la versione degli Uriah Heep parte molto delicata, puro rock anni settanta con tanto di moog e suggestioni progressive. Ma la melodia vocale di Goalby è orientata verso il decennio successivo, come anche le venature di chitarra che compaiono qua e là, e col tempo le coordinate si spostano in questa direzione. Di sicuro, gli appartengono in pieno sia i refrain, malinconici e intensi – e anche un pelo mosci, c’è da dire – sia le strofe, che ne riprendono la struttura in maniera semplice e lineare. Il tutto cerca di evocare un’atmosfera romantica, dolce, e in parte ci riesce anche: purtroppo, in questo caso la musica suona invecchiata male, con dei cliché che sono quelli tipici della ballata di quegli anni. E così, al netto di alcuni passaggi anche belli, come quelli al centro o nel finale, dominati dalle tastiere vintage di Sinclair, abbiamo un pezzo carino ma nulla più: è senza dubbio piacevole, ma non spicca granché. Anche Hot Persuasion parte lenta, con un organo quasi da chiesa, che poi però si perde in dissonanze: è il momento dell’esplosione della traccia vera e propria, che poi si avvia con un piglio tipico da anni ottanta. Almeno, è quanto sembra dalle strofe, semplici, solari e tamarre: colpiscono molto bene con la loro semplicità e l’essenza disimpegnata e scarna. Lo stesso però non si può dire dei chorus, che vedono il ritorno della tastiera per qualcosa di influsso addirittura gospel: non è questo il difetto maggiore, però, quanto la differenza col resto e soprattutto una melodia di base insipida. E sì che il resto funziona bene: sia la norma principale che le variazioni in cui, per esempio, l’organo raggiunge il riff di chitarra colpiscono il giusto. Abbiamo insomma un buon pezzo, per quanto dia l’idea che senza la sua grossa pecca potesse essere migliore, anche di parecchio! Per fortuna, Abominog si ritira su ora con più convinzione con Sell Your Soul, che comincia quasi solenne, con cori arcani su una base preoccupata: un’impostazione che gli Uriah Heep riprenderanno poi in maniera ancora più accentuata. Lo fa nei lenti ritornelli, quasi drammatici nel duetto tra Goalby e potenti cori, il che non impedisce loro di essere anthemici. Il resto della traccia è però del tutto diverso: per gran parte, la base è molto rockeggiante, movimentata, veloce, hard di suggestione più anni settanta, per quanto non manchino venature ottantiane e persino suggestioni metal a tratti. Il bello è che però entrambe le parti si uniscono in maniera efficace, in un gioco di accelerazioni e rallentamenti che funziona a meraviglia. Ottime anche le variazioni, tra cui brilla il passaggio di trequarti, di gran pesantezza prima di sciogliersi nell’ennesimo assolo ben riuscito: sono tutti arricchimenti per un episodio non tra i migliori del disco, ma buonissimo e godibile!

La già citata Think It Over prende vita da uno strano intro, elettronico ed etereo, pur avendo anche una malinconia che col tempo cresce fino a esplodere nel pezzo vero e proprio. A darle il là è il frontman in una prestazione molto sentita su una base che lo è altrettanto; col tempo, poi, questa atmosfera intensa non si perde. Al contrario, mantiene alta la sua forza drammatica nelle strofe per poi confluire in refrain che hanno ancora un gran pathos ma più dimesso, una depressione tranquilla, calda e accogliente. In tutto questo, oltre a Goalby brilla il lavoro della tastiera di Sinclair, che ben si sposa con ritmiche spesso anche abbastanza potenti, e dona al tutto una ricercatezza unica. Una frazione di assoli centrale che mette in mostra tutta l’abilità di Mick Box, senza dubbio uno dei più riusciti qui, chiude un pezzo breve e semplice, ma toccante: è senza dubbio tra i picchi del disco che in origine chiudeva insieme a Too Scared to Run e On the Rebound! Nella mia versione di Abominog c’è però spazio per ben sei tracce bonus, seppur siano solo due quelle davvero interessanti. Al netto di una “versione video” di Think It Over, tagliata e con un suono grezzo che le fa perdere molto, e di tre tracce della scaletta in una versione live così grezza da avere poco appeal, solo Son of a Bitch e Tin Soldier hanno qualcosa da dire. Tratte entrambe dall’EP Abominog Junior, che anticipò l’uscita del disco principale di poche settimane, sono molto diverse: la prima è in linea col genere del disco, un pezzo di hard rock anni ottanta dai risvolti melodici, come si sente dopo un avvio ombroso con un drone di chitarra. È Sinclair il grande protagonista del pezzo: domina nei chorus, sintetici, preoccupati ma al tempo stesso brillanti, catturanti, e spesso fa la sua bella figura anche nelle strofe, che di solito sono più lineari, rockeggianti e disimpegnate. Certo, c’è spazio anche per qualche tratto ombroso, in cui la vaga oscurità presente altrove si fa sentire con più forza: peraltro, col loro pathos sono tra i momenti migliori del pezzo. Ma anche il resto non è da meno: se si sente che l’ispirazione è minore, ed è stata giusta l’idea di schierarla solo come bonus track, abbiamo comunque un pezzo di ottimo intrattenimento. Lo stesso si può dire, ma solo in parte di Tin Soldier, che pur essendo cover degli Small Faces in questa versione è orientata al passato degli Uriah Heep sin dall’avvio col pianoforte Ne scaturisce un pezzo eclettico, diviso tra momenti tranquilli, di vago retrogusto progressive, altri invece più duri, quasi rabbiosi a tratti, per poi sfociare in ritornelli corali quasi da musical, molto avvolgenti. C’è spazio anche per qualche bel passaggio di potente hard rock, come al centro; il tutto è ben fatto, anche se a tratti suona un po’ di maniera. Poco male, comunque: anche così il tutto è un bel sentire, e qui non stona, considerando anche che è di una bonus track che parliamo.

Per concludere, Abominog non sarà tra i dischi migliori nella carriera degli Uriah Heep, e anzi non vede quel livello se non col binocolo. A parte ciò però è un lavoro buono e onesto di hard rock ibrido tra suggestioni anni settanta e ottanta: qualcosa che non esalta, ma che è comunque un piacere ascoltare. Ecco perché, se sei un fan della band di Londra o semplicemente vuoi provare qualcosa di eclettico e non troppo impegnativo, è comunque un lavoro che farà in pieno al caso tuo!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Too Scared to Run03:49
2Chasing Shadows04:39
3On the Rebound (Russ Ballard cover)03:14
4Hot Night in a Cold Town (John Cougar cover)04:03
5Running All Night (with the Lion) (Lion cover)04:28
6That’s the Way That It Is (The Bliss Band cover)04:06
7Prisoner (Sue Saad and the Next cover)04:33
8Hot Persuasion03:48
9Sell Your Soul05:25
10Think It Over03:42
11Son of a Bitch (bonus track)04:07
12Tin Soldier (Small Faces coverbonus track)03:54
13Think It Over (video soundtrack – bonus track)03:17
14Too Scared to Run (live – bonus track)04:19
15Sell Your Soul (live – bonus track)05:43
16That’s the Way That It Is (The Bliss Band coverlive – bonus track)03:58
Durata totale: 67:06
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Peter Goalbyvoce
Mick Boxchitarra
John Sinclairtastiere
Bob Daisleybasso
Lee Kerslakebatteria
ETICHETTA/E:Sanctuary Records Group
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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