Legacy of Silence – Our Forests Sing (2019)

Per chi ha fretta:
Our Forests Sing (2019), primo album dei torinesi Legacy of Silence, è un lavoro interessante seppur ancora immaturo. Da un lato, brilla l’originalità dello stile del gruppo, che mescola un death metal melodico molto spigoloso e con forti pulsioni metalcore a un’anima folk, ben rappresentata dal flauto di Luca Capurso. Dall’altro lato però la band cade in diverse ingenuità, come per esempio una certa omogeneità di contenuti; in generale il loro songwriting è valido ma un po’ acerbo. Lo si sente bene in una scaletta un po’ discontinua, in cui grandi pezzi come Torment, Heresy e Rebirth brillano molto, ma altri invece si perdono e sono poco appetibili. Per tutti questi motivi, alla fine Our Forests Sing si rivela un album non eccezionale, per quanto sia discreto e piacevole, e ben prometta per il futuro!

La recensione completa:

Originalità e inesperienza: volendo stringere all’osso, credo bastino questi due sostantivi per descrivere Our Forests Sing dei Legacy of Silence. Band nata a Torino nel 2014, con quest’album è arrivata a tagliare il traguardo del primo full-length lo scorso dieci maggio, uscito sotto la concittadina Volcano Records & Promotions. Come detto poco sopra, lo stile che lo anima è abbastanza originale: di base quello di Our Forests Sing è un melodic death metal moderno, reso spigoloso da tanti controtempi e da forti influssi metalcore. I Legacy of Silence gli aggiungono però un’inedita anima folk, presente ma mai esagerata: di norma non ci sono violini né mille tastiere ma solo il flauto di Luca Capurso, mentre solo in rari casi la faccenda si addensa. Si tratta di un suono che non sarà una novità assoluta almeno nel suo connubio di generi, ma con gli elementi messi in campo dai piemontesi risulta davvero molto personale; purtroppo però i Legacy of Silence ancora non sono abbastanza maturi da sfruttarlo a pieno. Il difetto principale di Our Forests Sing è quello classico del metal di oggi, una certa omogeneità: a tratti certi stilemi tendono a ripetersi, specie nelle ritmiche quando i torinesi spingono di più sulla potenza. Ciò tra l’altro rende l’album un po’ ondivago: ci sono grandi pezzi che spiccano bene, ma altri anonimi, con cui il disco si perde. Colpa di un songwriting ancora in parte ingenuo, per quanto non sia del tutto negativo: già ora i Legacy of Silence dimostrano doti buone a tratti, per quanto in altri frangenti cadano in alcune ingenuità. In generale, Our Forest Sing non è male come album: ha già diverse cose da dire, per quanto la mia idea è che la band di Torino debba ancora affinare la propria proposta per sfruttare a pieno le proprie potenzialità.

L’album parte dal classico intro da disco folk metal, con un mandolino e lievi orchestrazioni in sottofondo: pian piano cresce fino a sfociare in una frazione metal. Anch’essa è piuttosto distesa, con la chitarra melodica che si intreccia col flauto su un tempo semplice: siamo ancora nel preludio, però, perché la Witchwood vera e propria entra nel vivo solo dopo un minuto, e lo fa strappando. Ci ritroviamo allora in un vortice melodeath sempre in movimento, che alterna frazioni più leggere, con tanto di cori a tratti e altre invece molto più pestate, con blast beat e tanta rabbia da parte del growl di Marco Salusso. Pian piano l’evoluzione porta il pezzo verso la prima anima: all’inizio sono stacchi brevi o al massimo di diversi secondi, ma incidono comunque con la loro malinconia. Col tempo però prendono il sopravvento, con Capurso che si mette in mostra con giri veloci anche nelle frazioni più potenti, presenti fin quasi al finale. Esso poi si apre del tutto in qualcosa di nostalgico, etereo, aperto, avvolgente: è il passaggio più incisivo e memorizzabile del brano, ma anche il resto non è da meno. Abbiamo insomma un episodio di alto livello, non eccelso ma più che adatto per aprire un disco come Our Forests Sing! La successiva Bloodhunt attacca subito festosa, con un giro di chitarra molto folk – per quanto sovrapposto a ritmiche potenti, che le danno anche un tono ombroso. È un dualismo che nel pezzo va avanti abbastanza a lungo, con alcune variazioni nel ritmo o nei fraseggi, ma senza che la melodia venga meno: quanto basta per avvolgere in maniera discreta e non annoiare. Tuttavia, molto meglio va quando i Legacy of Silence cambiano direzione: accade al centro, quando l’aura vira su qualcosa di oscuro ma al tempo stesso magico, grazie anche a una tastiera che si unisce all’oscurità del resto. È l’inizio di una progressione che si fa sempre più oscura ed estrema, ma dopo poco torna ad aprirsi: la frazione centrale torna eterea e melodica, per quanto non sia allegra, e anch’essa col tempo tenda a incupirsi, fino all’assolo plumbeo di Simone Macchia. Anch’essa dura poco, prima di un raccordo velocissimo che presto ci riporta all’inizio: è un ritorno di fiamma che a breve termina un pezzo non sempre emozionante, ma carino e discreto.

Misfortune parte subito col suo riff preoccupato, ancora di carattere folk, ma ogni tanto assume tratti melodeath. È una base che rimane al suo posto a lungo, seppur con diverse variazioni, sia nel ritmo che nella cadenza che il frontman e il batterista Alberto Ferreri le danno, a tratti dinamica e potente, altrove spezzettata in stile metalcore. Anche le melodie del flauto variano, e in certi frangenti gli si affianca quella che sembra un’arpa: tuttavia, a parte questo la musica è un unico fluire avvolgente, ma spesso poco incisivo. Solo alcuni passaggi riescono a essere evocativi, gli altri sono un po’ insipidi, non comunicano granché: l’unico che  spicca davvero è la chiusura, in cui la norma si fa oscillante e si arricchisce di orchestrazioni che le danno un certo pathos. Per il resto, abbiamo un pezzo iuttosto anonimo: passa senza dare fastidio, ma senza nemmeno lasciare grande traccia di sé alla fine. Per fortuna a questo punto Our Forests Sing torna a brillare con Torment, traccia scelta dai Legacy of Silence per il video di lancio dell’album: una decisione senza dubbio azzeccata. Lo si capisce già all’inizio, quando la band scandisce la melodia di base, prima in maniera più eterea e leggera; ma anche quando i giochi si fanno più metallici, è sempre l’armonia a dominare. È ciò che succede anche nei ritornelli, che riprendono sempre la stessa base: corredata dalla voce di Salusso, in questo caso pulita, suonano lancinanti ma al tempo stesso catturanti, e incidono con grande forza. Il resto invece è più aggressivo come le strofe, tempestose e piene di cambi repentini, che variano tra frazioni più lineari e altre invece battenti, quasi da death classico, per poi aprirsi solo con bridge ancora movimentati ma più intensi. Di base è questa la struttura, ma la band di Torino tende spesso a variarla: a volte unisce le due parti in un vortice melodico ma velocissimo, in blast beat addirittura, mentre altrove la musica si fa più distesa, come nella sezione dopo metà, che vira su un inquieto melodeath. È una delle tante variazioni riuscite di un brano valido in ogni parte, che non annoia neppure nei suoi quasi sei minuti e mezzo: anche ciò lo rende un’ottima scelta come introduzione al disco nonché uno dei suoi pezzi topici!

Heresy parte molto lenta, con una lieve base sinfonica che accompagna un arpeggio di chitarra pulita e un flauto altrettanto mogio. Può far pensare quasi a una ballata, ma poi la musica svolta su una cadenza metalcore potente, seppur rimanga crepuscolare. Anche stavolta, è la base dei ritornelli: lenti ma possenti, colpiscono bene e non mancano di una certa nostalgia, ben evocata dalla melodia lontana di Capurso. Più dinamiche sono invece le strofe: vorticanti, da tipico death melodico nel riff di Macchia e Simone Mondo, si uniscono all’altra norma in un’impostazione piena di accelerazioni e di rallentamenti, ma molto efficace. Lo stesso si può dire per i passaggi anche più espressivi che si aprono a tratti, col frontman che torna al pulito per un effetto quasi drammatico, e di quelle invece nere come la notte, feroci, death di suggestione quasi black a tratti. Ottimo anche il passaggio convulso e quasi progressive al centro, o la lunga apertura finale, lenta e rassegnata coi suoi toni espansi. Ognuno di questi elementi è funzionale alla buona riuscita di un altro brano lungo ma ben fatto: non sarà tra i picchi di Our Forest Sings, ma non gira troppo lontano! Con Inquisition, i Legacy of Silence lasciano sin dall’avvio da parte la cupezza per un’anima brillante, col ritmo insistente su cui si posa una melodia di flauto a tratti allegra, seppur altrove non nasconda una certa nostalgia. È però una sensazione spesso in sottofondo, specie nei tratti più cadenzati e ineffabili, mentre solo in certi stacchi distesi torna fuori. E alla fine, anche l’aggressività non manca: è presente quasi sempre nello scream di Salusso, e a tratti diventa più spinta, come nelle sezioni più vorticose che spuntano a tratti. In tutto questo, sono diverse le melodie che catturano, tra i cori e le tante venature di Capurso e delle chitarre: anche ciò contribuisce a far pesare meno il fatto che, coi suoi quattro minuti scarsi, il tutto suoni un po’ fine a sé stesso. Ma è un difetto minore per un brano che anche così suona avvolgente e piacevole il giusto! Purtroppo, lo stesso non si può dire di J.A.W.S., che parte da un’impostazione spezzettata già sentita diverse volte lungo il disco, il che un po’ limita la sua resa. Ed è un peccato: l’impatto c’è, come l’aggressività, e la musicalità del tutto è di buon livello; nonostante il difetto, paradossalmente si rivela il passaggio più in vista del pezzo. Tutto il resto infatti spicca poco: gran parte degli stacchi sono costituiti dai soliti fraseggi folk su base melodeath, che a questo punto non incidono granché, suonano abbastanza trite. Solo a tratti i piemontesi riescono a farsi valere, specie quando spingono di più sulla rabbia: allora il pezzo ha qualcosa da dire. In tutti gli altri casi, però, la loro musica risulta insipida, il che rende il brano quasi un polpettone senza grande senso, discontinuo e con poco da dire, senza dubbio il punto più basso del disco.

Per fortuna, a questo punto la scaletta torna su livelli più consoni con Nightfall, che inizia veloce e potente ma stavolta senza troppa aggressività o ferocia. Al contrario, in principio è quasi un senso intimista a dominare: un senso che tuttavia viene meno presto. Se le melodie restano le stesse, il complesso si fa più estroverso e persino quasi allegro, con una melodia vocale di Salusso quasi da taverna, seppur nasconda dietro di sé anche una certa preoccupazione, ad ascoltarla con attenzione. Preoccupazione che nel resto dell’episodio viene fuori con forza: la norma di base è infatti divisa tra momenti nervosi, più orientati a un oscuro melodeath e a tratti macinanti, e altri invece più aperti ma lirici nella loro infelicità. Ancora una volta, inoltre, la band di Torino imposta una struttura tortuosa, che tende spesso a variare: in questo caso però ogni passaggio è al suo posto, e il pezzo non suona mai discontinuo. Certo, c’è da dire che forse non tutto è al livello dei migliori del disco; anche così però parliamo di un pezzo molto buono, a nemmeno troppa distanza dai picchi del lavoro. A questo punto, in Our Forests Sing c’è rimasto spazio solo per Rebirth, traccia finale con cui i Legacy of Silence decidono di cambiare coordinate, seppur non di molto. Non è solo per la presenza del violino dell’ospite Vittoria Nagni (anche nota come Maerkys, ex Blodiga Skald) e altri effetti folk che affianca il flauto di Capurso: sin dall’inizio, lo stile del gruppo punta su melodie quasi epiche, classiche ma molto efficaci in questa veste. Il fatto che poi le mantengano a lungo, con giusto poche variazioni sul tema, è un bene, poiché rende il tutto più coeso dal punto di vista dell’aura. Ma anche i momenti che invece svoltano su coordinate più feroci sono riusciti: unite al resto, creano un affresco di gran preoccupazione, di oscurità, che poi si scioglie nei ritornelli. Anche più battaglieri ed evocativi del resto, colpiscono in maniera eccelsa coi loro cori anthemici, tutti da cantare col pugno al cielo. Stavolta inoltre la durata ridotta a meno di tre minuti non è un problema: abbiamo un episodio breve ma molto immaginifico, che dà un grandissimo finale al disco, visto che risulta addirittura il suo picco insieme a Torment!

Per concludere, alla fine Our Forests Sing si rivela un disco godibile il giusto, anche a dispetto dei suoi piccoli e grandi difetti. Certo, io credo che dai Legacy of Silence ci si debba già da ora aspettare di più: il loro genere è personale e interessante, e merita di essere intrapreso con più maturità e più idee chiare. C’è anche da dire che i torinesi sembrano essere sulla giusta strada, perciò il futuro per loro promette bene; se poi rispetteranno questa prospettiva, o se non lo faranno, è da vedere. Ma intanto, se ti piace il folk metal e sonorità più estreme non ti fanno storcere il naso, il consiglio è di concedere loro, perché no, almeno un ascolto.

Voto: 71/100


Mattia


Tracklist:

  1. Witchwood – 05:19
  2. Bloodhunt – 04:58
  3. Misfortune – 04:55
  4. Torment – 06:23
  5. Heresy – 06:07
  6. Inquisition – 03:40
  7. J.A.W.S. – 04:13
  8. Nightfall – 04:13
  9. Rebirth – 03:51

Durata totale: 43:39

Lineup: 

  • Marco Salusso – voce
  • Simone Macchia – chitarra
  • Gianluca Mondo – chitarra ritmica
  • Luca Capurso – flauto
  • Francesco Santalucia – basso
  • Alberto Ferreri – batteria

Genere: metalcore/death/folk metal
Sottogenere: melodic death metal

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