Handful of Hate – Adversus (2019)

Per chi ha fretta:
Adversus (2019), settimo album degli Handful of Hate, è un lavoro all’altezza della carriera della storica band toscana. La sua grande esperienza è ben percepibile nel black metal con qualche venatura da altri generi messo in campo dal gruppo, mai banale e con molto da dire. Merito delle tante sfumature del loro suono, che per quanto aggressivo non è monotono: un pregio che riesce a portare l’album anche oltre qualche difetto. Quello principale è una scaletta un po’ ondivaga: se pezzi come Carved in Disharmony (Void and Essence), Severed and Reversed (Feudal Attitude), Thorns to Redemption (Gemendo Germinat) e soprattutto il duo conclusivo Idols to Hung/Icons with Devoured Face sono di alto livello, altri non sono allo stesso livello. È per questo che Adversus alla fine non raggiunge il capolavoro, ma in fondo non importa: anche così parliamo di un ottimo album, che può fare la felicità dei fan del black metal classico!

La recensione completa:

Se conosci almeno un po’ la nostra scena black metal nazionale, probabilmente è inutile spiegarti chi siano gli Handful of Hate. Tra i pochi nomi a emergere in Italia negli anni d’oro del genere con Necromass, Opera IX, Mortuary Drape e una manciata di altri, ha portato nel corso degli anni una carriera un po’ discontinua ma con diversi album interessanti. Di certo, lo è anche l’ultimo loro parto, Adversus: settimo della loro storia, è uscito lo scorso 10 maggio grazie alla label specializzata nostrana code666. Si tratta di un album che conferma le qualità degli Handful of Hate, a partire dal genere: è quello sviluppato dalla band toscana negli anni, un black metal classico e aggressivo con diverse influenze, soprattutto death ma non solo. Nonostante il suo tradizionalismo, è però un black metal competente, di classe, mai noioso: si sente bene che il gruppo non è l’ultimo arrivato, che ha parecchia esperienza sul groppone. È un fattore apprezzabile, per esempio, nel fatto che Adversus non sia l’aggressione di pancia di molti dischi nel genere: non gli manca la ferocia, al contrario, ma gli Handful of Hate sanno darle comunque diverse sfumature. Anche per questo, molte canzoni nella scaletta hanno la loro personalità ben definita: un po’ di omogeneità c’è, ma in piccola misura, non è come altri album di oggi in cui tutti i pezzi si assomigliano tra loro. Certo, non parliamo di un’opera dperfetta: oltre ad alcune soluzioni un po’ di mestiere, per fortuna non troppo frequenti, Adversus si rivela sopratuttto un po’ ondivago. Insieme a molti ottimi o anche più, gli Handful of Hate schierano anche qualche brano meno appetibile, che un po’ ne abbassa la qualità. Ma anche così, in fondo importa poco: parliamo lo stesso di un lavoro di livello, in cui i toscani dimostrano di avere ancora parecchio da dire nonostante la lunga carriera!

Le danze partono dal suono di soldati in marcia, una cadenza regolare che, dopo qualche secondo, lascia di colpo spazio al riff iniziale di An Eagle Upon My Shield (Veteris Vestigia Flammae). È sinistro, agghiacciante, puro black metal, ma per il momento si avvita su sé stesso in maniera placida; e quando la traccia entra nel vivo, non è che acceleri poi molto. Il ritmo continua a essere medio, ma l’atmosfera resta opprimente: un fatto che si accentua quando la musica spicca il volo e abbandona questa base di partenza. Ci ritroviamo allora in fughe sempre più convulse e feroci: se la prima dura poco, prima di tornare all’origine, la seconda si evolve di più, ma sempre all’insegna del dinamismo. Momenti tempestosi retti dal blast beat di Aeternus e altri invece meno veloci ma sempre con una bella urgenza e dissonanze che li rendono ancor più inquietanti si succedono, in un affresco tutto sommato ben riuscito. C’è qualche piccolo momento morto, ma tutto sommato la struttura funziona, grazie anche a qualche variazione riuscita, come l’assolo di chitarra al centro o la norma iniziale riletta in maniera più terremotante alla fine. Sono gli elementi per un episodio che non farà gridare al miracolo, ma sa benissimo il fatto suo, e come apertura del disco è più che all’altezza! La successiva Before Me (The Womb of Spite) comincia subito agitata al massimo: un elemento che non verrà quasi mai meno in quella che a lungo si rivela una scheggia martellante. Solo poco dopo lo sfogo iniziale il pezzo rallenta, un’apertura espansa e senza ritmo in cui le armonizzazioni nere come la notte delle chitarre e lo scream effettato di Nicola Bianchi danno al tutto un’aura sinistra a dir poco. Ma è solo un momento: per il resto il brano va spedito per la sua strada, tra frazioni di pura rabbia, esasperate nella loro aggressione e a tratti condite da influssi death nel riffage, e passaggi invece preoccupati, nervosi, più melodici della media. Anche a essi però non manca una componente selvaggia, non solo per quanto riguarda la velocità asfissiante ma anche per il caos avvolgente che gli Handful of Hate riescono a creare al loro interno. E se ogni tanto è così spinto da suonare esasperato, di norma il tutto incide a dovere: abbiamo un altro pezzo non eccezionale ma buono, che in Adversus non stona!

Carved in Disharmony (Void and Essence) mostra persino un certo pathos all’inizio, e quando dopo una manciata di secondi parte la progressione in blast beat, la sensazione non viene meno. Nonostante il ritmo battente, il riffage di Bianchi e Andrea Toto segue sempre una certa melodia, oscura ma  espressiva: crea un panorama tenebroso ma ricercato, non solo volto alla ferocia. È una sensazione che però a tratti sparisce: lo fa per esempio prima di metà, quando anche la frenesia lascia il campo a qualcosa di meno estremo, ma lugubre al massimo e incazzato, uno stacco che solo verso il centro torna verso le coordinate iniziali. La variazione che brilla di più è però nel finale, che rallenta ancora di più per qualcosa di cadenzato, solenne, persino rituale dopo l’entrata in scena della voce profonda del frontman, accompagnata da cori e del riff circolare e ossessivo. È un passaggio che si stampa con facilità in mente, ma il resto non è da meno: si tratta di un brano poco distante dai migliori del disco! È quindi il turno di Severed and Reversed (Feudal Attitude): ha un attacco possente, in cui il lato death della band toscana viene fuori con più forza, poi seguita da uno sfogo di dissonanze black, sempre terremotante col suo blast. Questa impostazione regge tutte le strofe, allucinate e tempestose al massimo, con la loro aura di costante tensione, fortissima anche nei momenti meno serrati. È una sensazione che poi però si scioglie coi ritornelli: anch’essi estremi, sono però liberatori con la loro maggior melodia e persino una certa tristezza, per quanto graffiante e infuriata. È un dualismo che funziona a meraviglia anche in un brano breve e senza molto altro da dare: oltre alle due parti già citate, l’unico mutamento è al centro, che comincia con un piglio persino thrash per poi finire in un vortice nervosissimo. Ma on serve altro alla traccia per essere ottima, di nuovo a poca distanza tra i picchi di Adversus! Sin dall’avvio, Down Lower (Men and Ruins) lascia il dinamismo per qualcosa di lento e atmosferico. In scena ci sono sempre dissonanze e melodie lontane di chitarra, intrecciate per essere il più lugubri possibile, un gioco di tessitura davvero terrificante a tratti, specie quando il cantante passa dallo scream a qualcosa di più gutturale. È una falsariga che spicca parecchio, anche in relazione al disco: purtroppo, però, quando gli Handful of Hate lo abbandonano stavolta non incidono granché. Se le frazioni più profonde funzionano bene, quelle soltanto macinanti suonano un po’ insipide, non evocano un grande impatto. Non aiuta poi la breve durata, che stavolta dà al tutto un tono un po’ di incompiuto: ne risulta un episodio a due velocità. Ed è un peccato: visto che certi spunti sono davvero fantastici, poteva venirne fuori un pezzo da urlo, invece che uno solo piacevole come invece è in effetti!

Celebrate Consume… Burn! comincia subito agitata, e nel giro di giusto qualche istante lo diventa ancora di più: ci ritroviamo presto in una tempesta di urgenza assoluta, piena di cambi repentini. Il death stavolta influenza non solo le ritmiche, dove comunque non è troppo presente, ma soprattutto la struttura, in continuo divenire: l’unico filo conduttore è l’urgenza, sempre presente a eccezione di qualche breve stacco che però compensa bene con la sua carica lugubre. Tuttavia, se il complesso è un bel vortice, abissale e incisivo al punto giusto, stavolta i singoli spunti non colpiscono come in altri casi lungo il disco. Inoltre, la corta durata è ancora un problema: la conseguenza di tutto ciò è un brano anche carino ma niente più, che sarebbe nella media in un disco qualunque ma non in questo, di cui rappresenta il punto più basso. Per fortuna, ora gli Handful of Hate risollevano Adversus con Toward the Fallen Ones (Psalms to Discontinuity), che riesce in tutto ciò che la precedente cercava di fare. Ha un altro esordio movimentato al massimo, che crea un bel senso di preoccupazione e di oscurità: si manterrà anche nel resto del pezzo, seppur in diverse forme. A tratti a dominare è una melodia ridondante e circolare, quasi oscena, che dà al tutto un tono ancora più insicuro, tutt’altro che confortevole, ma c’è spazio anche per tratti più diretto, in cui torna qualche vago influsso thrashy. E al centro, il pezzo si ammorbidisce in qualcosa di intenso, da black melodico, una fuga breve ma di gran impatto; è un’ottima variazione, come il passaggio di trequarti, con un bell’assolo al fulmicotone prima di tornare ad abbracciare la stessa norma. Ma anche questo ritorno di fiamma dura poco: è quindi la volta di un finale che rilegge la stessa norma con pesantezza prima di tornare di nuovo duro e macinante. Insomma, è la giusta conclusione per un pezzo brevissimo ma stavolta efficace e di buonissima qualità! Con Thorns to Redemption (Gemendo Germinat) però i toscani fanno anche meglio: si comincia con lentezza, da un ambiente quasi doom. E quando entra nel vivo la strofa, non cambia molto: solo la voce rabbiosa di Bianchi e dissonanze black variano la formula rispetto a prima. Ma tutto è destinato a mutare: presto la musica svolta di colpo su passaggi macinanti, ancora di influsso thrashy. Precedono e seguono chorus esplosivi, black metal ferale retto da blast beat ma in qualche modo malinconico, di gran spessore musicale: è questo a renderli il passaggio più esplosivo del pezzo, e uno dei migliori del disco. Buona anche gli eclettici stacchi che compaiono qua e là: a volte rileggono la norma più thrashy però in chiave rallentata e dissonante, mentre altrove è quella black a essere ancor più tombale e lugubre. Tutti funzionano in un pezzo di altissimo livello, poco lontano dal meglio della scaletta!

Se fin’ora, al netto di qualche caduta di stile, Adversus è stato di buonissimo livello, gli Handful of Hate ci hanno riservato il meglio per la fine. Si parte da Idols to Hung, che prende subito vita  col suo riff di base, oscillante e ossessivo, già da subito di buon impatto. Il meglio lo da in accoppiata con la voce di Bianchi, sul ritmo rapido ma stavolta senza troppa frenesia di Adversus: punta più su un senso strisciante e oscuro, il che in questo caso riesce alla grande. È senza dubbio il meglio che il brano abbia da offrire, e quasi dispiace sentire tutto questo solo all’inizio e nel finale; per fortuna, però, il resto non perde granché nel confronto. La lunga frazione centrale è già grande nel suo partire in fuga, rapida e rabbiosa, con qualche venatura di retrogusto death, ma pian piano la sua foga si spegne, fino a che non ci ritroviamo in una sezione ancora migliore. Lentissima, lugubre nelle sue dissonanze, assume però col tempo un po’ di calore, dato soprattutto dalla chitarra che disegna melodie sinistre ma al tempo stesso depresse, mogie. È insomma un grande arricchimento per un pezzo splendido, uno dei picchi assoluti della scaletta! Tuttavia, il livello non cala di nemmeno un pelo con Icons with Devoured Face, con cui l’album si conclude: parte lenta ma non per questo tranquilla, anzi i giri dissonanti di Bianchi e Toto risultano lugubri, asfissianti, quasi orrorifici. Ma la cappa a tratti si apre: succede in quelli che sono considerabili i ritornelli, sempre lenti ma pestati; il risultato è molto oscuro ma al tempo stesso ha una certa solennità, un’aura complessiva tutta particolare. Splendida anche la direzione che la band nostrana prende dopo metà: un breve interludio di chitarra pulita, persino malinconico coi lievi cori, poi la musica torna a graffiare con potenza, ma anche con un senso quasi epico. È quello che ci accompagna a lungo, tra passaggi più pestati e rabbiosi e altri invece più aperti, fino a un punto in cui comincia a spegnersi lentamente. Ma il pezzo non è ancora finito: c’è ancora spazio per un colpo di coda che lascia i toni sentiti fin’ora per un brevissimo scoppio inquietante e dissonante, prima di distorcersi e diventare rumore. È strano ma non stona alla fine di un altro pezzo meraviglioso, in un uno-due conclusivo da vero KO per l’album!

Per concludere, Adversus è un ottimo lavoro, più che degno di entrare nella discografia di una band storica e importante come gli Handful of Hate. A parte questo, non c’è molto altro da dire: se ti piace il black metal tradizionale e sei alla ricerca di qualcosa che non sia una semplice imitazione derivativa del passato, è un album che farà al caso tuo. Non sarà un capolavoro, ma il mio consiglio è di concedergli almeno una possibilità!

Voto: 84/100


Mattia


Tracklist: 

  1. An Eagle Upon My Shield (Veteris Vestigia Flammae) – 06:14  
  2. Before Me (The Womb of Spite) – 04:22  
  3. Carved in Disharmony (Void and Essence) – 04:41  
  4. Severed and Reversed (Feudal Attitude) – 03:45  
  5. Down Lower (Men and Ruins) – 03:43  
  6. Celebrate Consume… Burn! – 03:28  
  7. Toward the Fallen Ones (Psalms to Discontinuity) – 03:12  
  8. Thorns to Redemption (Gemendo Germinat) – 04:37  
  9. Idols to Hung – 03:41 
  10. Icons with Devoured Faces – 05:21

Durata totale: 43:04

Lineup: 

  • Nicola Bianchi – voce
  • Andrea Toto – chitarra e basso
  • Niccolò Stella – basso
  • Aeturnus – batteria

Genere: black metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Handful of Hate

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