Elvenking – The Winter Wake (2006)

Per chi ha fretta:
Con il loro terzo full-length The Winter Wake (2006), gli Elvenking si ritirano su dopo un periodo di appannamento. Si tratta di un album che riesce a tornare alla magia sentita nell’esordio Heathenreel, col tipico folk/power metal del gruppo del Friuli-Venezia Giulia mai così variegato. Ne consegue una scaletta piena di canzoni con una propria personalità, tra cui spiccano la scatenata Trows Kind, l’atmosferica Swallowtail, la mutevole March of Fools, l’immaginifica The Wanderer, la sognante Rouse Your Dream e la lunga Neverending Nights. Sono i picchi di una scaletta solida e con giusto qualche calo di tensione, che comunque non inficia il risultato finale: anche così The Winter Wake è un grande album, una piccola gemma che può far felici i fan del power e del folk metal!

La recensione completa:

Nonostante fosse l’epoca d’oro per il folk e il power metal, a circa metà degli anni duemila gli Elvenking non vivevano uno stato di forma smagliante. Il loro meraviglioso esordio Heathenreel all’inizio del decennio faceva presagire una grande carriera, ma poi il gruppo di Sacile (Pordenone) si è perso per strada: colpa di una lineup instabile, che subito dopo l’uscita del disco perse tra gli altri il cantante Damnagoras. Con il suo sostituto Kleid, gli Elvenking produssero Wyrd, un disco che si rivela anche carino ma ad anni luce dal predecessore, di cui non riusciva a mantenere la magia. Era il possibile inizio di una parabola discendente, che avrebbe relegato la band nostrana al classico “gruppo da un disco solo”, o li avrebbe addirittura costretti a vivere di rendita dall’esordio. Per fortuna però il leader Aydan decise a quel punto una svolta che, col senno di poi, si rivelò vincente. Richiamato Damnagoras, gli Elvenking rientrarono in studio forti dell’esperienza passata, decisi a non ripetere gli stessi errori: il risultato di tutto ciò fu The Winter Wake. Si tratta di un album ambizioso, e non solo per la presenza di tanti ospiti anche importanti: soprattutto, al suo interno i sacilesi tornano a mostrare tutta le qualità già sentite in Heathenreel. Lo fanno in primis con uno stile mai così vario: la base di partenza è sempre il solito folk/power metal, ma qui viene interpretato in molte forme diverse. Ciò fa sì che lungo il corso di The Winter Wake non ci si annoi mai: ogni canzone ha la sua personalità, e di norma anche parecchio da dare, segno che qui gli Elvenking hanno ritrovato la loro migliore ispirazione. E se ogni tanto è presente qualche caduta di stile, in fondo non è un gran problema: anche così parliamo di un lavoro di livello assoluto, come scoprirai nel corso della recensione.

Senza alcun preludio, si comincia subito in maniera scatenata, con l’attacco rapido e agitato di Trows Kind. Sin da subito, il protagonista è il violino di Elyghen, che zigzaga e segue i molti spigoli ritmici del riff al di sotto, specie nei momenti più movimentati. E ce ne sono diversi all’interno della struttura: spesso arrembanti, colpiscono con efficacia assoluta, come si può sentire per esempio nelle incalzanti strofe o nei bridge, addirittura convulsi. Ma non mancano anche passaggi più lineari e delicati: tra di essi spiccano con forza i ritornelli, sognanti e quasi solari, ma anche con una bella malinconia, il tutto sorretto da melodie travolgenti, che si stampano con facilità in mente. Può quasi sembrare che la struttura sia quella classica, e in parte è anche così, ma tutte le componenti hanno una gran complessità: questo però non inficia la musicalità, sempre sugli scudi. Completa il quadro una frazione centrale che inizia mogia, col carillon di Elyghen, per poi farsi potente e preoccupata, con una bel florilegio di assoli, molto classica: è il coronamento di una grande apertura, subito tra il meglio che The Winter Wake abbia da offrire! La seguente Swallowtail parte come il tipico pezzo power metal, solo col violino a fare la melodia al posto della chitarra. E che melodia! Coi suoi toni folk ma al tempo stesso non troppo lontani dal classico, è forse il passaggio migliore del pezzo, sia all’inizio che come sostegno sulla tre quarti di un bell’assolo. Ma il resto non è da meno: per esempio le strofe, con il loro ritmo diretto, quasi aggressivo, scandito prima dal basso di Gorlan e poi con più potenza, sono di gran coinvolgimento. Ci portano a frazioni anche più frenetiche e movimentate, vorticose, anch’esse di impatto; al pezzo però non manca anche un lato più tenero e rilassato. Lo si sente sia nei momenti retti dalla doppia cassa di Zender ma più evocativi e distesi del resto, sia soprattutto nei refrain veri e propri: lasciano da parte il metal per qualcosa di dolce, nostalgico, retto dalla voce di Damnagoras e dal violino, quasi poetici nell’accoppiata. Tutte queste parti si alternano in una struttura ben fatta, che quasi dispiace sia limitata a solo quattro minuti e mezzo, visto che ne avresti voluto di più; poco male comunque, visto che anche così abbiamo un altro brano di altissimo livello, non lontano dal precedente in fatto di qualità!

The Winter Wake ha un attacco che spiazza, coi suoi toni quasi da musica techno/dance, ma poi la stessa melodia viene ripresa dalle chitarre in uno scenario che diventa un convincente metal melodico. È una base simile a quella che poi reggerà i ritornelli: qui però la melodia di base è scandita da cori, che creano un ambiente immaginifico, malinconico, avvolgente al massimo. Più dirette sono invece le strofe, in cui le chitarre a malapena entrano in scena sopra alla sezione ritmica: è la base che ospita l’alternanza tra la voce primaria degli Elvenking e quella ben più roca e al vetriolo di Schmier (presente anche alla fine de refrain). Nonostante la differenza stilistica importante coi suoi Destruction, si trova a suo agio in questo ambiente, rendendolo spigoloso prima di bridge più potenti ma anche preoccupati, mogi. Una frazione centrale di nuovo divisa tra un inizio soffice, col violino al centro e una seconda parte più rocciosa con l’assolo dell’ex chitarrista Jarpen è l’unica variazione in un pezzo che anche nella sua semplicità risulta eccellente. Non spiccherà come altri pezzi nel disco a cui dà il nome, ma sa benissimo il fatto suo! Va però ancora meglio con The Wanderer, che arriva a ruota e si apre subito col suo ritornello, un concentrato di nostalgia, epicità, intensità emotiva: il meglio è che fa questo rimanendo catchy all’estremo! Ma il resto non è da meno: già le strofe sono ottime, con il loro andamento mogio, ma ancora meglio fanno i momenti più intensi, come ad esempio i bridge che le seguono, che non perdono il loro lato emotivo quasi intimista anche nella potenza. Ancor meglio sono le frazioni più dinamiche che seguono i refrain di norma, coi loro bellissimi intrecci riff-violino; completa il quadro un passaggio centrale più cadenzato ma efficace al massimo con la sua energia, e con l’assolo di Aydan che la correda. È la ciliegina sulla torta di un brano meraviglioso, senza dubbio uno dei picchi assoluti del disco!


March of Fools parte lenta e preoccupata con dei giri di violino che col tempo la rendono anche più nervosa. Ma è solo l’avvio, perché poi il pezzo si sposta su qualcosa di più movimentato e in apparenza anche più scanzonato, seppur di sottofondo ci sia sempre una grande malinconia. Lo si può sentire in molti dei momenti che attraversa la struttura, stavolta abbastanza tortuosa: grazie a certe armonizzazioni, è presente persino nei passaggi in cui il riff di base assume un’identità quasi da heavy metal “da strada”. E altrove, non fa altro che accentuarsi ancora: succede sia nei momenti che si rifanno di più al folk, con melodie di questo genere scandite anche dalla chitarra, sia nei ritornelli. Più aperti rispetto al resto e anche un pelo meno oscuri, sono avvolgenti e melodici al punto giusto, e corredano bene il resto. Degna di nota anche la frazione centrale, anche più piena di cambi repentini, quasi prog in certi frangenti – mentre altrove torna un’influenza persino maideniana, fino ad arrivare al bell’assolo e al trambusto finale. È il giusto complemento per un pezzo splendido, a poca distanza dal meglio di The Winter Wake! On the Morning Dew lascia quindi da parte del tutto il metal per abbracciare un’anima folk. La base è sempre dettata dagli arpeggi oscillanti e quasi celtici della chitarra acustica: sorregge a volte le melodie del flauto di Umberto Corazza, mentre altrove la voce di Damnagoras – o quella dolce dell’ospite Laura DeLuca – la seguono in maniera efficace. Belli anche i ritornelli, in cui i due ospiti duettano in qualcosa di romantico, persino più dolce del resto – il che dice tanto, vista la delicatezza del tutto. Il risultato è una ballata breve ma avvolgente con la sua serenità: un altro grande pezzo per il disco, insomma! Purtroppo però lo stesso non si può dire di Devil’s Carriage, che ci riporta all’istante in un ambiente metallico, con una tempesta a tinte power con però anche qualche nuova venatura heavy nel riffage a tratti. È un bel vortice, che va avanti a lungo attraverso sezioni più macinanti e altre con meno dinamismo ma sempre di gran potenza, a volte grazie anche a dei bei cori. È una bella progressione, ma poi arrivano bridge più espansi e malinconici: anch’essi non sono male pur spezzando il ritmo, ma il vero problema sono i chorus che introducono. Per una volta, i pordenonesi non riescono ad azzeccare qualcosa di orecchiabile e catturante: non solo somigliano un po’ a quanto già sentito, ma suonano abbastanza insipidi. Per fortuna, è l’unico momento a esserlo: il resto è godibile, compresa la frazione centrale, che colpisce pure con la sua struttura binaria non è qualcosa di inedito fin’ora, grazie soprattutto al lavoro di Elyghen. Insomma, al netto del difetto abbiamo un pezzo buono e piacevole: in qualsiasi altro album sarebbe un pezzo di valore, ma purtroppo in un disco come The Winter Wake risulta il punto più basso in assoluto, quasi un riempitivo!

Dopo una simile piccola caduta, gli Elvenking si rialzano subito con Rats are Following: comincia in maniera preoccupata, con la solita accoppiata base power-violino a dettare la melodia. Sembra una base destinata presto a farsi anche più veloce, ma invece la musica rallenta per le strofe, espanse e malinconiche, di ottima atmosfera grazie al duetto Damnagoras – cori. La situazione dura finché, di colpo, la band del Friuli-Venezia Giulia non vira di colpo su qualcosa di più cattivo, col frontman che sfodera addirittura il growl e una base possente, di influsso persino thrash. Dura poco, però, prima di dare vita a ritornelli di nuovo rilassati, persino solenni, con una melodia corale che si stampa in mente con facilità assoluta. Ottima anche la seconda parte, di tono addirittura drammatico: è ben evocato sia nei momenti più angosciosi e movimentati, sia in quelli di poco più mogi, in un saliscendi che ci conduce fino a un finale che riprende l’inizio. Nel complesso, forse non parliamo del pezzo più riuscito del disco, anzi: il livello però rimane ottimo, e in un album così non brilla molto molto non stona neppure! È però un’altra storia con Rouse Your Dream: si apre con un pianoforte che già ne anticipa il tono melodico e trasognato. È un’anima che poi resta in scena anche quando la musica  entra in scena con potenza: al centro ci sono sempre belle melodie, stavolta di chitarra, che le danno un tono intimista, da power melodico dei più rilassati. C’è però spazio anche per un po’ di pathos: lo si sente nei passaggi più crepuscolari in cui torna fuori il violino. Essi danno il là poi a strofe di nuovo tranquille, ma con una certa malinconia: una sensazione che sale col tempo, fino all’apice in bridge di gran preoccupazione, persino cupi. Si accumula così una tensione che poi però si scioglie nei liberatori refrain: sognanti, positivi, sono una bellissima esortazione sia nel testo sia con la loro melodia meravigliosa. Il contrasto tra le due parti è vincente, e viene anche aiutato da qualche bella frazione, come la delicata parte centrale. Abbiamo insomma un pezzo davvero splendido: nonostante la leggera differenza stilistica col resto, per quanto mi riguarda è da includere addirittura tra i migliori di The Winter Wake!

Non manca molto alla fine, e per l’occasione gli Elvenking schierano Neverending Nights, la traccia più lunga e complessa del disco, seppur non quanto la media della suite power metal. Il livello è però alto lo stesso: lo si può apprezzare bene dall’inizio, che già mette in mostra l’ombrosa preoccupazione su cui poi si fonderà il pezzo. Essa è presente in quasi tutta la traccia, a partire dalla lunga progressione iniziale, di una solennità oscura grazie ai cori femminili che la punteggiano, intervallati da frazioni più melodiche, quasi mogie. C’è spazio anche per qualcosa di meno opprimente, ma sono solo brevi stacchi: un senso crepuscolare, a tratti persino ansioso, è al centro di ognuna delle frazioni che si succedono, per il resto molto diverse tra loro. Il loro incastro è però ben fatto: crea una gran tensione che poi si scioglie solo al centro, quando il pezzo svolta. Ci ritroviamo allora in una falsariga più aperta ma di forte malinconia: la melodia somiglia a quella di As Embers Dress the Sky degli Agalloch, ma scandita dal violino è sempre efficace, e dà un tono davvero intenso al tutto, con l’aiuto della voce di Damnagoras. È una norma che si ripresenta due volte, intervallate da un passaggio più calmo e persino allegro, anche coi suoi toni potenti a tratti: merito dei giri medioevali che contiene, quasi trionfanti specie nel finale, prima che l’altra norma torni. E quando anch’essa è esplosa in piena forza, il brano sembra finito: c’è spazio solo per quella che sembra un outro placido, ma gli Elvenking ci ha riservato un ultimo colpo di coda. Dopo poco il metal riprende, potente e quasi thrashy: è questa la vera chiusura di una canzone di nuovo di altissimo livello, non tra i picchi del disco ma poco lontano! A questo punto, The Winter Wake si chiude con Disillusion’s Reel: pensato forse per essere più outro che pezzo vero e proprio, è però un pezzo di gran poesia col suo arpeggio triste, quasi lirico. Accompagna, insieme a una base di violini e di lievi cori, la voce del frontman a lungo, attraverso strofe delicate e improvvisi scoppi lancinanti, che colpiscono al cuore. Il tutto in due minuti e mezzo scarsi di gran semplicità, ma nonostante questo il tutto è bellissimo: come chiusura per la versione regolare del disco è davvero grandiosa! In quella che ho io però c’è anche spazio per Penny Dreadful: cover degli dei del folk metal Skyclad, viene riletta dalla band nostrana in chiave più veloce e movimentata della più calma e rilassata originale. Ne viene fuori un bel pezzo: non solo è convincente come pezzo della band del Friuli-Venezia Giulia – lo si potrebbe scambiare per loro, non si sapesse da dove viene – ma forse è addirittura migliore. Tra la maggior potenza e il gioco di piccole variazioni, è un gran bel sentire: quasi dispiace che sia stata inserita come bonus track, visto che il livello rimane altissimo!

Per concludere, dal lato è vero che The Winter Wake non vale quanto Heathenreel: difficile riuscirci, del resto, visto che reputo l’esordio degli Elvenking uno dei più bei dischi di sempre nel metal italiano. A parte questo, però, nel confronto non sfigura nemmeno tanto, e questo vuol dire già moltissimo per quanto mi riguarda. Si tratta di una piccola gemma che inaugura una carriera lunga e con qualche esperimento poco riuscito, ma nel complesso solida: per tutti questi motivi, se il gruppo di Sacile fa per te o se ami power e folk, è un disco su cui fare almeno un pensierino!

Voto: 92/100

Mattia

Tracklist: 

  1. Trows Kind – 05:57
  2. Swallowtail – 04:26
  3. The Winter Wake – 04:19
  4. The Wanderer – 04:54
  5. March of Fools – 05:46
  6. On the Morning Dew – 03:30
  7. Devil’s Carriage – 04:04
  8. Rats Are Following – 04:37
  9. Rouse Your Dream – 04:48
  10. Neverending Nights – 07:01
  11. Disillusion’s Reel – 02:19
  12. Penny Dreadful – 03:13 (bonus track)

Durata totale: 54:54

Lineup:

  • Damnagoras – voce
  • Aydan – chitarra
  • Elyghen – tastiere, violino, viola, arrangiamenti degli archi
  • Gorlan – basso
  • Zender – batteria

Genere: folk/power metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Elvenking

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