Overkill – Horrorscope (1991)

Per chi ha fretta:
Nonostante sia uscito in un periodo un po’ infausto per il thrash metal, Horrorscope (1991), quinto album degli Overkill, mantiene alta l’asticella della qualità. Si tratta di un lavoro a metà tra vecchio e nuovo: se da un lato la band di New York ha assunto molte influenze groove metal, dall’altro la sua base di partenza rimane il suo tipico thrash metal, tenace e personale. Anche la classe e l’ispirazione sono rimaste la stesse: lo si sente bene in una scaletta piena di grandi pezzi tra cui spiccano Coma, Thanx for Nothin’, la title-track, Nice Day… for a Funeral e Soulitude, picchi di una scaletta con giusto qualche sbavatura. È per questo che alla fine Horrorscope si rivela un capolavoro appena alle spalle del meglio della discografia degli Overkill, nonché un disco che può piacere ai fan delle sonorità classiche come di quelle moderne!

La recensione completa:

L’inizio degli anni novanta, si sa, è stato un vero e proprio uragano per il metal classico, con tante band spazzate via e altre che invece hanno cambiato rotta. Molto spesso, i lavori di queste ultime oggi sono considerati male: nel caso migliore sono album poco ispirati, nel peggiore veri e propri obbrobri. Ma non è sempre così: alcune delle band storiche del periodo sono riuscite a tenere ancora l’asticella alta, a volte anche cambiando genere per adattarsi ai nuovi tempi, come nel caso degli Overkill. Nel 1991, anno in cui si può decretare in via ufficiale la decadenza del loro genere con la svolta melodica dei maestri Metallica, seguita da tanti in futuro, la band di New York ebbe il coraggio di uscire con Horrorscope. Se è vero che al suo interno già risente del metal anni novanta, con molti influssi dalla musica da una giovane band in ascesa come i Pantera (ancora non lo si chiamava “groove metal”), le radici rimangono ancorate in pieno al thrash. In particolare, allo stile personale e tenace che gli Overkill avevano portato avanti fino ad allora: nonostante gli influssi più moderni, Horrorscope suona come la naturale continuazione della loro carriera, senza forzature. Del resto, anche la classe è rimasta la stessa: lo si sente bene in una scaletta molto ben congegnata, con tante canzoni memorabili e giusto qualche piccola sbavatura qua e là. Insomma, parliamo di un disco ispirato e di alto livello, che non merita di essere sottovalutato solo per l’anno infausto in cui è stato pubblicato!

Horrorscope si apre con un intro lento, strisciante, di gran cupezza nonostante sia retto tutto da arpeggi di chitarra pulita. Contribuisce subito a creare una bella oscurità prima che, dopo poco più di un minuto, Coma inizi a sviluppare il suono più moderno adottato dagli Overkill qui, un vortice potente e preoccupato, più che esplosivo. È una norma che torna a sostegno dei ritornelli – se di ciò si può parlare, visto che i vocalizzi sono rari e ripetono soltanto il titolo del pezzo: duri, potenti, impattano bene ma incidono anche a livello emotivo, dove hanno una gran preoccupazione. Più dirette e classiche in ambito thrash sono invece le strofe, seppur anch’esse non manchino di un retrogusto groove, che tra l’altro le rende più massicce.  Non durano tanto, prima di confluire in bridge tempestosi e bui, con persino un tocco black metal in certe armonizzazioni che li rendono anche più oscuri. In più la struttura si apre al centro, per una frazione all’inizio strisciante e lenta, che poi dà il là al solito assolo, classico ma ben fatto anche a livello ritmico. Il resto non è da meno, però: abbiamo subito uno dei brani migliori del lotto, nonché un’apertura in grande stile per il disco! La successiva Infectious comincia diretta, con un riff vorticoso da tipico thrash, graffiante e acido: del resto, anche in seguito le influenze più moderne saranno al minimo. Per buona parte della sua durata, il pezzo non fa che alternare passaggi rapidissimi e taglienti, di gran mordente, e altre meno frenetici ma di gran impatto, con un bel riffage e influssi punk, specie nei cori sguaiati in alternanza con la voce di Bobby “Blitz” Ellsworth. Al centro però la band cambia direzione in maniera radicale, per un passaggio addirittura a tinte doom, lento, oscuro e denso con le sue convincenti ritmiche. Toccate questo apice in lentezza, pian piano la traccia torna a potenziarsi e ad accelerare, fino a ricollegarsi con la norma di base, in una bella progressione che conclude una parte di gran livello. Anche il resto però non sfigura nel confronto: abbiamo un altro episodio di livello assoluto, nemmeno troppo distante dal precedente per qualità!

Blood Money ha un esordio cupo e turbinoso, di indirizzo groove, ma pian piano si aggiungono influssi thrash, per quella che diventa presto una cavalcata potente e rabbiosa. È una norma che lungo il pezzo comincia quasi subito ad alternarsi con frazioni più aperte ma sempre arrabbiate, grazie a Ellsworth e alle chitarre, che creano un panorama espanso ma ombroso, poco confortevole. Tra di essi si possono trovare i ritornelli: introdotti da bridge più aperti, con un riffage quasi da NWOBHM, sono però feroci, col frontman che raggiunge grandi acuti e una seconda parte macinante grazie alla doppia cassa di Sid Falck. Inoltre, stavolta la struttura è più complessa del normale: sono tanti i passaggi diversi, alcuni che guardano all’heavy classico o addirittura allo sleaze metal di quegli anni, altri invece più pesanti e pestati. Il tutto in un affresco ben congegnato, che di nuovo svolge al meglio il suo ruolo: non sarà forse tra i migliori di Horroscope, ma con la sua carica colpisce benissimo! Va però ancora meglio con Thanx for Nothin’: introdotta da un breve assolo di batteria, entra poi nel vivo col suo riff, con cui gli Overkill virano ancor di più verso il groove metal. Seppur qualche residuo thrash sia presente, in generale il suo impatto è più moderno, e a volto sembra quasi di sentire dei Pantera sparati al doppio della velocità! Non sempre però il gruppo lo usa con frenesia: le strofe hanno la stessa base ma sono più contenute, seppur anche in questo caso l’energia sprigionata sia impressionante. È una bel punto di partenza  per refrain più nervosi, che partono quasi in sordina ma pian piano guadagnano in forza e in rabbia, fino a esplodere alla fine con cattiveria assoluta. Ottime anche le tante variazioni a cui gli americani sottopongono la struttura, che siano brevi assoli piazzati qua e là o la lunga sezione centrale, molto valida tra rallentamenti e accelerazioni in cui l’anima thrash torna fuori insieme a una quasi punk. Anch’essi arricchiscono una canzone potente e graffiante al punto giusto, non tra gli episodi migliori del disco solo per pochissimo!


Bare Bones parte da un giro di pianoforte persino inquietante, da film horror, sotto cui poi comincia a emergere un riff. È lento ed espanso a lungo, fa quasi pensare a un pezzo che si svilupperà su coordinate ansiogene e doomy; solo dopo oltre un minuto comincia ad accelerare un po’, e ne necessita un altro mezzo per entrare davvero dal vivo. Ci ritroviamo allora in un ambiente convulso, scatenato, con un bel riffage circolare di quelli più indicati per il pogo. È una base di partenza splendida da cui gli americani però si dipartono per i chorus: meno selvaggi ma vorticosi e distruttivi, col loro circolo folle hanno anch’essi un impatto degno di nota, seppur a tratti siano troppo obliqui per i miei gusti. In ogni caso, non è un gran problema: il pezzo funziona lo stesso, anche grazie a buoni spunti aggiuntivi come per esempio la sezione centrale, un veloce assolo che poi però assume un po’ di pathos fino a tornare a un breve ritorno di fiamma del piano iniziale. Nel complesso, abbiamo un pezzo non eccezionale ma di qualità molto buona: se sembra sotto la media, è solo per l’eccezionalità della scaletta in cui si trova, perché in un disco medio di oggi farebbe sfracelli! È però un’altra storia con Horrorscope, con cui gli Overkill cambiano di nuovo direzione. Si apre con suoni distorti e lontani, che creano subito un’aura misteriosa e di gran oscurità: un’aura che poi anche il riffage, lento ma macinante, caustico conferma. È una base potente, che torna nei ritornelli, di gran potenza sia per questa base sia per la ferocia che ci mette Ellsworth, per un risultato di potenza assurda. Il resto è anche più lento, doom con giusto qualche influsso groove: lo sono sia le strofe, magmatiche, abissali, aggressive, sia i passaggi più aperti ma inquietanti e striscianti al massimo. Ottimi anche i bridge, sempre doomy ma persino con un certo dolore: è lo stesso che si ritrova al centro, una frazione espansa e cadenzata quasi con un ritmo da tango, cupa ma più riflessiva del resto, e sulla trequarti, un assolo vorticoso ma non inespressivo. Si inserisce alla perfezione in un pezzo comunque meraviglioso già di suo, specie per quanto riguarda il lavoro ritmico di Merritt Gant e Rob Cannavino, sempre di potenza eccezionale. È il segreto di un pezzo purtroppo unico nel suo genere: per quanto mi riguarda, non è solo uno dei picchi indiscutibili dell’album a cui dà il nome, ma anche uno dei migliori della band americana – che pure ne ha tirati fuori tantissimi eccezionali!


New Machine torna a un approccio più tipico e thrash, ben rappresentato da un riffage potente e tradizionale. E anche nel prosieguo, stavolta la band non sembra intenzionata a sperimentare: abbiamo una progressione che senza toccare grandi picchi di velocità – anzi, di solito il tempo è medio – cerca l’impatto. per lunghi tratti lo trova anche: sia le strofe, dirette e senza fronzoli, sia i più agitati bridge svolgono nella giusta maniera il loro dovere. Purtroppo, lo stesso non si può dire dei chorus: cercano di essere dissonanti, ma quando si aprono troppo con spirito melodico tolgono grinta al resto, il che all’interno di un pezzo così li fa stonare. È un peccato, perché come già detto ciò che lo precede non è male, come non lo è la parte centrale, la più potente e graffiante del brano. Ma il difetto in questo caso pesa: abbiamo una traccia godibile ma nulla più, il che significa che in Horrorscope rappresenta il punto più basso in assoluto. È ora il turno di Frankenstein: cover del gruppo di Edgar Winter, segue la progressione ritmica a tinte hard rock anni settanta del polistrumentista albino ma con qualche licenza, come gli stacchi funk del basso di D.D. Verni. Il cambiamento principale è però, ovviamente, la maggior cattiveria che gli Overkill ci mettono: con le loro chitarre piene, danno però un bell’impatto al tutto, ma senza che il senso divertente della versione originale venga meno. Esso anzi si perpetra bene attraverso i vari assoli e riff che si alternano, tutti ben fatti: insomma, una cover non solo riletta a dovere, ma anche riuscita benissimo, un pezzo più che degno di quest’album. Quasi che gli statunitensi abbiano deciso di lasciare da parte la serietà, a questo punto schierano Live Young, Die Free, che sin dall’inizio si mostra meno oscura e più esplosiva della media sentita fin’ora. Per lunghi tratti, è il tipico pezzo thrash, distruttivo ma a suo modo divertente: lo si può sentire per esempio nelle strofe, veloci e dirette senza dare altro. Poi però una certa preoccupazione comincia a filtrare all’interno della musica, in bridge che nel loro vorticare si fanno pian piano più cupi, fino a diventare ombrosi ritornelli, meno veloci ma di buon impatto. Di valore si rivela anche la parte centrale, la più cupa con i suoi assoli circolari e labirintici, per poi tornare però all’anima esplosiva dell’episodio, e terminare quasi con pathos. È una progressione interessante per un brano che lo è altrettanto: non spiccherà moltissimo nel disco, ma la qualità è ottima, di sicuro non sfigura!

L’urlo iniziale di Nice Day… for a Funeral sembra quasi da heavy classico, ma poi la traccia mostra subito la sua vera anima, che recupera una dimensione ombrosa e moderna. All’inizio è lenta, quasi doom, ma poi parte più veloce: il ritmo non è sostenuto, ma col suo riffage spezzettato e potente risulta incalzante ai massimi livelli. Questa frazione va per la sua strada in maniera quasi marziale fino ai ritornelli: anch’essi con la stessa cadenza, sono però più inquieti, con ritmiche dissonanti e di oscurità profonda che fanno loro da sfondo. Sono entrambi momenti di grandissimo impatto, ma il resto non è da meno: funzionano sia i brevi stacchi più veloci e a tinte crossover, sia la funerea sezione centrale. Al suo interno, torna l’influsso più doom degli americani: va avanti a lungo, prima che il gruppo torni ad accelerare, con un momento solistico frenetica ma preoccupato, in cui l’anima nera del pezzo non viene mai meno. È insomma la ciliegina sulla torta di un pezzo particolare ma splendido: insieme a Coma e a Horrorscope, risulta il meglio che il disco abbia da dare! Ma per il finale gli Overkill non abbassano di molto la loro asticella con Soulitude: parte lenta, con arpeggi mogi, molto da ballata. E col tempo non cambia troppo: sembra come se a questo punto il disco abbia finito le forze e dopo tanta aggressività ora sia passato a una stanca depressione. E così, ci ritroviamo in un ambiente desolato a lungo, con strofe lente e morbide, che si potenziano giusto poco a tratti: entrano chitarre distorte, ma sono espanse, disegnano placidi accordi infelici. Ad accelerare sono invece solo i refrain: anch’essi però di thrash non hanno molto, ricordano più qualcosa di hard ‘n’ heavy anni ottanta, e di sicuro non aggrediscono. Il loro intento anzi è drammatico, lancinante, e la cosa riesce loro bene, specie nelle frazioni più potenti che attraversa nel convulso e ossessivo finale, unico momento davvero frenetico del pezzo. Non c’è molto altro nel pezzo a parte un assolo soffice e malinconico al centro: è un altro arricchimento per un pezzo molto più morbido della media, ma che con la sua tristezza sofferta riesce comunque ad avvolgere benissimo. Anche questo fa sì che, nonostante la differenza col resto della scaletta, non stoni al suo interno, e voli anzi a pochissima distanza dalle sue punte di diamante!

Per concludere, Horrorscope è un grande lavoro, un perfetto connubio tra sonorità vecchie e nuove che può far la felicità dei fan delle une come dell’altre. Certo, è anche vero che inaugura un periodo della carriera meno felice per gli Overkill, che subito dopo svolteranno ancora di più verso il groove metal con alterne fortune; questo però non è un buon motivo per sottovalutarlo. Come non lo è il fatto che i newyorkesi in carriera hanno fatto anche di meglio: non sarà tra i picchi della loro discografia – il che vuol dire poco, visto di chi stiamo parlando – ma per quanto mi riguarda questo è appena sotto. E merita perciò la tua considerazione!

Voto: 94/100

 
Mattia
Tracklist: 
  1. Coma – 05:21
  2. Infectious – 04:04
  3. Blood Money – 04:07
  4. Thanx for Nothin’ – 04:03
  5. Bare Bones – 04:51
  6. Horrorscope – 05:49
  7. New Machine – 05:20
  8. Frankenstein – 03:27
  9. Live Young, Die Free – 04:09
  10. Nice Day… for a Funeral – 06:15
  11. Soulitude – 05:21
Durata totale: 52: 47
 
Lineup: 
  • Bobby “Blitz” Ellsworth – voce
  • Rob Cannavino – chitarra
  • Merritt Gant – chitarra
  • D.D. Verni – basso
  • Sid Falck – batteria
Genere: thrash/groove metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli Overkill

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