Lunar Shadow – The Smokeless Fires (2019)

Per chi ha fretta:
Pur ispirandosi all’heavy e al power metal più classici, The Smokeless Fires (2019), secondo album dei tedeschi Lunar Shadow, è un lavoro originale e con spunti persino innovativi. Se la base di partenza è tradizionale e si ispira ai gruppi più ricercati degli anni ottanta, il gruppo la porta verso qualcosa di molto più personale, con elementi moderni e a tratti persino estremi. Sono ben integrati in uno stile elegante e molto spinto sul lato melodico e su quello emotivo, sempre ben curati e sugli scudi in ogni canzone. Sono questi i segreti di un disco che può contare su grandi pezzi come la frenetica Catch Fire, la disperata Cohonojara No More e la malinconica Roses, trio iniziale da urlo; purtroppo, la seconda metà del disco non è alla loro altezza, pur difendendosi bene. Insieme a una registrazione un po’ troppo grezza, sono due difetti che tuttavia non incidono troppo: anche così The Smokeless Fires impressiona molto per qualità e originalità, tanto da arrivare a sfiorare il capolavoro!

La recensione completa:

Ma chi l’ha detto che l’heavy metal nella sua incarnazione primigenia non possa avere un futuro? Se è vero che tanti, tantissimi gruppi che lo affrontano oggi non vanno oltre le proprie ispirazioni anni ottanta e spesso finiscono per risultare sterili copie, c’è anche chi riesce a dare al genere personalità o addirittura a innovarlo. È il caso della band di oggi, i Lunar Shadow: nati in Germania nel 2014, non hanno perso tempo da allora, con già due full-length in questi cinque anni. Il secondo The Smokeless Fire è stato pubblicato dalla nostrana Cruz Del Sur Music lo scorso 14 giugno: si tratta di un lavoro che mostra spunti addirittura innovativi. Di base, i tedeschi si rifanno al classico heavy metal americano della branca ricercata, con riferimenti in primi Queensrÿche e Crimson Glory, nonché influssi da un power metal altrettanto old school, specie nelle melodie di chitarra. Ma questo connubio viene portato avanti senza nostalgia e senza la volontà di suonare come le band storiche: The Smokeless Fires presenta anche diverse soluzioni moderne. Tra di esse, spiccano i momenti in cui i Lunar Shadow virano su lidi da metal estremo, ma senza che la loro essenza melodica venga meno: del resto, la band è molto abile nel mantenere eleganza e ricercatezza anche quando spinge sulla potenza. Merito di un songwriting di altissimo livello, che riesce a mettere al giusto posto ognuno dei tantissimi dettagli di brani spesso lunghi e complessi: il meglio da questo punto di vista i tedeschi lo danno nel lato emotivo. Grazie anche alla già citata anima melodica, che spesso è vincente, The Smokeless Fire non solo ha impatto, ma anche un grande spessore a livello sentimentale, il che gli consente di colpire al cuore. Ci sono insomma tutti gli elementi per un disco memorabile, ma purtroppo i Lunar Shadow ogni tanto cadono in qualche sbavatura: non tutti i pezzi nel disco sono all’altezza dei migliori. Il difetto principale del lavoro è però la registrazione: è molto vintage, in maniera peraltro voluta, ma a tratti suona troppo grezza e sporca per i miei gusti, specie considerando che non è un lavoro ricercato e non punta sull’aggressività. In fondo però non sono difetti così castranti: anche così abbiamo un album davvero di alto livello, in cui i Lunar Shadow dimostrano non solo originalità ma anche un talento fuori dal comune!

The Smokeless Fires parte da un intro classico, col lieve scoppiettio di un fuoco su cui presto spunta una ricercata melodia di pianoforte. Va avanti per poco più di mezzo minuto, prima che la Catch Fire vera e propria entri nel vivo, seppur senza strappare: il ritmo rimane lento, e le chitarre si incrociano in lead armoniosi, malinconici. Ma poi tutto cambia quando parte una fuga potente, heavy metal con anche un influsso thrash evidente: una base dinamica che però da subito comincia a scambiarsi con frazioni che recuperano la nostalgia iniziale, pur essendo a tratti molto veloci. È proprio questo dualismo a spartirsi il pezzo: appartengono alla prima anima le strofe, che con la loro oscurità, favorita dal cantato acuto ed effettato di Robert Röttig ricordano quasi i Queensrÿche, seppur con più cattiveria. Esse però poi si aprono in ritornelli che invece riprendono la seconda norma in maniera triste, quasi lancinante, grazie al cantante e ai bei lead di Max “Savage” Birbaum che lo accompagnano. Ottime anche le variazioni come il tratto ancor più spostato verso il thrash al centro; la più in vista è però la lunga progressione dalla trequarti alla fine, a tratti veloce nei loro assoli ma sempre di buon spessore emotivo. È un’ottima chiusura per un brano di altissimo livello, poco sotto ai picchi del disco che apre! Va però ancora meglio con Conajohara No More, che segue e comincia anch’essa lenta, con un arpeggio lento che poi pian piano si addensa e si incrocia con altre chitarre, per un effetto elegante e mogio. È l’ottimo preludio a una canzone che poi, salendo di voltaggio, rimane più o meno della stessa impostazione: le ritmiche sono pesanti, ma al centro c’è sempre la chitarra di Birbaum, autrice di assoli avvolgenti al massimo, a volte persino di influsso classico o folk. Anch’esse però vengono meno a tratti: succede all’inizio della progressione di base, che da strofe di nuovo calme salgono verso passaggi da heavy classico, semplici e potenti nel riff. E se col tempo il lato melodico torna, per lunghi bridge espansi e di gran tristezza, anch’essi col tempo si fanno più vorticosi e anche cupi, fino a che non esplodono i ritornelli. Retti dal blast beat di Jörn Zehner, sono però un florilegio di armonie che non evoca aggressività, anche per la quasi assenza di ritmiche, quanto una disperazione potente, grazie anche alla bellissima melodia vocale di Röttig. Sia questa struttura, sia i tanti fantastici intermezzi strumentali incidono alla grande, per un pezzo lungo ma senza un momento morto: anche questo lo rende uno dei momenti migliori di The Smokeless Fires, un’assoluta gemma nel suo genere!

Con Roses, i Lunar Shadow virano su coordinate più tranquille, seppur non proprio da ballad. Lo si sente già dall’inizio, quando un intro morbido confluisce presto in una norma più dura ma dominata sempre dalle melodie, mentre il riff di Kay Hamacher è una base quasi doomy in lontananza. Ciò crea un ambiente caldo e malinconico, che poi avvolgerà l’ascoltatore durante tutto il pezzo: ne sono pervasi sia le strofe, che tornano ad alternare sezioni melodiche ma più heavy a rallentamenti placidi, sia i refrain. Anch’essi con un’impostazione simile, contano però su una melodia toccante, bellissima, e al tempo stesso catchy al massimo: riesce sia a stamparsi bene in mente che a emozionare con forza. Ma anche il resto non è da meno: ogni singolo passaggio ha il suo perché ed è inserito benissimo nel tessuto generale, compresa la frazione più pestata al centro, che pure è un po’ diversa dal resto. Insomma, abbiamo un pezzo tutto di alta qualità: nonostante la sua potenza meno spinta che in altre occasioni, è il meglio assoluto del disco con la precedente! È ora il turno di Pretend, unica ballad vera e propria del disco: stavolta il pianoforte mogio ed espressivo che la introduce insieme a lievi rumori d’ambiente rimane in scena per tutto il pezzo. A tratti è in solitaria, mentre altrove la musica diventa giusto un pelo più piena: succede di norma quando appare la voce di Röttig, alta ma sempre dolce. In pratica non ci sono molte variazioni a questa norma: solo ogni tanto gli arrangiamenti si addensano, con l’ingresso di una placida chitarra pulita o di orchestrazioni lievi in sottofondo. Sono buoni elementi per un pezzo che per il resto soffre un po’ di ridondanza, ma non importa: pur essendo persino il punto più basso di The Smokeless Fire, è comunque godibile il giusto. Va però meglio con Laurelindórenan, che per una volta entra subito nel vivo con un attacco prorompente, influenzato dal  power europeo. È spensierato, ma quasi subito i Lunar Shadow tornano a incupirsi, con un’evoluzione a metà tra classiche melodie maideniane e sonorità di chitarra più moderne, che danno al tutto una bella potenza. È una base di partenza non male, da cui i tedeschi però cambiano spesso strada: a tratti si aprono stacchi lenti e delicati, altrove invece il ritmo è più sostenuto, seppur i fraseggi siano sempre avvolgenti e power. Pian piano però le melodie filtrano anche nei frangenti più duri, dando loro una certa apertura, a tratti disimpegnata, seppur altrove la band non perda un certo tocco crepuscolare e nostalgico.  Del resto, lo si ritrova in buona parte della struttura: dalla sezione di centro, calma con le sognanti chitarre pulite, a quella successiva più veloce ma con un assolo intenso, la tortuosa struttura è quasi tutta accomunata da questa sensazione, a volte più spinta, a volte meno. Fa eccezione solo il finale, che diventa più roccioso e maschio, quasi epico grazie anche a melodie folkeggianti: anch’esso però si inserisce bene in un pezzo forse non eccezionale, a tratti con una certa mancanza di mordente, ma tutto sommato molto buono.

Red Nails (for the Pillar of Death) comincia da una voce lontana di donna, echeggiata e malinconica: sembra quasi l’inizio di qualcosa di espanso, ma la musica strappa con potenza. È una base heavy classico con armonizzazioni ancora a là Iron Maiden, ma a tratti la band la rilegge in qualcosa di più dinamico, orientandola verso il power. Come da norma dei tedeschi, c’è spazio anche per copiosi passaggi melodici: alcuni sono in blast beat, il che non impedisce loro di evocare una lontana malinconia. Altri invece sono più lenti, il che li rende più dolorosi: ne sono un gran esempio i ritornelli, drammatici nella loro apertura e nei lead che Birbaum disegna sotto alla voce sofferta di Röttig. Entrambe le anime in ogni caso si scambiano numerose volte lungo il pezzo, che ha una struttura anche più intricata rispetto al solito, pur mantenendo costanti la sua natura heavy/power e il dualismo melodie/potenza. I suoi oltre otto minuti però volano, grazie a un gran numero di buone trovate, mentre a mancare quasi del tutto sono i momenti di noia, se non al centro, per un assolo un pelo troppo lungo o per qualche svolazzo di troppo. Non è comunque un gran problema per un pezzo che riesce sia a incidere per impatto che a coinvolgere con le sue melodie: questo lo rende ottimo, seppur ancora non al livello della prima parte di The Smokeless Fire. Quest’ultimo è ormai agli sgoccioli: c’è rimasto spazio solo per Hawk on the Hills, che come da tradizione dei Lunar Shadow si apre soffice, con chitarre acustiche intrecciate tra loro. Ma quando il metal dopo poco torna, è melodico, lento e ricercato, non strappa del tutto: ciò avviene solo poi, quando ci ritroviamo in un vortice addirittura black metal,  seppur senza ferocia. Anzi, il tutto è trionfale, nonostante un certo pathos in sottofondo: è quello che esce nei ritornelli, che su una base simile ricamano. Il resto invece è più disteso, con al centro spesso il bel lavoro nostalgico di Birbaum, che crea bei panorami, a tratti di puro power metal, come succede in certe sezioni della parte centrale, altrove invece espanso e soffice. Solo a tratti i suoi assoli vengono meno, e il pezzo torna su coordinate distese, con in evidenza le chitarre pulite e anche il basso di Sven Hamacher, che dà al tutto un tocco di calore in più, ce ne fosse mai bisogno. In ogni caso, ogni incastro è ben congegnato: ne è un gran esempio il momento di trequarti, che tra momenti espansi e ricercati e altri di buon macinare crea un grande equilibrio, molto ben riuscito. Il risultato finale forse non sarà tra i picchi dell’album che chiude, ma non gira nemmeno troppo alla larga da quel livello!

Nonostante la sua qualità, in The Smokeless Fires rimane un rammarico: se la seconda parte fosse stata esplosiva quanto la prima, potremmo avere un capolavoro immortale, forse addirittura perfetto. Ma anche così, si tratta di un album che sfiora il masterpiece, del tutto degno di nota per qualità e originalità. Certo, forse i Lunar Shadow potrebbero fare anche meglio con le loro doti, ma non è un buon motivo per snobbarli. Specie se poi ti piace l’heavy metal classico ma sei stufo delle solite copie di Judas Priest e Iron Maiden, e vorresti qualcosa di più personale: nel caso, i tedeschi sono la miglior boccata d’ossigeno che potresti avere!

Voto: 89/100

Mattia
Tracklist: 
  1. Catch Fire – 06:08
  2. Conajohara No More – 06:06
  3. Roses – 05:32
  4. Pretend – 04:28
  5. Laurelindórenan – 06:31
  6. Red Nails (for the Pillar of Death) – 08:05
  7. Hawk of the Hills – 07:39
Durata totale: 44:29
 
Lineup: 
  • Robert Röttig – voce
  • Max ‘Savage’ Birbaum – chitarra solista
  • Kay Hamacher – chitarra ritmica
  • Sven Hamacher – basso
  • Jörn Zehner – batteria
Genere: heavy/power metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Lunar Shadow

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