Of Fire – Dräparen (2019)

Per chi ha fretta:
Dräparen (2019), terzo album degli svedesi Of Fire, è un lavoro solido nonostante i suoi difetti. Da un lato, seppur non abbia nulla di nuovo, il suo suono a metà tra death classico della loro terra e death ‘n’ roll funziona bene, grazie soprattutto a un ottimo impatto e a una registrazione ben congegnata. Dall’altro però gli svedesi non riescono a tenere l’asticella elevata per tutta la durata del disco: se l’inizio con pezzi come Stockholms Blodbad, The Filth and the Fury e Satanic Warfare è grandioso, il resto del disco lo è meno. In particolare, paga una certa incostanza, con alcune sbavature e banalità che abbassano la qualità del complesso. Per questo, alla fine rimane un rammarico, visto che gli Of Fire potevano fare molto di meglio; anche così però Dräparen rimane un buonissimo album, adatto ai fan del genere!

La recensione completa:
Sono bravi, ma non si applicano – non del tutto, almeno: è con questa frase fatta che si potrebbero descrivere in maniera efficace gli Of Fire. Nati in Svezia nel 2012 come Spasm (nome cambiato giusto l’anno dopo in quello definitivo), da allora hanno prodotto ben tre full-length: l’ultimo, Dräparen, è uscito lo scorso 28 giugno tramite la sempre attivissima etichetta spagnola Art Gates Records. Al suo interno, gli svedesi affrontano un death metal a metà tra il suono più tradizionale della loro terra e il death ‘n’ roll in stile Entombed. Niente di nuovo, insomma, ma gli Of Fire lo affrontano col giusto piglio: Dräparen può contare soprattutto su un grande impatto, evocato anche senza dinamismo estremo. Piuttosto, la band svedese guarda alla musicalità delle proprie composizioni, lineari e di norma ben unite per catturare: lo fanno però senza virare troppo su elementi di stampo melodeath, presenti solo di rado. In più, Dräparen può contare su una registrazione perfetta: non troppo pulita ma nitida e di gran pesantezza, valorizza alla grande la rabbia e l’energia distruttiva degli Of Fire. Insomma, parliamo di un disco che dal punto formale si rivela molto riuscito; purtroppo, lo stesso non si può dire della sostanza, non sempre di alto livello. Il principale difetto degli svedesi è una certa incostanza: in Dräparen convivono brani eccellenti e altri che lasciano un po’ a desiderare. In questi ultimi, gli Of Fire si perdono nella banalità, non tanto in fatto di cliché quanto in melodie e strutture scontate, poco efficaci. Aggiungiamoci anche una certa tendenza a ripetersi a volte, e il risultato è un album non del tutto a punto: la qualità rimane buona, ma l’idea è che con un po’ di cura in più potesse essere molto più valido, forse addirittura un capolavoro.

Stockholms Blodbad comincia con un attacco subito di gran potenza, un riff non velocissimo ma tempestoso al massimo, puro death metal svedese anni novanta. Colpisce con la forza di un pugno in faccia nelle varie volte che torna lungo il pezzo, ma il resto non è da meno. Le strofe per esempio sono ottime progressioni, con il loro impostazione circolare che inizia massiccia ma si contamina di melodie disagevoli, persino desolate a modo loro, seppur un senso lugubre non manchi. Conducono con efficacia a ritornelli che invece tornano a essere esplosivi, con la ferocia che riesce a dargli bene il growl acido e rabbioso di Robin Joelsson. A parte una breve parte centrale, dilatata e potente, e un finale che mescola il ritornello col riff iniziale, non c’è altro in una canzone breve ma di grandissima presa: senza dubbio è tra i picchi dell’album che apre! The Filth and the Fury, che segue, non è però da meno: col suo avvio lento ma a modo suo agitato, col batterista Rick Williamsson che si mette in mostra, già si orienta subito l’altro lato della musica degli svedesi. Ciò si conferma anche nel pezzo, che poi entra nel vivo con un riff da puro death ‘n’ roll, movimentato e retto da un bel d-beat incalzante: regge anche le strofe, coinvolgenti al massimo. Non mancano però anche momenti più estremi: spuntano a tratti, col blast a reggere qualcosa da puro death, oscuro e malefico, nero come la notte. Spesso questi passaggi introducono i ritornelli, che al contrario sono ancora più rockeggianti, pur non mancando di una grande aggressività, data non solo dal cantante ma anche dalla base, acida e di influsso punk. Si tratta di una progressione fatta di componenti diversi che però si incastrano molto bene; lo stesso vale per la sezione centrale, più contenuta e riflessiva ma potente, a parte la coda espansa alla fine. Sono questi i segreti di un altro brano splendido, che insieme al precedente forma un avvio da puro K.O.! Ma Satanic Warfare nel confronto non sfigura: dopo un avvio arcigno, sinistro, molto macinante, il suo riffage si fa più agitato. È la norma che regge tutte le strofe: su un ritmo frenetico, vanno avanti in maniera devastante e quasi caotica, fino a sfociare in bridge che sembrano avere anche più urgenza. Poi però la musica si apre, fino ad arrivare ai chorus: espansi, non perdono però nulla in cattiveria, anzi ben evocata dalle urla di Joelsson e da un riff che sarà anche da death ‘n’ roll, ma si conferma oscuro al punto giusto. SI rivela valida anche il finale, lento e quadrato (eccettuato un brevissimo scatto), ma di gran impatto: un finale adeguato, insomma, per un altro grande episodio, poco distante dai due precedenti!

Se fin’ora il disco è stato eccelso, con Dräparen il livello si abbassa, seppur non troppo per il momento: al  contrario, per alcuni versi è interessante, a partire dalla perdita di dinamismo degli Of Fire. È un fatto che si può ben sentire all’inizio, di pura origine doom: un influsso che poi, anche quando la musica si fa più densa e graffiante, rimane al centro insieme al solito death degli svedesi, che resta rallentato. Ne esce fuori un bell’affresco, lugubre e di gran impatto a livello di atmosfera specie nella norma di base, nera come la notte in ognuna delle venature ritmiche e melodiche proposte da Jonathan e Rasmus Thunell. Purtroppo, non si può dire lo stesso delle variazioni che si staccano da questa base: a tratti sono buone, ma altrove manca loro un po’ di mordente. È la sorte che tocca per esempio ai ritornelli: riprendono l’inizio ma risultano un pelo leggerini dopo tutto ciò che li ha preceduti; a stonare di più sono però gli stacchi vorticosi, che almeno nella prima parte appaiono un po’ fuori luogo. Va meglio invece la seconda metà, quando il pezzo accelera e riprende una dimensione più arrabbiata, con momenti riottosi e persino qualche influsso black metal a tratti. È una progressione tortuosa ma ben incastrata, che mostra di nuovo tutto l’impatto della band: un altro elemento che consente al pezzo di andare oltre i propri difetti e di suonare piuttosto buono, pur sfigurando un po’ nel confronto con l’inizio del disco. Dopo un breve avvio ancora espanso ma inquietante, Let Them Hang entra quindi nel vivo ritmata e potente, ma al tempo stesso con un certo pathos, inedito fin’ora. Merito del riffage di base, che invece di aggredire stavolta si sposta su coordinate melodeath in maniera peraltro convincente, incisiva. Non sono da meno però i ritornelli: per quanto più espansi, rimangono della stessa aura disperata ma ombrosa e arrabbiata del resto. Lo stesso si può dire delle variazioni variopinte che appaiono a tratti, persino malinconiche grazie alla chitarra solista, che disegna bei panorami, pur senza rimuovere il buio che aleggia sempre. Si tratta di una gran bella base; peccato che poi gli Of Fire schierino anche delle frazioni vorticose che cercano le stesse sensazioni, ma si rivelano un po’ piatte. La loro impostazione atmosferica con di nuovo influssi black funziona poco, per colpa di una certa ripetitività; molto meglio va invece quando il gruppo varia, con melodie molto più espressive e riuscite. In effetti, a parte le suddette componenti, tutto il resto funziona piuttosto bene: il risultato è un episodio che poteva essere meglio, ma che anche così risulta valido, e in Dräparen non sfigura.

Necro Train ha di nuovo un attacco melodico, seppur si riveli di grandissima oscurità, quasi disarmonica, fin dall’inizio. E poi è solo l’avvio: subito dopo, il pezzo si trasforma in qualcosa di diretto e possente, death metal puro con tanto di classico riffage a motosega, che macina col blast di Williamsson per tutte le strofe. Non è male come base, ma poi gli svedesi sterzano su refrain davvero privi di mordente, che stonano alla fine di questa fuga. Il peggio del pezzo è però la lunga frazione di centro: se di nuovo i momenti dinamici sono di buon livello, quelli più lenti a tratti lasciano a desiderare – e il peggio è che uno di essi torna anche nel finale. Non aiuta poi che qui la band decida di fare qualche esperimento di troppo, ma il risultato risulta poco coeso: abbiamo insomma un brano non del tutto disprezzabile e anzi coi suoi spunti, ma non molto più che piacevole. Sempre meglio, tuttavia, di Undead, che arriva a ruota col suo grasso riff, potente e osceno: non è male, seppur vada avanti un po’ troppo a lungo e finisca per perdere di efficacia. Nulla però in confronto ai ritornelli, che virano su qualcosa di persino sciatto, senza grinta, che non valorizza affatto il brano. Non aiuta poi una parte centrale espansa ma stavolta poco riuscita: colpa di un forte senso di già sentito, che la fa quasi apparire come un collage di frammenti presi dalle altre tracce. Si salva giusto il finale, un po’ più agitato e colorato con le sue melodie e le potenti ritmiche; il resto invece è un brutto riempitivo, il punto in assoluto più basso di Dräparen, e per distacco! Per fortuna, gli Of Fire ritirano su la scaletta nel finale con Atomvinter: il suo attacco sa ancora un po’ di già sentito ma almeno ha anche un impatto notevole, che minimizza il suo difetto. È un elemento comune all’intero pezzo, che comincia dopo poco a svilupparsi in maniera anche più rocciosa: lo sono le strofe, cadenzate e anche per questo incalzanti al massimo. Col tempo diventano anche più oscure e tempestose, passando attraverso ritorni di fiamma dell’inizio, fino a sfociare in bridge più convulsi, non troppo veloci ma di gran impatto. Tuttavia, invece di introdurre i chorus introducono frazioni più espanse e soffici: la prima è breve, cupa, e ci porta a un refrain ancora melodico ma di cupezza assurda, oltre che catturante a modo suo. Anche la seconda lo fa, ma al centro dura di più: va avanti a lungo, con persino un vago influsso post-rock che le dà un tono desolato, prima di tornare al metal in maniera però riflessiva. È l’introduzione all’ultimo, grande chorus, ancora più melodico e intenso, pur non mancando lo spirito arcigno che ha animato l’album fin’ora. Anche per questo, è un finale azzeccato per un’ottima traccia, la migliore di questa seconda parte, oltre a non guardare i pezzi migliori da troppo lontano.

Come già detto all’inizio, Dräparen rimane un’occasione persa: fosse stato tutto dello stesso livello delle prime tre canzoni, parleremmo di un capolavoro immortale. Almeno però ci si può consolare col fatto che così com’è rimane buonissimo: per quanto importanti, i suoi difetti non gli impediscono di essere onesto e di avere una solidità sopra alla media. Per questo, nonostante tutto se ti piace il vecchio death svedese e non disdegni un death ‘n’ roll altrettanto old school, gli Of Fire ti sono comunque consigliati!

Voto: 79/100

 
Mattia

Tracklist: 
  1. Stockholms Blodbad – 03:40
  2. The Filth and the Fury – 04:33
  3. Satanic Warfare – 03:33
  4. Dräparen – 06:00
  5. Let Them Hang – 05:00
  6. Necro Train – 04:18
  7. Undead – 04:24
  8. Atomvinter – 06:30
Durata totale: 37:58
 
Lineup:

  • Robin Joelsson – voce
  • Jonathan Thunell – chitarra
  • Rasmus Thunell – chitarra
  • Martin Hohansson – basso
  • Rick Williamsson – batteria
Genere: death metal
Sottogenere: death ‘n’ roll
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook degli Of Fire

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