Saxon – Killing Ground (2001)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEKilling Ground (2001) è il quattordicesimo album in studio dei Saxon.
GENEREIl tipico heavy metal con influssi hard rock che la band suona da sempre.
PUNTI DI FORZALa solita classe, all’origine di un disco di media molto piacevole e con alcuni pezzi eccellenti. Qualche esperimento interessante e più moderno.
PUNTI DEBOLIUn po’ di mestiere, un’ispirazione non elevatissima, qualche caduta di stile. 
CANZONI MIGLIORIHell Freezes Over (ascolta), You Don’t Know What You’ve Got (ascolta), Shadows on the Wall (ascolta)
CONCLUSIONIKilling Ground non sarà all’altezza dei migliori album dei Saxon, ma si rivela buono: per una band con una carriera lunga come gli inglesi va già benissimo così!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
76
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È normale, per una band attiva da decenni, avere poco da dire nelle fasi più tarde della propria carriera. Eppure, non in tutti i casi la storia è la stessa: alcuni per esempio proseguono con stanchezza, pubblicando dischi poco ispirati e sinceri; oppure, rendendosi conto di non poter dare più nulla, decidono di sciogliersi in via definitiva. Tuttavia, c’è anche chi riesce a mantenere il livello decente, con dischi di maniera ma piacevoli pubblicati decenni dopo i propri capolavori: è il caso per esempio dei Saxon. Gloria assoluta della NWOBHM, continuano tutt’ora ad andare avanti con una costanza ammirevole: è dagli anni novanta che sfornano un disco ogni due o tre anni. E, in molti casi, si tratta di lavori di fattura almeno buona: è per esempio il caso di Killing Ground, quattordicesimo full-length dei Saxon uscito nell’ormai lontano 2001. Si tratta di un lavoro che, dopo il piglio più speed del precedente Metalhead (1999) torna all’heavy metal con influssi hard rock che è diventato da tempo il marchio di fabbrica della band. Anche la classe non si è smarrita: seppur non sia ispiratissimo, e anzi a tratti suoni un po’ di maniera, Killing Ground si rivela godibile e per nulla stantio. Merito, se non altro, del fatto che i Saxon non si fossilizzino sull’heavy più tradizionale: seppur sia la loro base, non disdegnano esperimenti più moderni. Spesso sono ben riusciti, mentre solo a tratti rendono l’album bizzarro e gli tolgono coesione: di certo però non è questa la sua pecca principale, quanto una natura un pelo ondivaga. Qualche pezzo meno valido è presente tra gli undici della scaletta, ma anche questo non è un problema troppo invasivo: anche così Killing Ground rimane un album interessante, non paragonabile ai picchi della carriera dei Saxon ma nemmeno indegno di essa!

Come indica il titolo, Intro è il classico esempio di questo genere di pezzi: comincia con suoni fragorosi di una battaglia. Circa mezza minuto, poi da questa base si stacca un arpeggio lento di chitarra pulita, che insieme alle campane segna quasi un malinconico funerale. È un ambiente triste ma calmo, che però dopo un minuto e mezzo si spezza all’entrata in scena di Killing Ground, potente e anche un po’ spiazzante: i suoi toni cattivi, macinanti, moderni per quanto incisivi sono lontani dal solito stile dei Saxon. Ma poi gli inglesi intraprendono una progressione tipica, fatta di strofe veloci e incalzanti, in cui una base da heavy classico venato di speed regge la voce di Biff Byford e i brevi assoli che la inframezzano. È una buona norma, come buoni sono di solito i bridge, di poco più lenti ma molto avvolgenti con le loro melodie e l’aura preoccupata; lo stesso purtroppo non si può dire dei ritornelli. Brevi e oscuri, con le ritmiche che tornano dall’inizio, sono uno stacco piuttosto netto rispetto al resto, pur non stonando troppo. Si tratta dell’unica pecca di un pezzo per il resto ben fatto, anche nella sua struttura più tortuosa della media, con l’intenso assolo centrale doppiato da una frazione più vuota sulla trequarti, in cui si mette in mostra il bassista Nibbs Carter, prima di un finale di alta tensione. Sono entrambi buoni passaggi per un brano che nonostante il difetto non ne soffre troppo, e alla fine si rivela più che discreto! Come l’attacco della precedente, anche Court of the Crimson King spiazza un po’: cover dell’omonimo classico dei King Crimson, ne riprende gran parte dei passaggi, ma senza essere una copia fedele. Ovviamente, il gruppo di Barnsley aggiunge influssi metallici al prog rock originale: per esempio, la norma di base è più heavy, seppur rimanga molto espansa. Più potenti sono le strofe: a tratti la band li mantiene lievi com’erano, ma altrove è una potente chitarra ad affiancarsi a quella pulita e malinconica. Il cambiamento più grande è però il passaggio di centro, in cui i Saxon lasciano la canzone originale per qualcosa di moderno e graffiante, un convincente esempio di progressive metal, seguito da un bell’assolo, molto di classe. Sono i segreti di una rilettura ben riuscita, ma forse posizionata male: non stona nemmeno troppo col resto di Killing Ground, ma forse come canzone effettiva era meglio qualcos’altro, e questa andava bene come finale o comunque più in giù lungo la scaletta!

A questo punto, con Coming Home gli inglesi tornano al loro suono più classico: fin dall’inizio, a dominare è un giro di chitarra melodico e catchy, di chiara origine hard rock. È quello che fa da sfondo a buona parte della canzone, sia in solitaria che sotto alle strofe, con una bella nostalgia positiva piuttosto incisiva (che tra l’altro ben si sposa col testo). Essa ammanta anche i ritornelli: persino più sognanti e leggeri, colpiscono molto bene pur non avendo una melodia memorabile. Riuscita si rivela anche la giocosa sezione centrale, un altro elemento di valore per un pezzo molto buono e godibile pur nella sua semplicità! Anche Hell Freezes Over rimane su toni leggeri, ma il tono cambia in maniera radicale. Sin dal riff iniziale, che ricorda un po’ quello di Hell’s Bell degli AC/DC, a dominare è un pathos preoccupato, che poi si accentua quando entra in scena la voce di Biff, acuta e inquieta. Ancor di meglio da questo punto di vista fanno i bridge, più ombrosi coi loro cori: introducono ritornelli invece più aperti, catturanti, orecchiabili nonostante qualcosa di crepuscolare rimanga al loro interno. L’unico momento davvero sereno è invece al centro, con un assolo hard ‘n’ heavy molto ben fatto, con giusto un filo di malinconia. Anch’essa arricchisce un ottimo brano, grandioso in ogni suo passaggio: si rivela alla fine persino uno dei picchi di Killing Ground! Con Dragon’s Lair, i Saxon tornano poi verso un heavy metal più classico: lo si sente sin dall’attacco, potente e circolare come da buona norma NWOBHM. Forse però lo fanno troppo: già da subito il tutto sembra un po’ di mestiere, senza grande ispirazione, e nonostante la buona potenza non incide molto. Ci riescono solo i ritornelli, più espansi e immaginifici, ma anch’essi non è che esaltino più di tanto; lo stesso vale per la parte centrale, intricata e a tratti di influsso prog, carina ma senza stamparsi in mente. Il risultato è un pezzo decente ma che non ha molto altro da dare: non aiuta poi il fatto di trovarsi tra due delle tracce migliori del disco, anzi questo contribuisce a renderlo il picco negativo dell’intero lotto!

Per fortuna, a questo punto il disco si ritira su alla grandissima con You Don’t Know What You’ve Got, che esordisce subito col suo riff, malizioso e hardrockeggiante. Ma non rimarrà così a lungo: se il piglio è lo stesso, presto la band lo rilegge in maniera rocciosa e moderna, una versione che sotto alle strofe graffia molto bene, grazie anche al bel lavoro ritmico di Paul Quinn e Doug Scarratt. È un comparto che si fa anche più vorticoso nelle strofe, per poi sciogliere la tensione nei ritornelli: semplici ma catchy, si imprimono in mente già dal primo ascolto per non uscirne più. Ottima anche la frazione centrale, in cui di nuovo si mette in mostra il basso fragoroso di Carter, prima di sfociare nel più classico degli assoli. È la ciliegina sulla torta di un altro brano di alto livello, una delle punte di diamante assolute di Killing Ground! Sin dall’inizio,la successiva Deeds of Glory è un pezzo di heavy classico indiavolato, con forti tendenze speed e NWOBHM. Nella sua corsa, che occupa buona parte della sua durata, si alternano repentine frazioni più pesanti e altre invece riflessive: lo sono sia le strofe, espanse ma sempre incalzanti, sia i bridge, invece malinconici a causa di melodie che ricordano da lontano persino il black metal (!). Purtroppo, al termine di questa progressione si trovano chorus non altrettanto performanti: più lenti, puntano su armonia e malinconia, che evocano anche in una buona misura. Il loro problema è però che staccano troppo rispetto al dinamismo del resto, e sembrano quasi tratti da un’altra canzone, il che li fa stonare molto. È il motivo per cui il risultato finale è carino e piacevole, ma poteva essere molto migliore. Con Running for the Border, che arriva ora, i Saxon lascia da parte i toni più profondi della precedente per rivelarsi sin da subito cazzona e disimpegnata. Un breve intro che lo anticipa, poi entra nel vivo subito con il suo riffage di base, circolare e di gran energia, che da subito si mette in mostra. Fa da sfondo sia alle strofe, in una versione più macinante e vorticoso, sia ai ritornelli, a cui invece dona impatto puro; fanno eccezione solo i bridge, l’unico momento preoccupato del pezzo, ma che nella progressione sono inseriti molto bene. Il solito assolo classico, che rilegge le due anime del pezzo, completa una traccia semplice ma ottima, poco sotto ai picchi di Killing Ground: non sarà molto significativa a livello musicale, ma svolge il compito di divertire in maniera appropriata!

Shadows on the Wall comincia da un lungo intro cupo,con una base ambient spaziale su cui si sentono sussurri ed echi inquietanti. Poco più di mezzo minuto, poi la musica strappa, ma senza cattiveria: il panorama per quanto metal è molto dilatato, con tastiere malinconiche a dominare sul riffage di Quinn e Scarratt, espanso quasi in maniera doom. È la falsariga che regge anche i ritornelli, in cui si aggiungono cori per un risultato anche più intenso e infelice, che colpisce al cuore. La stesso spessore emotivo lo hanno anche le strofe, molto da ballad con le chitarre delicate e un Biff che lo è altrettanto, il che le rende espressive il giusto. L’unico momento di vera potenza sono invece i bridge, macinanti con il loro riffage moderno e dissonante, quasi alternative: nonostante la differenza, però, sono ben intessuti nella struttura del pezzo, in un continuo gioco di emozioni, molto riuscito. Un assolo lancinante e un refrain finale drammatico è tutto il resto di cui ha bisogno un pezzo semplice, ma che nonostante gli oltre sei minuti non annoia: si rivela anzi un gran brano, a poca distanza dal meglio del disco! A questo punto, Killing Ground è agli sgoccioli: c’è rimasto spazio solo per Rock Is Our Life, un manifesto sin dal titolo che fa eco al testo, più che tipico sull’argomento “amore per il rock/metal”. E anche dal punto di vista musicale, è il classico brano heavy metal, potente e senza fronzoli: lo dimostra la sua evoluzione, che dal riff iniziale la porta in strofe toste e dirette. Filano via fino a brevi bridge, che introducono nel giro di pochi secondi ritornelli più melodiosi: cercano di essere anthemici – e in parte ci riescono, anche a dispetto di una lieve mancanza di mordente. Inoltre, non c’è in pratica altro da citare a parte un assolo centrale tipico, l’unica variazione di una struttura tradizionale fino al midollo a eccezione del finale corale e avvolgente. Ma nonostante il suo tradizionalismo, che a tratti rasenta persino la banalità, abbiamo un altro pezzo molto buono: forse non impressiona, ma dona lo stesso un finale appropriato a un disco del genere.

Per concludere, Killing Ground non sarà il lavoro migliore dei Saxon, nemmeno considerando i loro ultimi vent’anni. Ma ci sta, visto quanto lunga e prolifica è stata la loro carriera, e visto che già all’epoca gli inglesi avevano ben poco da dimostrare. E poi, a parte questo si tratta di un album decisamente godibile, con qualche zampata che da sola vale l’acquisto e una sostanza più che discreta. Per gli amanti della band e in generale per quelli dell’heavy metal nella sua forma primigenia, è quindi più che degno d’attenzione!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Prelude to War01:36
2Killing Ground05:47
3Court of the Crimson King06:02
4Coming Home03:40
5Hell Freezes Over04:45
6Dragon’s Lair03:41
7You Don’t Know What You’ve Got05:01
8Deed of Glory04:37
9Running for the Border04:26
10Shadows of the Wall06:18
11Rock Is Our Life03:56
Durata totale: 49:49
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Biff Byfordvoce
Paul Quinnchitarra
Doug Scarrattchitarra
Nibbs Carterbasso
Fritz Randowbatteria
ETICHETTA/E:Steamhammer
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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