Maerormid – Stasi (2019)

Per chi ha fretta:
Stasi (2019), terzo album degli umbri Maerormid, è originale anche a dispetto della chiara ispirazione dei My Dying Bride. In particolare, il suo pregio è di prendere il suono originario della band inglese, con partiture doom e venature di violino, e rileggerlo in chiave black invece che death, una componente che dà al suono degli umbri un tocco più atmosferico. È una componente che la band riesce a gestire bene, grazie a una buona maturità; la loro personalità è aiutata inoltre dal cantato tutto in italiano, per quanto a tratti il mastermind Mid. tenda a essere un po’ verboso. Anche la scaletta a tratti si perde o tende a ripetersi, seppur di norma sia di alto livello: lo si sente bene in picchi come la cupa opener Aura, la preoccupata Martire e l’atmosferica Stasi. È anche per questo che nonostante le sue piccole pecche Stasi si rivela un ottimo lavoro, forse non per tutti i palati ma adattissimo a chi apprezza il doom estremo più elegante.

La recensione completa:
Qual è il modo in cui una band può arrivare a suonare originale? In molti potrebbero sostenere che l’originalità è riuscire a esprimere qualcosa di innovativo, che nessuno ha mai fatto prima, ma secondo me è un po’ riduttivo. Si può essere originali anche mescolando elementi già sfruttati in un mix che non lo è, o addirittura prendere uno stile esistente e rileggerlo in una direzione inedita: è quest’ultimo il caso dei Maerormid. All’interno di Stasi, terzo album di una carriera più che decennale uscito lo scorso 21 giugno, questa band di Castiglione del Lago (Perugia) si ispira con chiarezza ai My Dying Bride, in particolare a quelli originari, lontani dal gothic successivo. Elementi come la presenza del violino di Ecnerual ricalcano proprio la band inglese, ma il trio nostrano sostituisce la componente death con una black, che dà un tocco più atmosferico al suo suono. Ed è proprio questo il cuore di Stasi: al suo interno, i Maerormid si dimostrano abili a impostare panorami cupi ma con diverse sfumature di colore e di calore, il che gli dà una marcia in più. Nonostante la sua espansione, è raro che il disco annoi: merito anche di melodie a tratti molto riuscite, un altro comparto in cui i castiglionesi mostrano maturità e idee chiare. Interessante è inoltre la scelta di cantare Stasi tutto in italiano: da una parte è un pregio, visto che quello del leader Mid. è uno scream comprensibile, non di quelli estremi e non intellegibili in cui poco si capisce. Dall’altro però è anche un difetto per i Maerormid, visto che a tratti il cantato è un po’ verboso e “sale sopra” alla musica: succede in particolare nei passaggi più potenti – che pure in molti casi sono ben riusciti. Il difetto vero del disco è però un altro: una lieve tendenza a perdersi e a ripetersi, specie verso la fine. Ma anche questo è una pecca da poco, che non rovina il lavoro importante e di alto livello svolto dai Maerormid in questa occasione.

Stasi parte da un intro atmosferico, con lievi suoni ambientali su cui dopo poco spunta un malinconico carillon. Sembra voler andare avanti a lungo, ma poi la musica vira sulla potenza, seppur rimanga lenta e atmosferica, puro doom anche piuttosto espanso. Ma siamo ancora nel preludio: la Aura vera e propria entra nel vivo solo dopo quasi due minuti e lo fa con potenza assoluta, con Mid. che sfodera un violento blast beat e il riffage al di sopra a metà tra black, doom e addirittura death. Questa norma inizia subito ad alternarsi con frazioni più aperte ma sempre dissonanti e ansiose, grazie sia alla voce del mastermind sia al violino, protagonista di melodie disarmoniche, seppur con una loro ricercatezza. La sua impostazione prende presto il sopravvento: Ecnerual domina la prima metà della parte centrale, più lenta del resto ma tempestosa, grazie al riffage black sempre angoscioso al di sotto. Ma anche questo lascia presto il passo: qualche minacciosa schitarrata doom, poi gli umbri stupiscono con una svolta molto calma e soffice. Eppure, l’oscurità è ancora forte, grazie ai lievi arpeggi e ai sussurri del frontman; col tempo inoltre si fa pure più asfissiante, allucinata, finché il metal non torna a esplodere. Lo fa riprendendo l’impostazione dell’inizio, lenta e potente, senza null’altro se non una chitarra blasfema al di sopra. Forse è un pelino ridondante, ma non è un gran problema: anche così, chiude a dovere un ottimo pezzo, non tra i migliori di Stasi ma nemmeno troppo lontano! Senza preamboli, la seguente Universo Sepolto attacca con un giro convulso di chitarra, turbinoso e angosciante, presto raggiunto da melodie che gli danno un pelo di calore, ma senza pregiudicarne la cupezza. Vista la velocità del riffage, sembra quasi voler scattare da un momento all’altro, ma non succede: al contrario, a sorpresa i Maerormid la lasciano spegnere nel vuoto. Un passaggio vuoto con una chitarra distorta, poi il pezzo torna a graffiare, ma senza più l’ansia precedente: la norma iniziale è un doom dilatato, desolato, a cui lo scream di Mid. dà un tono rabbioso. Si alterna a tratti con quelli che si possono considerare i ritornelli: sono più veloci e hanno un riffage potente a reggere la voce del frontman, ma soprattutto un giro stridente di violino che dà loro un tono blasfemo. Il resto inoltre tende a evolversi in senso melodico: sia al centro che nel finale la musica ha un piglio più armonioso e dà alla cupezza generale un tocco di malinconia, specie nel caso del secondo. Con melodie dimesse intrecciate con l’aggressività del cantato e la batteria terremotante di Mid., è un ottimo finale per un pezzo tanto breve da apparire un po’ incompleto: tuttavia il contenuto è buono, come anche il risultato finale!

Martire prende vita subito con la sua falsariga di base, un riff doom tutto in controtempo ma di efficacia assoluta, grazie anche a Ecnerual che a tratti lo arricchisce di una splendida ricercatezza desolata. È un’impostazione che si ripresenta nel pezzo sia in solitaria che sotto alla voce; inoltre, la band tende a evolverla, a variare come succede dopo poco l’inizio. È il punto di avvio di una progressione che tende a farsi più tempestosa a livello ritmico e anche più ombrosa, o almeno così sembra finché tutto si acquieta. Abbiamo allora un’altra frazione malinconica e dilatata all’estremo, come già la band ci ha abituato fin’ora, con un arpeggio lontano e sussurri effettati. Stavolta però non dura molto prima che l’avanzata ricominci, stavolta con una processione lenta e molto oscura, quasi allucinata grazie alla voce ancora distorta e al cupo tappeto di tastiera sotto alle pennellate graffianti ma al tempo stesso tristi della chitarra. Va avanti  ossessiva per lunghi minuti, puro black metal atmosferico: sembra quasi il pezzo voglia continuare a lungo così quando la musica ricomincia a progredire. Dopo un assolo nervoso, ma con anche una sua componente di pathos e di angoscia, la norma principale riparte con ancora più forza. È così  che si conclude una traccia meravigliosa in ogni momento dei suoi sei minuti, senza dubbio una delle punte di diamante indiscutibili del disco! A questo punto, è il turno di Il Muro ad Ovest: si tratta di un interludio per far riposare le orecchie all’ascoltatore, condotto dagli arpeggi di una chitarra acustica, di gusto folk, che disegna panorami malinconici. Merito anche dei tanti suoni che la accompagnano in questo breve viaggio: non solo la voce di Mid., pulita ed evocativa per l’occasione, ma anche voci femminili, un pianoforte, un violoncello. Il tutto mescolato in un flusso che a tratti può sembrare quasi caotico, ma che evoca comunque un bel pathos, avvolgente e nostalgico. Insomma, si tratta di un brano breve ma significativo, che non stona nemmeno tra i due picchi assoluti del disco!


Stasi mostra subito una notevole differenza stilistica con quanto i Maerormid ci hanno fatto sentire fin’ora, avvertibile già nell’apertura. Lenta e placida, è segnata dal flauto dell’ospite Miriam Schicchi, che si staglia su uno sfondo di placida acqua e di effetti sonori che ne accompagnano la melodia. Essa rimane in scena anche quando i Maerormid entrano nel vivo con potenza, ma stavolta senza accelerare o aggredire: senza quasi elementi black, abbiamo una base doom espansissima, quasi psichedelica grazie al frontman, con una voce pulita ed effettata, quasi un mantra. Anche stavolta è una norma ossessiva: tuttavia, coinvolge molto bene, grazie all’atmosfera oscura ma al tempo stesso celestiale, eterea che si forma. Inoltre, se uno visti i precedenti potrebbe aspettarsi una nuova ripresa della potenza, stavolta ciò non avviene. Al contrario, dopo appena tre minuti l’elemento metal viene meno in via definitiva: ci ritroviamo allora in una lunghissima progressione soffice, dal forte appeal post-rock. Alterna momenti vuoti, dominati dai giri mogi del basso di Mid. e da qualche effetto lontano, che evocano un’atmosfera quasi cosmica, di vuoto assoluto, e altri invece più densi, dalle maggiori sfumature. Se il protagonista è sempre il violino, nel primo tra essi a dominare è una forte malinconia, ben evocata dai suoi giri folk; il secondo invece è più oscuro, meno confortevole, più dissonante, seppur calore ricercatezza rimangano sempre. La sua avanzata, che diventa sempre più drammatica fino a spegnersi poco prima della fine, è la ciliegina sulla torta di un brano avvolgente e splendido: non importa che di metal ci sia poco, è comunque tra i picchi del disco a cui dà il nome! Nella seguente Mater (Dolore) il metal ricompare già nell’attacco, arrembante e obliquo, quasi alternativo per suggestioni. Poi però la musica vira su qualcosa di più in linea con quanto sentito fin’ora in Stasi, un tratto strisciante a tinte black: introduce la norma, che invece torna su lidi doom, cupi e sinistri in questo caso. È una norma che sa un po’ di già sentito, ma non dà fastidio, grazie alla sua atmosfera e alle venature di Ecnerual, che rende il tutto più decadente e ricercato. Buono anche il lavoro per variarlo dei Maerormid: a tratti il tutto diventa più melodico, mentre nel finale sono i giri convulsi del violino e la voce effettata del frontman a dargli colore. Ogni tanto c’è qualche momento morto, ma non è questo il vero problema: quello è invece la sezione centrale, che accelera, e questo già stona un po’ col resto. Tuttavia, a dare più fastidio sono le sue dissonanze, volute ma che in questo caso non funzionano; una linea vocale di Mid. troppo verbosa e un’evoluzione rapida che spezza l’atmosfera precedente fa il resto. Insomma, è un passaggio poco riuscito per un pezzo che per il resto avvolge bene: ciò comunque non gli evita di essere il punto più basso dell’disco.

Per fortuna, a questo punto i castiglionesi si ritirano su con Invocazione, che dopo un breve intro mogio attacca come un vortice che ne conserva l’aura dimessa, pur essendo al tempo stesso arcano, misterioso. La base è black, ma di tipo melodico, e dopo poco si apre ancora di più: la norma che dura più a lungo è lenta, dolorosa, dominata dalle urla sofferte di Mid. e dalle melodie avvilite di Ecnerual. Va avanti a lungo, sempre più lacerante, finché passata metà il verso cambia: ci ritroviamo allora in un momento dinamico e persino orecchiabile, grazie a un riffage graffiante di influsso addirittura thrash. Colpisce bene, specie grazie al frequente scambio con frazioni turbinose e aggressive, ma senza che manchi loro un senso drammatico, anch’esso molto efficace. È la migliore conclusione per un brano di alto livello, non tra i migliori di Stasi ma nemmeno troppo lontano. La scaletta a questo punto è agli sgoccioli, e per l’occasione i Maerormid scelgono Dissolvenza, episodio agitato e poco confortevole sin dall’inizio, quasi riottoso. La sua impostazione è in continuo movimento, tra passaggi di influsso persino punk nel riffage di Mid. e M. e altri invece che puntano più su delle dissonanze: ogni tanto qualche momento si rivela morto, ma tutto sommato funziona. Va però meglio con la parte centrale, che abbandona l’urgenza precedente e con ritmiche quasi rock comincia a evocare una forte malinconia, ben sottolineata dal violino e dalla voce roca di Mid.. La sua progressione va avanti fino a metà pezzo per poi spegnersi, ma non è finita: un altro breve passaggio vuoto, con solo voce e una chitarra espansissima, poi la musica esplode di nuovo. Ma il dinamismo è perduto, almeno all’inizio: la base è doom potente e graffiante, seppur al di sopra quasi subito giungano i turbini dissonanti e angosciosi di Ecnerual. E anche la traccia torna a velocizzarsi un po’ sulla trequarti, un macigno doom di gran potenza che fa da base anche al finale, in cui si unisce all’ansia seguente in qualcosa di molto drammatico. È il valido finale di un episodio piuttosto riuscito: forse non esalterà quanto altri sentiti in precedenza, ma come chiusura per un album così non stona!

A questo punto, una domanda è quasi scontata: poteva Stasi essere migliore, vista la maturità dei Maerormid e la forte personalità della loro proposta? Forse sì, ma per quanto mi riguarda va bene anche così com’è, non è certo un accontentarsi in assenza di meglio. Abbiamo un lavoro di buonissima sostanza, avvolgente e originale: forse non è per tutti i palati, ma se ti piace quella branca di doom estremo e al tempo stesso ricercato e il black non ti dà fastidio, corri ad ascoltarlo!

Voto: 83/100

 
Mattia

Tracklist:
  1. Aura – 07:08
  2. Universo Sepolto – 04:38
  3. Martire – 06:13
  4. Il Muro ad Ovest – 02:43
  5. Stasi – 09:33
  6. Mater (Dolore) – 05:23
  7. Invocazione – 06:00
  8. Dissolvenza – 05:09
Durata totale: 46:47
Lineup: 
  • Mid- voce, tutti gli strumenti
  • M. – chitarra
  • Ecnerual – violino
Genere: black/doom metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Maerormid

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