Led Zeppelin – Led Zeppelin II (1969)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONELed Zeppelin II (1969) è l’album con cui i Led Zeppelin maturano e sviluppano a pieno il loro suono personale.
GENEREUn hard rock più diretto e pesante rispetto al passato, pur mantenendo le radici ben piantate nel blues originale della band.
PUNTI DI FORZAUn suono che ha segnato la storia del rock duro, un livello di ispirazione spaventoso, una grande maturità artistica, una scaletta senza neppure un momento morto.
PUNTI DEBOLI
CANZONI MIGLIORIWhole Lotta Love (ascolta), What Is and What Should Never Be (ascolta), Heartbreaker (ascolta), Living Loving Maid (She’s Just a Woman) (ascolta), Moby Dick (ascolta), Bring It on Home (ascolta)
CONCLUSIONILed Zeppelin II non è solo un classico assoluto e il miglior disco della storica band inglese, ma anche un disco perfetto dal primo all’ultimo istante!
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Gennaio 1969: esce nei negozi il primo, omonimo album dei Led Zeppelin. Si tratta di un lavoro eccellente, ma che se ascoltato oggi appare un po’ acerbo rispetto a quanto è venuto dopo: più spostato verso il blues e il rock psichedelico anni sessanta, è un album che non brilla della personalità dirompente sviluppata col tempo dagli inglesi, se non a tratti. Ma all’epoca il mondo della musica era molto diverso, i musicisti potevano dedicarsi a tempo pieno alla loro professione: anche per questo, non stupisce che nel giro di soli pochi mesi la band fece passi in avanti da gigante. Risale solo all’ottobre dello stesso anno Led Zeppelin II, album in cui l’hard rock iconico dei britannici trovò la piena maturità. Seppur di base rimanga ancorato al blues rock, è un album molto più energico e scatenato del precedente: un fattore che influenzerà molti in futuro, nel rock e anche nel primo metal che si svilupperà di lì a pochi anni. Ma non c’è solo la personalità, all’epoca unica (è pur sempre il ’69, e band come Black Sabbath, Deep Purple e le altre che renderanno grande il genere sono ancora in fase embrionale): c’è anche un livello qualitativo spaventoso. Ogni canzone ha il suo perché e moltissimo da dare, mentre di momenti morti non se ne trova mezzo. Parliamo insomma non solo di un classico assoluto del genere, ma anche di uno dei suoi dischi più belli; di sicuro, è il migliore nella carriera dei Led Zeppelin, che pure di capolavori ne hanno tirati fuori diversi!

Led Zeppelin II si apre subito con l’iconico riff di Whole Lotta Love, che non ha bisogno di presentazioni: penso che chiunque, anche non amante del rock, l’abbia sentito almeno una volta nella vita. Scandito prima dalla chitarra di Jimmy Page poi raddoppiata dal basso di John Paul Jones, che le conferisce più potenza, è la base su cui si svolge la falsariga principale del pezzo, spesso come base alla voce suadente di Robert Plant. Fanno eccezione solo i ritornelli, anche più dissonanti ed energici del resto, con le schitarrate potenti che fanno il paio con la melodia semplice e cantabilissima. La variazione più grande è però la lunga sezione di centro: su una base nervosa, il primo dei tanti frangenti in cui si mette in mostra John Bonham, si snodano fuzz di chitarra (e anche di theremin!) espansi ma a tratti anche un pelo inquietanti, e urla di allusione sessuale. Solo dopo qualche minuto la sua atmosfera tutta particolare si scioglie, con un bell’assolo di Page, che poi porta di nuovo alla struttura principale, seppur resa più ossessiva, peraltro in maniera efficace. È il gran finale di un episodio splendido, nonché un’apertura spettacolare per il disco: non stupisce affatto che sia tra i pezzi più famosi degli Zeppelin e del rock in generale! La successiva What Is and What Should Never Be esordisce delicata all’estremo, quasi fosse una ballad delle più soffici. La sua tensione non si alza neppure un po’ nelle strofe, con Page a disegnare un lieve arpeggio e Jones una base altrettanto pacifica; poi però la rullata di Bonham sancisce un cambiamento. Ci ritroviamo allora in un refrain estroverso e potente, ma senza perdere una certa aura di divertimento: si mescola a quella delicata e rilassata del resto in un dualismo che però funziona bene. Lo riprende in maniera efficace anche la parte centrale, in cui il chitarrista si mette in mostra alla grande; degna di nota anche la chiusura, più energica e disimpegnata in quella maniera divertente a cui i Led Zeppelin ci hanno abituato lungo tutta la loro carriera. Anch’esso contribuisce bene a un pezzo che non sfigura rispetto alla precedente, anzi le arriva appena alle spalle per livello! È quindi il turno di The Lemon Song, che attacca subito col suo giro, lento e lascivo, che fa il paio col testo allusivo (“lemon” in gergo inglese è l’organo genitale maschile). È una base che va avanti per un po’, con la voce di Plant che si scambia con brevi disegni solistici di Page, piazzati nei punti giusti; più spesso però la band cambia strada. Spesso si tratta di frazioni veloci e bluesy, ma al tempo stesso dissonanti e rumorose come il miglior hard rock; fa però eccezione il passaggio al centro, molto più placido. Al suo interno, il frontman si interseca con un assolo placido ma ben riuscito di Jones, mentre la chitarra crea solo qualche abbellimento qua e là: va avanti così a lungo, ma senza annoiare, anzi avvolgendo bene, prima di un nuovo sfogo più forte. È in pratica tutto qui un brano eclettico ma fascinoso: seppur sia meno duro rispetto a molti altri pezzi, funziona benissimo in un album del genere!

Anche Thank You parte calma, e stavolta non è un’illusione: le distorsioni lasciano spazio a un arpeggio pulito e calmo, che evoca da subito sensazioni serene, solari. È un’aura che domina in tutto l’episodio: sia i momenti più vuoti e delicati che quelli di poco più densi ne sono intrisi. Appartengono alla prima norma le strofe, che rimangono con la stessa base lenta e sognante, da tipico rock anni sessanta/settanta, pur variando da una gioia semplice a qualcosa di più malinconico. Il tutto per confluire in ritornelli invece eterei, espansi, con solo il lieve organo di Jones (udibile in praticamente tutto il pezzo) e la voce dolce di Plant, che li rendono affettuosissimi. Il tutto a evocare un bel romanticismo, per nulla finto pur provenendo da una band di norma rude come i Led Zeppelin: anche questo rende il pezzo riuscito al massimo, di sicuro molto lontano dal riempitivo che sono certe ballate del genere! Con la successiva Heartbreaker torniamo quindi a toni più hard rock, e lo facciamo alla grande: il suo giro di chitarra è subito iconico, semplice ma di efficacia estrema. Il resto del pezzo non è però da meno: già le strofe, di basso profilo, svolgono il loro lavoro a puntino, ma il crescendo che affrontano modificando il riff di base, reso più intenso e cattivo, è ancora meglio. Il passaggio migliore è però quello al centro, che dopo una sezione in cui Page gioca un po’ con la distorsione della chitarra e tira fuori fraseggi e assoli blues, si scatena in una fuga rapida e massiccia, a tratti di potenza quasi già metal. È la ciliegina sulla torta di un pezzo splendido, uno degli indubbi picchi di Led Zeppelin II! La successiva Living Loving Maid (She’s Just a Woman) però non da meno: con la sua struttura ricorsiva, fatta di frazioni più vuote e di altre dominate dalla chitarra, sferragliante in maniera molto incisiva, colpisce sin dal primo secondo. Ottimo anche il fatto che questo non si ripete all’infinito, ma confluisce in ritornelli più rilassati a livello ritmico ma sempre giocosi e di impatto. A parte un assolo non c’è quasi altro in quella che può anche essere vista come una canzonetta in stile Beatles: non vuol dire molto, però, visto che anche così il livello rimane elevatissimo, per un altro degli episodi topici del disco!

Ramble On vanta il record di prima canzone nel rock duro ad avere tematiche tolkeniane, decenni prima che diventasse una moda nel power metal. Una scelta azzeccata, peraltro, visto che dal punto di vista musicale richiama le atmosfere bucoliche della Contea del Signore degli Anelli, con la sua falsariga di base melodica e soffice, piena di arpeggi folk a evocare panorami placidi. Di lì non ci si smuove neanche quando il voltaggio sale per i refrain, seppur non di troppo: nonostante la potenza notevole del riffage, la band non cerca l’impatto quanto un senso allegro, peraltro molto ben evocato. È vero anche che a tratti il brano si rivela un po’ troppo calmo per i miei gusti, ma non è un gran demerito. Parliamo forse dell’episodio meno bello dell’intero Led Zeppelin II, ma non vuol dire molto in fondo: anche così il livello è altissimo, e non rovina una scaletta che fin’ora è stata perfetta – e che peraltro non ha intenzione di calare! Subito dopo infatti è il turno di Moby Dick, da urlo fin dal riff di base, con un impatto spaventoso nella sua essenza semplice e un po’ funky. Il cuore di questa storica strumentale però è ovviamente il celebre assolo al centro in cui John Bonham mostra tutte le sue capacità. Suonando prima con le mani e poi con le bacchette ritmi tribali e le sue celebri triplette, riesce a evocare un groove pazzesco, che chiunque (o quasi) abbia mai provato a suonare la batteria (compreso quindi il sottoscritto) non può che invidiare. Il bello è però che ciò che il batterista dimostra al centro e poi anche nel breve ritorno del riff finale non è che una parte della sua abilità, come dimostrano gli assoli espansi che proponeva dal vivo. Anche per questo, non abbiamo solo un altro dei picchi del disco, né soltanto un pezzo poi imitato da ogni band hard rock anni ’70 (insieme a Second Time Around dei Blue Cheer, precedente ma meno influente). Direi piuttosto che Moby Dick è il miglior manifesto del talento di uno dei più grandi e influenti batteristi della storia! A questo punto, non c’è rimasto granché da dire per l’album: per la chiusura, i Led Zeppelin scelgono Bring It on Home, che parte da uno shuffle placido, lontano, da tipico blues rock sudista. Va avanti tanto a lungo che il brano sembra quasi voler essere tutto così; dopo quasi due minuti però gli inglesi virano su qualcosa di più elettrico. Pur con l’impronta blues che si mantiene ben presente, ci ritroviamo in un ambiente potente e movimentato, che ti incalza a muoverti: merito soprattutto del riff di Page, di buona potenza, e alla bella prestazione di Plant. È una base costante sia nei tratti strumentali, più circolari nel loro riff, sia sotto alla voce del cantante, in pratica lo scambio su cui si fonda la struttura – mentre sono rare le variazioni, rappresentate dall’armonica o da qualche effetto ancora bluesy. Non c’è molto altro in un’escalation che dura poco prima di tornare verso l’inizio: anche così però l’impressione è buonissima. Parliamo di un pezzo a poca distanza dai picchi del disco: anche per questo, come chiusura è un’ottima scelta, difficilmente si sarebbe potuto fare meglio!

Forse a questo punto è inutile ribadirlo – ma forse lo era già all’inizio della recensione: non solo Led Zeppelin II è un album iconico, e non solo è tra i primi picchi assoluti del genere, forse il primo in assoluto. Soprattutto, è un lavoro perfetto dal primo all’ultimo istante, che a distanza di cinquanta anni dall’uscita non ha perso un briciolo del suo splendore. Per tutti questi motivi, allo stesso modo è inutile sottolineare che se sei un amante dell’hard rock classico, lo devi avere: se lo sei, è probabile che tu già lo possieda e lo veneri come merita

Cinquanta anni fa, il ventidue ottobre 1969, veniva pubblicato Led Zeppelin II. Un lavoro non solo eccezionale come descritto nella recensione, ma che ha influenzato centinaia di band nell’hard rock prima e poi di riflesso nel metal, e che precorre l’incarnazione del genere anni settanta, che comincerà a esplodere l’anno successivo. Per questa sua importanza storica, era impossibile per noi di Heavy Metal Heaven non tributargli una delle nostre recensioni storiche!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Whole Lotta Love05:35
2What Is and What Should Never Be04:45
3The Lemon Song06:19
4Thank You04:49
5Heartbreaker04:14
6Living Loving Maid (She’s Just a Woman)02:39
7Ramble On04:24
8Moby Dick04:20
9Bring It on Home04:21
Durata totale: 41:26
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Robert Plantvoce, armonica (traccia 9)
Jimmy Pagechitarra, theremin (traccia 1), cori
John Paul Jonesbasso, organo (traccia 4), backing vocals
John Bonhambatteria, percussioni, backing vocals
ETICHETTA/E:Atlantic Records
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