Blood Thirsty Demons – …in Death We Trust (2019)

Per chi ha fretta:
…in Death We Trust (2019), ottavo album del progetto lombardo Blood Thirsty Demons, è un album ben più interessante di quanto la copertina amatoriale possa far pensare. Il suo metal dalle atmosfere horror unisce una base doom classico a forti influssi thrash e correda il tutto con la voce vicina a Steve Sylvester di Cristian Mustaine, mastermind della one man band. Si tratta di un connubio personale, supportato da un songwriting senza ingenuità e da buone doti tecniche, il che gli consente anche di evitare in gran parte la classica omogeneità di band simili. Il vero difetto del disco è invece la scarsità di hit nella scaletta: per quanto molti brani siano buoni, solo My Last Minute e The Only Road spiccano davvero. Ma nonostante ciò, alla fine …in Death We Trust si rivela lo stesso un lavoro discreto, che può fare la felicità dei fan dell’horror metal!

La recensione completa:
Mai giudicare un libro dalla copertina, recita un noto proverbio: un proverbio che si applica bene anche al mondo della musica, e del metal in particolare. In effetti, non sempre un buon album è accompagnato da una copertina dello stesso valore, né una bella indica un disco che lo è altrettanto: ci sono invece incroci di dischi non granché con artwork validi, o viceversa. In parte, è quest’ultimo il caso di …In Death We Trust, ottavo album della one man band Blood Thirsty Demons: a giudicare dalla copertina amatoriale (e anche dall’essenza stessa del gruppo), può sembrare uno dei tanti dischi di scarso valore che affollano l’underground. Invece, non è così: questo progetto, guidato dal polistrumentista Cristian Mustaine di Busto Arsizio (Varese), ha diverse cose da dire, in primis dal punto di vista stilistico. Quello di Blood Thirsty Demons si rifà alle atmosfere orrorifiche dei Death SS, forse la maggior influenza del gruppo, rilette però in una chiave più moderna. …in Death We Trust accoppia così una base doom classico con scatti di un thrash sui generis, alienato, lontano dall’incarnazione tradizionale. Il tutto corredato dalla voce di Mustaine, che nonostante il nome d’arte assomiglia più a uno Steve Sylvester in versione più acida e arcigna: anche questo aiuta la sua proposta a non essere banale. Ma Blood Thirsty Demons non ha solo personalità: la musica di …in Death We Trust è di livello e per nulla ingenua, al contrario di quanto si potrebbe supporre sempre dall’artwork. Al netto di un suono piuttosto grezzo, casereccio, che comunque non dà granché fastidio alla resa generale, si tratta di un disco competente, suonato con la giusta tecnica e ben composto. Lo si sente, per esempio, dal fatto che sia molto meno omogeneo di tanti lavori underground, specie da parte di one man band: a volte anche Blood Thirsty Demons non riesce a evitare ripetizioni, ma in generale ogni brano di …in Death We Trust ha la sua buona personalità. Il vero difetto è invece la mancanza di hit: seppur ci siano molti bei pezzi, mancano quei due o tre davvero da urlo che potevano portarlo più in alto. In generale, a tratti il songwriting di Mustaine si perde, o presenta qualche momento morto: un fattore limitante ma non troppo per un lavoro che anche così rimane almeno mezzo gradino sopra alla media.

…in Death We Trust comincia da AL II,63, intro piuttosto classico: parte da un rumore profondo e cupo su cui presto comincia a svilupparsi una partitura di pianoforte oscura, accompagnata da un lieve organo. Sembra la colonna sonora di un film horror della vecchia scuola, e quando la musica di Blood Thirsty Demon introduce elementi metal la situazione non cambia: essi peraltro restano in sottofondo, mentre la melodia di piano domina sempre. Tutto ciò va avanti per quasi due minuti e mezzo, facendosi sempre più oscuro con l’aggiunta di una voce blasfema: anche questo lo rende un intro riuscito prima che, dopo una breve pausa vuota, I’m Dead!!! entri in scena accelerando. Ci ritroviamo allora in un connubio strano, con una base thrash metal non troppo graffiante ma di buon impatto, accompagnata però da un organo che gli dà un’aura tetra. Lungo la sua durata, il pezzo oscilla sempre tra queste due sensazioni: a tratti è più energico e spoglio, altrove invece si fa più lugubre: appartengono a questa normale strofe, striscianti e cupe, prima di sfociare però in ritornelli più estroversi. Anche il resto è compreso tra queste due anime, con una struttura che si evolve ma senza allontanarsi dalla stessa impostazione, almeno per tre quarti di durata. Poi però la direzione cambia: un momento più soffice con però un giro di tastiera e sussurri inquietanti, poi parte una fuga orientata al thrash che però mantiene intatta l’aria oscura, ben rappresentata dall’organo e dal lead di chitarra al di sopra. È lo stesso senso che monopolizza anche il finale, più lento e ancora più sinistro: un’ottima chiusura, insomma, per un pezzo non eccezionale ma piacevole il giusto, che apre a dovere le danze. È però un’altra storia con My Last Minute, che inizia un po’ in sordina, lenta e orrorifica, con le sue tastiere e la voce arcigna di Mustaine. Poi però la base comincia a crescere, prima senza velocità, ma poi con più dinamismo: cominciano allora ad alternarsi frazioni ancora doom e inquietanti coi loro giri di chitarra e altri invece di potenza grandiosa, con un riffage eccezionale. Il tutto conduce a bridge – anche se in realtà sono considerabili i veri ritornelli – che uniscono le due anime in qualcosa di malefico ma al tempo stesso catturante, concludendo bene la progressione. Ottima anche la chiusura, che sembra quasi stanca nel suo rallentare, ma poi torna a graffiare con un bel giro doom, su cui si stagliano fraseggi di tastiera e un assolo altrettanto riuscito. È la ciliegina sulla torta di un brano ottimo, il picco assoluto del disco!

Una citazione del Nosferatu di Werner Herzog, accompagnata da un giro di pianoforte inquietante, poi la batteria di Mustaine dà il là a …in Death We Trust, traccia movimentata pur non essendo molto veloce. Il riffage rimane sul lato doom di Blood Thirsty Demons, ma è veloce e possente oltre che agitato, e rende il tutto lugubre e dissonante al punto giusto. Anche il resto però non è da meno: già le strofe nel loro basso profilo e nel loro macinare thrashy sono abbastanza cupe, ma la loro progressione ci conduce presto a refrain più esplosivi in cui quest’aura si accentua. Ancora una volta sinistri grazie al bel connubio tastiera-riff, sono semplici ma colpiscono bene nella loro breve durata; lo stesso si può dire del passaggio finale, con cui la struttura comincia a cambiare. Il solito stacco più aperto dominato dalle tastiere – ma in questo caso anche da diverse incursioni di chitarre – confluisce in un bel assolo, molto da metal tradizionale pur avendo qualcosa di inquietante. Sembra quasi che il pezzo debba poi tornare all’origine, ma invece il finale svolta di nuovo: riprende il chorus ma lo rende più ossessivo, quasi drammatico, fino a una coda massiccia. È una fine azzeccata per un episodio non eccezionale ma buono, che nell’album a cui dà il nome non sfigura! La seguente Message from the Dead esordisce con un breve fraseggio del basso di Mustaine, dal ritmo martellante: è poi la stessa impostazione che seguirà anche il pezzo, con ritmiche battenti sin da quando entra nel vivo. Il tempo stavolta è veloce, il riffage vorticoso, e anche nei momenti più blasfemi, sottolineati dal solito organo sintetico, continua a scorrere con urgenza. Non parliamo poi dei passaggi più spogli e fragorosi come i ritornelli, appariscenti con la loro potenza a metà tra thrash moderno e qualche residuo doomy. Stavolta inoltre la struttura è molto semplice: queste parti si alternano tra loro senza che ci sia altro, a parte una frazione dissonante sulla trequarti, thrash in controtempo che poi vira su un passaggio più morbido, oscuro ma in questo caso quasi intimista. È comunque un elemento valido per un pezzo breve e semplice: non sarà tra i picchi del disco, ma sa il fatto suo e si rivela più che discreto!

The Only Road parte da un breve intro di batteria, raggiunto presto da una chitarra angosciosa. Anticipa la melodia che seguirà anche il riff successivo, ripreso anche dalla voce graffiante di Mustaine. È una norma che ogni tanto torna, seppur di solito la base sia di basso profilo, arcigna: soprattutto, stavolta si rivela meno movimentata, e tende più ad andare dritta al punto che a variare come sentito fin’ora. Ma non è un problema: si crea così un panorama desolato e avvolgente, in cui i ritornelli riescono a brillare ancora meglio. Dotati di una melodia ondeggiante, semplice ma geniale, colpiscono a meraviglia e si stampano con facilità in mente: risultano il meglio che il brano abbia da dare, ma anche il resto non scherza. Seppur non si metta troppo in mostra, la base è di valore, come anche il lento ed espressivo assolo di trequarti, unica variazione di una traccia semplice ma di buona qualità, poco lontana dal meglio di …in Death We Trust! È quindi il turno di Cry on My Tomb, che si avvia vuota e ombrosa, con anche dei growl in sottofondo; col tempo operò i giri dell’organo si fanno meno stridenti e più caldi, specie quando vengono raggiunti da un arpeggio di chitarra. È l’avvio di un pezzo che lascia la potenza solida di Blood Thirsty Demons da parte per diventare una ballata un po’ eclettica: un senso ansioso c’è sempre in scena, nonostante stavolta tutto sia più calmo e malinconico e il mastermind usi una voce pulita mai così tranquilla. Seguono questa falsariga sia le strofe, mogie e di basso profilo, sia i momenti strumentali, di buon pathos, sia i ritornelli, all’inizio di poco più densi: passata la metà però la chitarra distorta fa la sua ricomparsa al loro interno. Ma nonostante il loro apporto grezzo, la nostalgia sottile rimane la stessa fino alla fine, che torna quieta come all’origine. È il finale di un pezzo molto breve, semplice, e nemmeno troppo significativo dal punto di vista musicale: a parte questo però è piacevole, e trascorre senza grandi spigoli per tutta la sua durata.


Killed by the Priest comincia potente e tempestosa: è la stessa norma che nei chorus reggerà una melodia vocale per una volta poco riuscita, banale, che un po’ smonta il buon lavoro di ciò che ha attorno. Peccato, perché la norma di base invece è fascinosa, col suo vortice ritmico preoccupato e potente, accompagnato da una bellissima venatura di organo che le conferisce un tono etereo ma molto cupo. Si trova però da sola in un mare di banalità: tra di esse è compreso anche l’assolo centrale, fin troppo classico da heavy metal per i miei gusti, oltre a stonare un po’ coi toni thrash/doom del resto. Per fortuna, la frazione dopo è orrorifica il giusto: anche così però abbiamo un pezzo solo decente, che impressiona ben poco: in …in Death We Trust è per distacco il pezzo meno bello! Per fortuna, Mustaine ritira su il disco in coda con …My Soul to Take, in cui Blood Thirsty Demons tenta qualcosa di nuovo: lasciata da parte la semplicità di molte tracce, ci troviamo davanti a una suite lunga e complessa. Si parte da un attacco thrash ma a modo suo placido, e col tempo lo diventa di più: la falsariga di base è potente ma non troppo aggressiva, anzi ha un piglio rock che la rende molto piacevole. Tra momenti più crepuscolari e altri aperti, che per atmosfere ricordano addirittura i Cathedral, avanza per un po’, ma poi fa la sua comparsa qualcosa di più arcigno e cupo: il pezzo sembra spostarsi su coordinate già sentite nel disco, ma anche questo non dura. Presto comincia una nuova alternanza tra aperture leggere ma con un retrogusto oscuro, che a tratti si rannuvola anche di più, e altri tratti invece più dinamici. A tratti il tempo è meno spinto, ma anche in quel caso sostenuto, e regge un riff in continuo mutare, ma sempre di gran impatto. Altrove però c’è anche spazio per delle belle staffilate a metà tra thrash, heavy e addirittura un retrogusto power, potenti e incisive con la loro carica riottosa. C’è però spazio anche per notevoli rallentamenti come al centro, che riprende una delle norme iniziali in maniera doom e quasi funerea, ma efficace con la sua atmosfera. Degno di nota anche quello di trequarti, doom/heavy metal potente e soprattutto oscuro: evoca bene questa aura a cui quasi tutti i passaggi puntano, ma non tutti riescono. In effetti, parliamo di un episodio un po’ discontinuo, in cui ci si perde; di norma però è godibile, e non stona troppo. Passa anzi in fretta, e alla fine si rivela un bell’ascolto: un finale non eccezionale ma adeguato a un album che più o meno viaggia sugli stessi livelli!

Per concludere, …in Death We Trust è un lavoro godibile e buono, specie se l’intento è passare un’ora scarsa immersi in panorami musicali lugubri e spaventosi. Per questo, nonostante i suoi difetti, se ti piace l’horror metal è un disco che ti è consigliato: non lasciarti frenare dal suddetto poco appeal della copertina e dagli almeno una possibilità!

Voto: 73/100

 
Mattia
 
Tracklist: 
  1. AL II,63
  2. I’m Dead!!!
  3. My Last Minute – 06:16
  4. …in Death We Trust – 05:40
  5. Message from the Dead – 05:10
  6. The Only Road – 05:30
  7. Cry on My Tomb – 04:42
  8. …My Soul to Take – 14:06
Durata totale: 53:01
Lineup: 
  • Cristian Mustaine – voce, tutti gli strumenti
Genere: thrash/doom metal
Sottogenere: horror metal

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