Nebulah – Lord of the Void (2018)

Per chi ha fretta:
Lord of the Void (2018), secondo album di Nebulah, one man band del musicista vicentino Henotos, è un lavoro piacevole ma non del tutto soddisfacente. Il suo black metal a metà tra suoni primigeni e seconda ondata ha anche un buon impatto, grazie anche a notevoli influssi punk. Poteva però essere più incisivo, non fosse stato per una registrazione troppo grezza anche per il genere e per una certa mancanza di ispirazione, con tanti cliché e poca personalità. Sono questi i difetti che castrano una scaletta non da buttare, ma in cui solo Soul Eclipse e la title-track spiccano, mentre il resto si limita a scorrere con piacere – e a volte nemmeno con quello. Per questo, pur salendo sopra alla sufficienza, Lord of the Void si ferma lì: non è altro che un lavoro nella media, seppur gli amanti del suo genere potrebbero trovarlo godibile.

La recensione completa:

“Dritto al punto”: volendo trovare una definizione breve ma calzante, sarebbe questa la più adatta a Lord of the Void di Nebulah. Secondo full-length nella carriera di questa one man band guidata dal musicista vicentino Henotos e attiva dal 2016, è un lavoro che non si perde dietro a tanti fronzoli o abbellimenti. Il suo è un black metal della prima scuola, seppur non manchino influssi dalla seconda ondata anni novanta: in Lord of the Void, blast e riff a zanzara convivono con un atteggiamento ignorante e rabbioso, più che malefico e atmosferico. A Nebulah non manca l’oscurità, ma di solito al primo posto per Henotos c’è l’impatto: merito anche di influssi soprattutto punk (oltre che speed black metal a tratti) che gli danno un tono più acido. È un dettaglio che torna non solo in diverse impostazioni ritmiche, ma anche nella semplicità delle strutture e in parte anche dal punto di vista strumentale – un comparto in cui Nebulah non brilla, seppur questo incida poco su Lord of the Void, vista la sua natura selvaggia. I veri difetti del disco invece sono altri, in primis la registrazione: il genere stesso la vuole grezza, ma quella impostata dal progetto lo è troppo. A tratti vicina persino al raw black, non valorizza molto la potenza dei riff, che perciò spesso ne risultano castrati, non sprigionano la propria energia distruttiva a pieno. Ma il limite maggiore di Lord of the Void  è la musica stessa: seppur quella di Nebulah non sia così banale come in altri casi, sono i molti cliché al suo interno, che spesso Henotos non si sforza di superare. Il risultato non è granché personale, né si rivela molto ispirato: in più, spesso tende a rivelarsi un po’ omogeneo e ripetitivo, con poco che spicca e il resto non spiacevole, ma tutt’altro che esaltante. È per questo che pur avendo alcuni buoni spunti, Lord of the Void si rivela un lavoro del tutto nella media, con cui il progetto Nebulah non si solleva dal mare magno delle tante uscite poco interessanti che pullulano nell’underground.

Incubus è il più classico dei preludi per il metal estremo più di nicchia, con le sue sonorità minimali, da ambient spaziale, condito con sussurri e growl che gli danno un tono anche più inquietante. Va avanti per oltre un minuto e mezzo, ma poi di colpo la musica cambia quando Putrified Sanctity entra nel vivo, premendo subito sul pedale dell’acceleratore. Ci si ritrova allora in un ambiente nervoso e cupo, in cui domina un riff dissonante e arcigno, di ottimo impatto: presto però diventa un pelo ridondante, visto che cambia poco nel tempo. Per fortuna non va avanti troppo a lungo, prima di aprirsi in un passaggio meno tetro e più animato, che spinge sempre sull’acceleratore ma in maniera più incisiva, grazie a un riff movimentato e anche a un assolo inquietante il giusto. È il passaggio migliore di una opener che non impressiona, ma almeno ha il merito di essere piacevole e di aprire le danze senza stonare. Sin dal principio, The Omen lascia da parte l’urgenza per lidi sinistri, lenti. Il protagonista è subito un riff veloce ma che gira su sé stesso senza mai scattare, per un gran effetto alienante: nonostante la staticità della musica,  peraltro voluta per essere più asfissiante, colpisce in maniera discreta. Aiutano a non annoiare le aperture considerabili i ritornelli: più espanse coi loro toni doom, rimangono lugubri al punto giusto, grazie anche a una bella potenza, avvertibile anche dietro alla registrazione grezza del disco. Il tutto è una marcia lenta ma inarrestabile che va avanti a lungo, e si arresta soltanto al centro, in un breve sfogo di frenesia più alta in cui gli stessi temi del pezzo vengono riletti in qualcosa di movimentato, quasi da black ‘n’ roll. È l’unica variazione di un altro pezzo per il resto molto lineare, ma che non fa pesare troppo la sua lunghezza: non sarà eccezionale, ma si rivela piacevole e neppure troppo lontano dal meglio di Lord of the Void! Con The Plague, già dall’attacco torna la frenesia più classica di Nebulah per qualcosa di confusionario, anche un po’ troppo per i miei gusti. Per fortuna, questa norma si alterna con una più lenta e cupa, che col tempo prende il sopravvento: emerge da uno stacco più punk che rilegge l’altra in maniera più diretta ed efficace, e comincia a evolversi. Al centro arriva così un lungo momento cadenzato e di gran impatto, con al centro ritmiche graffianti al massimo, di nuovo di influsso doom, che evocano una gran ferocia, anche a dispetto dell’assenza di velocità. Bello anche l’assolo che si staglia su di esse, lento e lugubre: un valore aggiunto per un passaggio che progredisce per lunghi minuti, fino a un finale ancora più arcigno. Nel complesso, abbiamo un pezzo che nonostante il suo difetto funziona bene, rivelandosi alla fine più che discreto!


Deathcult of the Beast si avvia con un assalto di influsso anche più punk rispetto al passato, col suo riffage rozzo e graffiante che incide abbastanza all’inizio, pur non essendo chissà cosa. Per questo, col tempo perde molto della sua efficacia, a causa di scelte che pagano poco: non solo si ripete a lungo, ma si alterna anche con frazioni un po’ sconnesse tra loro. Alcune sono anche decenti, ma in generale il complesso sembra solo un’accozzaglia di elementi uniti tra loro senza grande continuità. Gli unici che rimangono davvero in mente sono l’assolo al centro e qualche breve decelerazione lugubre, niente di eccezionale ma almeno un po’ di oscurità la evoca. Per il resto abbiamo un riempitivo abbastanza brutto, il picco in negativo del disco! Per fortuna, quest’ultimo si ritira su subito con Soul Eclipse, brano che lascia da parte l’alienazione sentita in precedenza per qualcosa di più esplosivo. Sin dall’inizio, il riff è estroverso, a metà tra gli influssi punk della one man band e persino i Motörhead, per una cavalcata sì selvaggia e rabbiosa, ma a suo modo anche divertente. Si perpetra a lungo, ma senza annoiare, grazie anche alla frequente alternanza con frazioni più arcigne e black: un’anima che poi nella seconda parte prende il sopravvento. Uno stacco vuoto, che fa sembrare il pezzo finito, ma poi riparte a testa più bassa, con un tratto macinante e arcigno che però convince, grazie a una rabbia stavolta ben evocata e al solito assolo in stile Nebulah, dissonante ma adatto alla situazione. Chiudono un pezzo piuttosto buono, senza dubbio uno di quelli che spiccano di più all’interno della scaletta. Tuttavia, Lord of the Void non è da meno: lo si sente già da subito quando, dopo un veloce attacco, ci ritroviamo subito in un assalto frontale, black rabbiosissimo, acido e incisivo al massimo. Sono frazioni già molto tese, ma quelle con cui si alternano accentuano ancora di più questa caratteristica: con Henotos che sfodera il blast beat e un riffage acido al massimo, impattano con la forza di un maglio da assedio. Anche stavolta, non sono presenti grandi variazioni, ma l’impatto generale stavolta compensa alla grande la ridondanza delle strutture. E poi, alcuni importanti cambiamenti sono presenti, non solo nella struttura principale con passaggi sempre macinanti ma con meno furia. Quello che brilla di più è nel finale, che placa la sua frenesia ma si presenta oscuro al massimo, con la sua doppia cassa a reggere una falsariga sempre graffiante, sinistra. È il gran finale per un altro bel pezzo, uno dei picchi indubbi del disco a cui dà il nome!

Un brevissimo intermezzo ambient spaventoso, da film horror, poi Evoked inizia subito con un fraseggio nervoso e cupo, seppur in questo inizio sia scandito in maniera più melodica. Quando la traccia entra nel vivo, diventa invece la base di un riff vorticoso e sempre torvo, in questo caso aiutato anche da un lieve retrogusto death metal che gli dà un tocco ancor più abissale. A livello ritmico, e in special modo del tempo della batteria, c’è molto che cambia lungo il pezzo, con anche una prestazione ottima da parte di Henotos; purtroppo però la melodia di base rimane sempre la stessa, il che castra un po’ il pezzo. Per fortuna, non lo fa troppo: il complesso riesce lo stesso a rivelarsi un discreto assalto, seppur un po’ breve, tanto da sembrare incompleto. Il risultato non sarà eccezionale, ma passa senza nemmeno dare fastidio: non sarà molto significativo, ma di sicuro, non è un brutto pezzo! A questo punto, Lord of the Void è quasi agli sgoccioli: come ultima canzone effettiva, Henotos schiera Reincarnate, brano che all’inizio spiazza. Non è solo per l’avvio con musica quasi da videogioco, ma anche quello che segue: una frazione strana, obliqua, espansa, ambient quasi drone coi suoi suoni abissali e la voce profonda ma pulita che ci parla sopra. Poi però il metal torna a riprendere il sopravvento, seppur senza la foga tipica che il progetto Nebulah ci ha fatto sentire fin’ora. Ci ritroviamo pian piano immersi in una tetra, funerea processione black con forti venature doom, che avanza lenta ma senza l’eleganza tipica del secondo genere: al contrario, è arcigna e fredda, desolata. Anche stavolta, inoltre, la struttura è semplice, e cambia strada solo di tanto in tanto, preferendo di solito ripetere gli stessi stilemi, ma non è un problema: l’aura evocata è tanto avvolgente che stavolta la ridondanza non pesa. Qualche bella variazione di tanto in tanto aiuta questo scopo: che sia un momento anche più obliquo della norma di base o il solito assolo, che arricchisce anche qui, sono tutti dettagli funzionali alla buona riuscita. Nel complesso, ne risulta un episodio che non fa certo gridare al capolavoro; a parte questo però è buono, e guarda ai picchi dell’album che chiude da nemmeno troppo distanza. A terminare il disco è però di As the Gates Open, outro non troppo lungo di ambient celestiale a là Burzum, seppur meno ricercato e più grezzo. L’atmosfera però è la stessa, e risulta anche avvolgente il giusto: un finale più che adeguato, insomma, per un disco come questo.

Per concludere, come già detto all’inizio Lord of the Void è un album molto nella media: lo stesso vale per il progetto Nebulah, che forse paga il suo essere in giro da appena tre anni e non aver ancora trovato la propria strada. A parte questo però parliamo di un lavoro carino, certo non da buttare: niente di memorabile, ovvio, ma se ti piace il primo black metal e ti ci approcci senza grandi aspettative, lo troverai godibile. In quest’ultimo caso, puoi anche dargli una possibilità!

Voto: 64/100

Mattia

Tracklist: 

  1. Intro – Incubus – 01:37
  2. Putrified Sanctity – 02:38
  3. The Omen – 05:49
  4. The Plague – 06:27
  5. Deathcult of the Beast – 05:06
  6. Soul Eclipse – 03:56
  7. Lord of the Void – 06:56
  8. Evoked – 03:32
  9. Reincarnate – 05:13
  10. Outro – As the Gates Open – 02:03

Durata totale: 43:17

Lineup: 

  • Henotos – voce, tutti gli strumenti

Genere: black metal
Sottogenere: punk black metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Nebulah

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