The Funeral Pyre – The Nature of Betrayal (2006)

Per chi ha fretta:
The Nature of Betrayal (2006), secondo album dei californiani The Funeral Pyre, è un lavoro con alcuni elementi rilevanti ma non del tutto ispirato. Da un lato, il mix di black e death metal melodico e sinfonico proposto dagli americani non è trito e suona interessante, grazie a delle buone sfumature di disperazione a livello di atmosfera. Dall’altro però il gruppo soffre molto di ridondanza e di mancanza di idee, con tante canzoni che ripetono gli stessi stilemi, oltre che di qualche ingenuità. È per questo che all’interno della scaletta, per quanto scorrevole, un ascoltatore si perde con facilità: solo la title-track, Victims e Stealing the Air of Life riescono a spiccare un po’, il resto rimane nell’anonimato. È per questo che, pur raggiungendo la sufficienza, The Nature of Betrayal non va oltre: alla fine si rivela un disco carino e nulla più.

La recensione completa:

Bravi, ma non si applicano (o meglio, non si applicavano): una frase fatta ma secondo me ottima per descrivere i The Funeral Pyre. Nati in California nel 2001 (anche se il nome definitivo è arrivato solo due anni dopo), dal 2004 hanno pubblicato un album ogni due anni con cadenza regolare, interrotta però nel 2010, anno da cui di loro si hanno scarse notizie. E ascoltando The Nature of Betrayal, secondo album risalente al 2006, forse si capisce anche il perché: come già accennato, si tratta di un disco in cui i The Funeral Pyre rivelano un discreto talento ma poca ispirazione. Da un lato, c’è un suono più che decente: di base è un death metal sinfonico declinato spesso in senso melodico, seppur non manchino sfoghi che guardano invece all’incarnazione primigenia del genere. In più, a tratti The Nature of Betrayal mostra venature black: anch’esse a tratti sono melodiche e a volte più rabbiose, seppur in generale i The Funeral Pyre le usino in senso atmosferico. Non è un genere originalissimo, ma non risulta nemmeno troppo trito: al contrario, gli americani sono bravi a dargli interessanti sfumature emotive, spesso disperate, e a farlo senza rinunciare a un buon impatto. Purtroppo però la loro musica soffre in maniera drammatica di ridondanza e mancanza di idee, il che ne limita di molto la resa. Prese singolarmente, quasi tutti i brani di The Nature of Betrayal si rivelano buoni, ma l’insieme è un continuo ripetersi degli stessi stilemi, ritmi, tipi di melodie: il risultato è un disco in cui ci si perde, e non in senso buono. Giusto in un paio di casi i The Funeral Pyre riescono a trovare qualcosa che le faccia spiccare: tutte le altre si assomigliano a tal punto che è impossibile dire se questo o quel passaggio appartiene a questo o quel brano. Qualche ingenuità in fase di songwriting, con elementi non del tutto a punto – a tratti la parte sinfonica è troppo spinta, altrove lo scream di John Strachan è fuori luogo – fanno il resto. Per quanto il suo ascolto sia per lunghi tratti piacevole, e scorra bene, alla fine della fiera The Nature of Betrayal si rivela un lavoro nella media, che non esalta né riesce ad andare oltre una comoda sufficienza.

I The Funeral Pyre danno il via alle danze con un lungo intro malinconico, un pianoforte e lievi tastiere a cui presto si affiancano dei lead altrettanto nostalgici. È un pelo ripetitivo, visto anche che dura oltre un minuto e mezzo, ma tutto sommato avvolge bene prima che la 200 Years vera e propria entri nel vivo con uno strappo. Ci ritroviamo allora in un ambiente feroce e selvaggio, un vortice black/death cupo e aggressivo al massimo, quasi caotico ma di buon impatto. Tuttavia, la band trova presto un maggiore ordine, con un’evoluzione che porta dal blast beat di Alex Hernandez a lidi sempre movimentati ma più melodici e di spessore maggiore. Non mancano stacchi in cui l’estremismo si accentua di nuovo, ma col tempo il brano tende ancor di più verso la melodia fino al culmine al centro: dominato dalle tastiere, a tratti è persino lirico. È un buon elemento per un episodio sempre in movimento ma con molti passaggi buoni: inoltre, il fatto che sia il primo per ora aiuta a non renderlo trito, il che contribuisce a un’apertura riuscita e di buon livello per The Nature of Betrayal! Le note dolenti per i The Funeral Pyre cominciano invece con In the Wake, che però continua a difendersi. Il suo attacco è di buona potenza, a metà tra melodeath svedese e suoni più tradizionali: un’essenza che poi rimarrà per buona parte del pezzo, in chiave spoglia e d’impatto oppure con l’arricchimento delle orchestrazioni di Daniella Jones. Se le prime sono di ottimo impatto, le seconde esplodono meno, cercano l’atmosfera ma non sempre la trovano: a tratti suonano smorzate, poco convincenti, almeno nella norma del pezzo. Fanno eccezione la lunga frazione al centro, più lenta e a tratti con un vago retrogusto metalcore che si sposa bene con il lato sinfonico dissonante, e soprattutto il tratto poco prima del finale. La lunga progressione di melodie tristi ma ricercate e di gran pathos di questa parte funziona molto bene: è di sicuro il passaggio migliore di un pezzo non eccezionale ma discreto e godibile!

Sin dall’inizio, Here the Sun Never Shines pende più sul lato black della band americana, col suo nervosismo ritmico e le tastiere sinfoniche che creano un panorama oscuro e dissonante. Ma la freddezza tipica del genere è assente, sostituita da un certo calore e soprattutto da un’eleganza decadente che, almeno all’inizio, riesce ad avvolgere molto bene. Poi però col tempo la band la butta un po’ alle ortiche: se ogni tanto quest’atmosfera ritorna per dei buoni passaggi, di norma la struttura mostra altro. Non è un male in sé: per esempio, incidono bene le strofe più spoglie, che colpiscono bene col loro assalto melodeath. I ritornelli al contrario non sono né carne né pesce, cercano sia di essere accoglienti sia di aggredire, ma non riescono né nell’uno né nell’altro: la melodia è stucchevole, e comunque cozza con lo scream di Strachan, troppo rabbioso per essere intenso. Anche altri passaggi più espansi seguono lo stesso destino: il risultato è un brano riuscito solo a metà, con qualche passaggio carino ma che nel complesso non ha molto da dire.  Per fortuna, i The Funeral Pyre ritirano su l’asticella subito con The Nature of Betrayal, che comincia lenta e misteriosa. Presto, gli americani accelerano e cominciano a sviluppare la stessa melodia, seguendo stavolta la falsariga di una disperazione forte, palpabile ma al tempo stesso sognante, sempre al centro sia nei tratti più eleganti che in quelli più d’impatto che si susseguono. Anche questo consente alla struttura di andare oltre l’effetto già sentito: merito però anche di melodie ben riuscite, che stavolta si stampano bene in mente. Sono quasi tutte variazioni sullo stesso tema musicale, ondeggiante e con persino un vago retrogusto folk che dà un tocco di fascino: anche quelle che se ne dipartono però funzionano. Ne risulta una lunga progressione che, tra momenti espansi e ricercati ma crepuscolari, altri arcigni, oscuri, altri ancora di gran intensità emotiva scorre che è una bellezza fino al breve outro finale di pianoforte. Certo, forse non sarà un brano eccezionale ma si rivela ottimo, uno dei picchi assoluti dell’album a cui dà il nome!

Dopo la delicatezza della chiusura della precedente, Plague That Leads to Extinction stacca molto col suo assalto da puro death metal classico. Ovviamente però la situazione non dura: presto i californiani tornano al loro stile tipico, più aperto e malinconico: nonostante il tempo veloce, che a volte risale verso il blast, la chitarra di James Joyce passa a disegnare un affresco più atmosferico e black. È un panorama a tratti un po’ limitato da una melodia di base poco funzionale, troppo obliqua per i miei gusti, ma che in generale non è malaccio. Il vero difetto invece è la mancanza di variazioni: oltre a qualche ritorno di fiamma dal principio, il brano non cambia verso se non per qualche stacco, come quello del basso di Adam Cambell al centro, peraltro molto breve. Il risultato non è negativo, anzi per lunghi tratti è piacevole: tuttavia, nel complesso abbiamo una canzone senza infamia né lode. Di sicuro, va meglio con Victims, che arriva di seguito e sin dall’inizio si pone angosciata, tormentosa, col suo ibrido black/death vorticoso ma espressivo al massimo. E col tempo, lo diventa ancor di più: al netto di qualche passaggio scontato che crea un effetto già sentito – ma a quanto pare è inevitabile in The Nature of Betrayal – il resto si rivela molto avvolgente. Lo fa bene già l’evoluzione della prima metà, molto rivolta verso il lato black metal dei The Funeral Pyre, con la sua alternanza tra passaggi espansi e quasi nostalgici, pur nella loro melodia, e altre invece più veloci. Tuttavia, il meglio è la seconda, che vira con lentezza verso il death melodico fino a raggiungere un bell’incastro di riff, più spoglio ma di ottimo livello. Bello anche il finale, in cui domina il carillon della Jones, che aggiunge un tocco ricercato al tutto: un altro arricchimento per un pezzo molto buono, il migliore in assoluto del disco insieme alla title-track!

Stealing the Air of Life rappresenta una piccola svolta per il suono dei californiani, che qui in parte abbandonano la loro caratteristica frenesia. Sin dall’inizio, la base è un riff black lento e melodico, a cui presto la tastiera aggiunge una venatura intensa, quasi poetica. È la falsariga che regge gran parte del pezzo, con giusto piccole variazioni: se le strofe sono di poco più dense, i ritornelli invece si fanno più espansi, intimisti, riflessivi, in uno scambio a tratti ridondante, specie nel finale, ma riuscito nel complesso. Al centro c’è però spazio anche per un assalto black metal che non perde il tocco caldo del resto ma lo rende feroce e disperato: nonostante il solito senso “già sentito” si rivela valido e incisivo! Lo stesso vale per l’assolo del basso di Cambell posto sulla trequarti, unica altra variazione importante per una traccia semplice: nonostante il suo difetto, si rivela tutto sommato buona, nemmeno troppo lontana dal meglio di The Nature of Betrayal! Anche Ending the Eternal Reign comincia espansa e lenta, ma presto i The Funeral Pyre tornano ad accelerare su i loro livelli abituali. All’inizio è un assalto black sinfonico, ma presto il pezzo svolta sul lato melodeath del disco: comincia così una serie di riff ottimi, incastrati molto bene dalla band americana in un flusso continuo, di buona potenza. Ogni tanto si interrompe per sfoghi più vorticosi e black che però un po’ stonano: per fortuna, sono rari, e non incidono tropo in negativo sulla riuscita del pezzo. Buone sono invece le aperture più d’atmosfera, gestite dalle orchestrazioni della Jones: danno il giusto respiro al complesso, e non permettono di annoiarsi Certo, c’è da dire che di nuovo sembra di aver sentito già molti elementi lungo il disco: anche per questo, il risultato finale è discreto ma non eccezionale. Insomma, un perfetto manifesto del lavoro che chiude!

Insomma, come avrai già capito The Nature of Betrayal non è un album memorabile. Tuttavia, almeno si può dire che sia carino: può piacere non solo ai collezionisti di band underground, ma anche a chi ama black e death con sonorità melodiche e sinfoniche. A patto, però, che non siano alla ricerca a tutti i costi del capolavoro: in questo caso, sulle stesse coordinate stilistiche ci sono band molto migliori dei The Funeral Pyre là fuori!

Voto: 68/100

Mattia

Tracklist: 

  1. 200 Years – 05:32
  2. In the Wake – 04:59
  3. Here the Sun Never Shines – 04:31
  4. The Nature of Betrayal – 05:47
  5. Plague That Leads to Extinction – 04:43
  6. Victims – 05:42
  7. Stealing the Air of Life – 07:15
  8. Ending the Eternal Reign – 04:33

Durata totale: 43:02

Lineup:

  • John Strachan – voce
  • James Joyce – chitarra
  • Daniella Jones – tastiera
  • Adam Campbell – basso
  • Alex Hernandez – batteria

Genere: symphonic black/death metal
Sottogenere: melodic death metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei The Funeral Pyre

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