Left Hand Path – Left Hand Path (2019)

Per chi ha fretta:
I romeni Left Hand Path sono una band interessante ma per ora ancora un po’ acerba, come dimostra il loro EP d’esordio omonimo (2019). Il connubio tra death metal, deathcore e progressive che il gruppo propone è già ben amalgamato e rifugge i cliché peggiori; ciò però non gli impedisce di cadere in diverse ingenuità. Senza aver ancora trovato una propria personalità, buona parte del disco scorre bene ma non si imprime bene in mente. Lo dimostrano anche pezzi come Egochism, la title-track o Greater than Us: per quanto siano gli ottimi picchi di una scaletta tutto sommato buona, anch’essi non riescono ad arrivare a un livello eccezionale. Per questo, è chiaro che i Left Hand Path hanno ancora molta strada da fare: per fortuna, le basi sono già buone, e la speranza è che riescano a esprimere meglio le loro potenzialità in futuro!

La recensione completa:

Si tende poco a pensarci, ma il metal è tra i pochissimi fenomeni davvero globali di oggi. Ormai ogni nazione, o quasi, ha la sua scena, piccola o grande che sia: per esempio, grazie all’etichetta autoctona Loud Rage Music, a me negli ultimi anni è capitato di conoscere quella non grandissima ma vitale della Romania. Gli ultimi che ho scoperto in ordine di tempo sono stati i Left Hand Path: nati nel 2016 a Cluj-Napoca, vecchia capitale della Transilvania, suonano però un genere meno tenebroso di quanto una persona superficiale si possa aspettare. Niente black metal, insomma, per quanto il genere contenuto all’interno del loro EP omonimo, uscito grazie alla già citata label lo scorso 17 giugno, rimanga piuttosto estremo. Di base è un death metal melodico abbastanza sui generis, a cui i Left Hand Path aggiungono una componente deathcore anch’essa meno aggressiva della media. Torna soprattutto in riff però mai troppo esasperati in fatto di dissonanza come nell’incarnazione più classica del genere; in più, a dare un tocco melodico e ricercato ci sono anche forti suggestioni progressive. È uno stile che i romeni riescono già molto bene ad amalgamare in qualcosa di compatto, senza grosse discontinuità: merito di un songwriting competente e senza troppi cliché, seppur a tratti Left Hand Path mostri ancora diverse ingenuità. Si sente che la band, seppur abbia grandi potenzialità, ancora deve trovare bene la quadra, e per ora sia qualcosa di un pelo informe, senza una personalità così forte. Sono questi fattori a far sì che non tutto all’interno dell’EP si imprima bene nella mente: alcuni momenti colpiscono bene, ma altri un po’ si perdono. È un difetto che affligge anche i brani migliori, che non riescono ad andare oltre un certo livello; in generale, Left Hand Path si rivela un lavoro carino ma con alcuni limiti, che però non sembrano insuperabili da questa giovane band.

Come dice il nome stesso, Intro è un lungo preludio, che comincia nella maniera più classica, con echi elettronici e ambient inquietanti. Ma da questa oscurità emerge pian piano qualcosa di più ordinato: all’inizio è una melodia cupa, ma poi diventa più intensa, pur mantenendo una dimensione dissonante, con suggestioni quasi black. Sembra quasi una versione più strisciante ed estrema di Anarchy-X, una dei due intro del capolavoro Operation: Mindcrime dei Queensrÿche, di cui forse è persino un tributo; subito dopo però i romeni si staccano per The Hole in Man. Subito, ci si ritrova in un panorama movimentato, pieno di controtempi, di riff e di stacchi diversi che però scorre in maniera fluente per buona parte della sua durata. Fanno eccezione le aperture che appaiono a tratti, spesso oblique con una chitarra solista dissonante a creare un’aura cupa. Di norma sono il preludio a chorus invece fragorosi, non molto dinamici ma con un gran bell’impatto, dato dal bel riffage e dallo scream di Cristian Aionese, piuttosto arrabbiato. I Left Hand Path lo sviluppano però meglio al centro, una frazione con uno spessore emotivo desolato e dimesso: è un altro buon elemento per un pezzo carino ma non eccezionale. Di sicuro, va meglio con Cognitive Ills, che dopo un breve intro entra subito nel vivo rocciosa, seppur in evidenza sia presente anche una bella sezione melodica. È una natura che rimane quasi sempre in scena: ne sono avvinte sia le strofe, di basso profilo e non troppo potenti ma incalzanti il giusto, sia soprattutto i ritornelli. Si rivelano molto più incisivi con la loro melodia, semplice ma del giusto pathos, esaltati dal contrasto con tratti invece più potenti, orientati al deathcore. C’è spazio anche per un buon numero di variazioni, che tengono sempre alta l’attenzione; certo, ogni tanto tendono a smarrirsi, ma di norma sono funzionali alla musica del gruppo. Il vero difetto del pezzo è invece una certa brevità, che lo fa sembrare un po’ incompleto: a parte questo però il livello è piuttosto buono! La successiva Egoschism ha un attacco potente e quadrato, da cui però presto i romeni si staccano all’improvviso per una fuga alienata, col blast beat di José Morales a reggere dissonanze post-hardcore. È un binomio che lungo la traccia non si perde: le strofe appartengono alla prima anima, mentre a tratti la musica torna verso lidi più oscuri. Ma c’è spazio anche per apertura più melodiche, come i refrain: a dispetto del growl rabbioso di Aionese, per il resto sono puro melodeath malinconico. Inoltre, quest’anima contagia anche il resto della canzone, che anche nei momenti più potenti si fa più armoniosa. Non parliamo poi di momenti come quello centrale, all’inizio zuccheroso, quasi power metal di quelli più pop; poi però la band vira su qualcosa di molto più arcigno, un breakdown deathcore da manuale, ma efficace il giusto. È la variazione maggiore di un buonissimo brano, uno dei migliori in assoluto dell’EP!

Left Hand Path inizia con la tipica cadenza metalcore: si crea subito un paesaggio turbinoso, in continua agitazione. È una norma che monopolizza l’inizio, con giusto piccole concessioni alla melodia, ma poi il gruppo della Romania comincia a evolversi verso lidi più calmi: una certa frenesia è sempre al centro, anche quando il ritmo è lento, ma si accoppia anche con qualcosa di ombroso e caldo, che avvolge bene. L’apice lo si raggiunge al centro, quando la musica si acquieta per un tratto placido, seppur crepuscolare con gli arpeggi cupi delle chitarre echeggiate. Non dura molto, prima che il pezzo torni a lidi più metallici, ma il riffage di Ádám András e Wagner Tamás è ancora più dimesso, e con la voce di Aionese forma un dualismo più intenso che aggressivo. E mentre passa il tempo, la questione cambia poco, con una progressione più dilatata, forte di dettagli riusciti come un buon assolo sulla trequarti. Solo nel finale invece la potenza torna, in maniera anche fredda, quasi industriale per certe suggestioni; tuttavia, l’aura non si perde, ma prosegue in sottofondo fino a riesplodere nel finale, quasi sognante seppur in maniera oscura. È un altro ottimo passaggio per un episodio che però è tutto di alto livello: anche questo contribuisce a renderlo la punta di diamante dell’EP insieme alla precedente! A questo punto, i giochi sono quasi fatti: all’interno di Left Hand Path, c’è rimasto spazio solo per Greater Than Us, con cui il gruppo per una volta se la prende con calma. Si avvia da un lungo intro, all’inizio mogio e calmo per poi crescere solo alla distanza, fino a confluire in un ambiente a metà tra metalcore e death metal dei più melodici. Ma dopo poco i romeni partono con una fuga rabbiosissima, puro death metal di carattere persino brutal: uno sfogo molto breve ma travolgente. È una norma che di tanto in tanto torna nel pezzo, a tratti persino arricchita da lugubri venature black metal; il resto di norma è però  meno aggressivo, seppur in questo caso inquieto. Sia i momenti più dedicati alla melodia che i tanti pieni di fraseggi, sostenuti però da riff belli potenti, hanno in sé un senso ansioso e cupo, che tra l’altro li aiuta a graffiare. È un’aura che si può ben sentire in molti momenti della traccia, e in special modo al centro, un passaggio che unisce le due anime del pezzo in qualcosa di vorticoso ma con un tocco armonico, per un risultato riuscito all’estremo. Ma anche il resto non è da meno: abbiamo un’altra buonissima canzone, che non farà gridare al capolavoro ma sa il fatto suo, e arriva appena alle spalle del meglio dell’EP che chiude!

Come già detto all’inizio, i Left Hand Path devono ancora crescere molto, se vogliono sfruttare a pieno il proprio potenziale. C’è però da dire che le basi ci sono: lo dimostra un EP non eccezionale ma buono e piacevole anche nelle sue ingenuità. Insomma, la strada è ben tracciata davanti a loro, e ai romeni non resta altro da fare che percorrerla: se potrò, continuerò a seguirli per sapere se ci riusciranno al meglio delle loro possibilità!

Voto: 67/100 (Voto massimo per gli EP: 80)

Mattia

Tracklist: 

  1. Intro – 02:43
  2. The Hole in Man – 04:01
  3. Cognitive Ills – 04:19
  4. Egoschism – 04:25
  5. Left Hand Path – 06:34
  6. Greater Than Us – 05:33

Durata totale: 27:35

Lineup: 

  • Cristian Aionese – voce
  • Ádám András – chitarra
  • Wagner Tamás – chitarra
  • Szenasi Attila – basso
  • José Morales – batteria

Genere: progressive death metal/metalcore
Sottogenere: deathcore/melodic death metal
Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Left Hand Path

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