Dragonhammer – The Blood of the Dragon (2001)

Per chi ha fretta: 
Nonostante la sua classicità estrema, The Blood of the Dragon (2001), primo album dei romani Dragonhammer, rimane un lavoro piacevole. Il mix di power metal epico che riprende i Rhapsody in una chiave più spoglia e suggestioni melodiche non è nulla di nuovo, e anzi la band capitolina ne riprende con mestiere i principali cliché che spopolavano all’epoca. Nonostante ciò, però, molte melodie sono riuscite, e si imprimono bene in mente: sono quelle che rendono grandi brani come Legend, Age of Glory e Blood in the Sky, picchi di una scaletta non eccezionale ma per lunghi tratti godibile. E così, nonostante alcune sbavature, The Blood of the Dragon si rivela un album discreto: non è un capolavoro ma viaggia un gradino sopra alla media del power, ed è perciò consigliabile ai fan del genere!

La recensione completa:

Probabilmente lo ricorderai anche tu: a seguito del terremoto di Amatrice che tra il 2016 e il 2017 colpì il Centro Italia, vi fu una grande gara di solidarietà, con tantissime iniziative benefiche messe in campo. Il mondo del metal non fece eccezione: ricordo con chiarezza che moltissimi gruppi si prodigarono per raccogliere fondi, magari vendendo i loro dischi o altro merchandise. Anche io, nella dimensione ridotta delle mie scarse finanze, contribuii in quell’occasione: fu per questo che comprai The Blood of the Dragon dei Dragonhammer, band romana all’origine di una di queste iniziative. Già le circostanze rendevano il disco del tutto degno di essere acquistato, a prescindere dai suoi meriti musicali; col tempo però ho scoperto che anche questi ultimi non mancavano. Uscito nell’ormai lontano 2001, è un disco che ricalca la musica che andava di moda allora, un power metal epico ispirato con chiarezza ai Rhapsody prima delle loro varie divisioni e all’epoca sulla cresta dell’onda. Ma i Dragonhammer lo facevano senza copiarli: con molta meno sinfonia e molta meno pomposità, The Blood of the Dragon punta su qualcosa di più semplice, con solo a tratti orchestrazioni o richiami neoclassici. Le sue canzoni sono più dirette, e anche molto melodiche: in questo, si sentono influssi dal power più ricercato dei Labyrinth e anche richiami dalla scena del Nord Europa, allora in piena esplosione. È un genere non troppo trito, per quanto i Dragonhammer non avessero all’epoca una personalità così spinta: i cliché sono quelli soliti, e The Blood of the Dragon li porta avanti con mestiere, mentre gli spunti di originalità sono rari. Questo però non è un difetto così importante: nonostante l’anima tradizionale al midollo, i romani riescono lo stesso a creare buone melodie, che arricchiscono tracce perciò facili da imprimersi in mente. E così, al di là di alcune banalità e di una registrazione grezza (ma all’epoca era la norma nel power nostrano), The Blood of the Dragon si lascia ascoltare con piacere. Niente di epocale, ma nello stesso genere dei Dragonhammer si possono trovare cose molto peggiori, anche uscite nello stesso periodo!

Legend comincia subito con un coro epico, potente, per ora in solitaria: è però quello che si ripresenterà nei potenti ritornelli, semplici ma evocativi al massimo. Lascia presto spazio a un passaggio di vago influsso neoclassico, che poi però si semplifica all’arrivo in scena della struttura, peraltro molto semplice. Scambia i refrain con strofe spoglie, potenti e rapide come da norma del power, mentre la tastiera nervosa di Alex Valdambrini torna solo nei brevi bridge, vorticosi e ottimi come introduzione. L’unica altra frazione da citare è quella al centro, in cui il tastierista la fa da padrone, mentre la chitarra è un po’ in disparte: a parte questo però è il più tradizionale degli assoli. In ogni caso, fa una buona figura in un gran bel brano, subito tra i migliori del disco. A questo punto, i romani piazzano It’s War, un interludio con suoni di battaglia e una colonna sonora da film fantasy alle spalle. È un po’ strano a questo punto: sarebbe stato meglio all’inizio di The Blood of the Dragon, e forse era proprio quella l’intenzione (magari c’è stato un errore nella composizione della tracklist, non lo so). Almeno però si può dire che è efficace come preludio, prima che Dragon Hammer torni a pestare sull’acceleratore con frenesia, per mezzo di un riffage spoglio e duro. Disegna uno scenario agitato che poi però si calma, prima attraverso l’iniezione di melodie e poi con l’ingresso di strofe più espanse e lente. Anch’esse però hanno momenti più turbinosi, sia al loro interno che negli stacchi che compaiono qua e là, davvero pestati e tempestosi. Rapidi sono anche i chorus, classici fin quasi alla banalità, ma tutto sommato piacevoli: merito anche dei romani, che non li ripetono molte volte. La struttura è più tortuosa rispetto a quella classica: lo si sente al centro, una frazione oscura dominata da una tastiera oscura su una base obliqua, quasi progressive, che poi vira su qualcosa di potente e pestato, su cui stavolta è la chitarra di Max Aguzzi a prodursi in un bell’assolo. Degno di nota anche il finale, arrembante e battagliero: per quanto breve, è il passaggio migliore di un pezzo un po’ banale ma piacevole. Va però molto meglio con Age of Glory, che sin dall’inizio mostra una melodia triste, malinconica all’estremo. È quella che fa da sfondo ai ritornelli, rinforzata dallo scambio tra il cantante e i cori per un effetto drammatico, di spessore emotivo grandioso. Ma le strofe non sono da meno: di profilo più basso, anch’esse mostrano una bella nostalgia e anche una certa solennità, conferita anche dalla tastiera, col suo suono da campana. Buono anche il tratto centrale, stavolta melodico col suono solitario di un pianoforte: per lunghi secondi va avanti tranquillo, mentre solo alla distanza il metal torna a crescere, prima melodioso ma poi sempre più potente ed epico. Insieme al ritornello finale, anche più disperato, è la ciliegina sulla torta di un bellissimo pezzo, il migliore in assoluto del lotto con la opener!

Se fin qui tutto sommato The Blood of the Dragon è stato valido, da ora il livello è destinato un po’ a scendere, a partire da Scream. Prima ballad del lotto, ha però il difetto di essere super-classica, persino derivativa: ricorda da molto vicino la struttura e le melodie di Still Loving You degli Scorpions. Succede in special modo nelle strofe, piene di chitarre pulite e di tastiere, per un effetto molto anni ottanta. Un po’ meglio va invece nei ritornelli, che pur sapendo ancora di già sentito, con la loro melodia e la potenza metal colpiscono un po’ di più, oltre ad allinearsi con il lato epico del disco. In pratica, nella canzone non c’è altro a parte l’assolo, anch’esso tipico per i pezzi di questo tipo: il risultato finale è un lento non brutto ma del tutto dispensabile, che non brilla molto all’interno del disco. Per fortuna torniamo presto su livelli più consoni con You Kill (Fortuna in Battaglia), brano aperto da un altro intro guerresco, preso probabilmente da qualche film. Dura stavolta pochi secondi prima di lasciar spazio a un pezzo ritmato, che presto comincia a svilupparsi in maniera incalzante e veloce, senza tanti fronzoli. Anche le melodie della tastiera sono giri piuttosto diretti, sia quando è in evidenza, sia quando rimane in sottofondo: i chorus ricadono nel primo caso, col botta e risposta che crea una buona melodia e l’organo di Valdambrini a fargli da cornice. Più espanse sono invece le strofe, col loro tappeto simil-corale, che però non le rende meno dirette e semplici; lo stesso vale anche per i bridge, brevi e strumentali, di buona potenza col loro riffage e le tastiere convulse a seguirlo. Buona anche la parte centrale, che oltre al solito assolo presenta lunghi tratti dilatati e si pone come un passaggio di pura atmosfera: è un altro dettaglio riuscito per un pezzo non eccezionale, ma buono e godibile il giusto! La successiva Black Sword prende vita da uno strano intro, con echi elettronici dissonanti e inquietanti, ma poi la musica torna al suono più solenne a cui The Blood of the Dragon ci ha già abituato. È un’anima che all’inizio fa la sua bella figura per poi tornare soprattutto nei ritornelli: lenti e potenti, puntano molto sulla forza evocativa; seppur a tratti siano un po’ mosci, di norma ai Dragonhammer il compio riesce bene. Le strofe invece hanno meno tensione epica, e ricordano quasi il pop metal col loro giro di tastiera vintage, per poi virare al power con forza nei bridge, con un buon tocco neoclassico. È vero che anch’esse mancano di mordente, come anche la parte centrale, a tratti troppo eterea senza riuscire a dare molto a livello di mood. In generale però il risultato non è malaccio: non esalterà, ma rimane un episodio discreto e gradevole.

Fire comincia col basso strisciante di Gae Amodio: anticipa il riffage vorticoso che si sprigionerà di lì a poco, ombroso e potente, ma anche ricercato coi synth di Valdambrini. È una norma che torna di tanto in tanto, seppur il resto dell’episodio sia di norma più spoglio. Lo sono di sicuro le strofe, semplici e dirette ma incalzanti, grazie al fascino dato ancora una volta dal tastierista, oltre che dalla voce intensa di Aguzzi. Nella loro progressione, si fanno sempre più vorticanti e dure, finché non arrivano i ritornelli: potenti e grintosi, nonostante la semplicità colpiscono piuttosto bene. Molto più mogia, anche più del resto, è invece la sezione centrale, quasi lacrimevole coi suoi bei assoli di chitarra e tastiera: un arricchimento per un altro pezzo che non fa gridare al capolavoro, ma risulta di buon livello. Ma va ancora meglio con Blood in the Sky, che comincia subito con un accenno della sua melodia di base, quella su cui si basano anche i refrain. Epici, di gran effetto, vivono della melodia vocale azzeccatissima, su un tappeto di cori che a un certo punto seguono il cantante principale: l’effetto complessivo è molto efficace. Nel corso della canzone, si accoppiano con strofe con la stessa velocità ma, come da norma dei romani, più spoglie e in questo caso di buona potenza: nonostante il dinamismo non eccezionale, incalzano bene. Stavolta il tutto è anche più elementare e breve del solito: l’unica variazione è il passaggio al centro, all’inizio il momento più neoclassico di tutto il disco, per poi virare su un heavy/power più tradizionale (per quanto echi precedenti tornino). In ogni caso, è una quadratura azzeccata per un ottimo pezzo, semplice ma d’impatto, nemmeno troppo lontano per qualità dai picchi di Blood of the Dragon. Quest’ultimo peraltro è ormai agli sgoccioli: c’è rimasto spazio solo per In Your Eyes, seconda ballad del lotto che se la prende molto con calma a entrare nel vivo. Parte da lievi effetti come di acchiappasogni scossi dal vento, su cui solo dopo alcuni secondi entra la chitarra pulita di Aguzzi. È la base su cui si muove in pratica tutta la traccia, accompagnata a tratti dal tappeto di tastiere di Valdambrini: è quella che regge sia le strofe, mogie e calme, sia i bridge più intensi, sia i ritornelli in cui la tendenza si accentua. Con il frontman che alza la voce, cercano di essere tristi e di evocare pathos, e gli riesce anche piuttosto bene. Non c’è molto altro da dire in un pezzo che nonostante la lunghezza superiore ai sei minuti è molto lineare e presenta giusto qualche variazione negli arpeggi o negli arrangiamenti qua e là: nonostante questo, però, avvolge bene. Certo, c’è da dire che forse è un po’ straniante, dopo un disco evocativo e per nulla delicato come questo; a parte ciò, però, come chiusura non è affatto male.

Per concludere, The Blood of the Dragon si rivela tutt’altro che un capolavoro, e non è nemmeno il migliore dei Dragonhammer, che col tempo troveranno una personalità più forte. A parte questo però è un lavoro di buon livello, onesto e un gradino sopra la media: ogni fan del genere non potrà che trovarlo piacevole. Se lo sei, però, il mio consiglio è di farci almeno un pensierino… a meno che tu non sia alla ricerca del masterpiece a tutti i costi!

Voto: 71/100

Mattia

Tracklist: 

  1. Legend – 04:01
  2. It’s War – 01:11
  3. Dragon Hammer – 04:15
  4. Age of Glory – 05:30
  5. Scream – 04:45
  6. You Kill (Fortuna in Battaglia) -05:20
  7. Black Sword – 04:59
  8. Fire – 04:58
  9. Blood in the Sky – 04:21
  10. In Your Eyes – 06:10

Durata totale: 45:30

Lineup: 

  • Max Aguzzi – voce e chitarra
  • Alex Valdambrini – tastiera
  • Gae Amodio – basso
  • Mirko Morelli – batteria

Genere: power metal
Sottogenere: epic/melodic power metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale dei Dragonhammer 

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