Bro Jovi – Songs to Crush Beers to Vol. 1: Slippery When Blacked (2010)

Per chi ha fretta:
Songs to Crush Beers to Vol. 1: Slippery When Blacked (2010), primo album degli americani Bro Jovi, è un disco abile nell’intrattenere l’ascoltatore e mai banale nel farlo. Merito di un songwriting sempre efficace, che rende interessante il southern metal con influssi stoner del gruppo, altrimenti molto classico nel suo unire groove e doom metal. È un connubio fatto per divertire: lo si può sentire bene in pezzi come Deer Hunter, Brothers in Arms, The Heist e Hell on Earth, picchi di una scaletta che però per il resto non spicca troppo a causa di un po’ di omogeneità. Ma non è un difetto drammatico: anche così, Songs to Crush Beers to Vol. 1: Slippery When Blacked è un album che svolge al meglio il compito per cui è stato concepito, ossia intrattenere in maniera potente e ignorante!

La recensione completa:

Nonostante la grandissima varietà di stili che le differenzia, in fondo le band metal si possono dividere grossomodo in due macrocategorie. Da un lato, ci sono quelli che affrontano il genere con un piglio serio, con l’intenzione di fare qualcosa di più, di aggiungere qualcosa all’altro; dall’altro invece c’è chi non ha aspirazioni così alte, si accontenta solo di intrattenere. Tra l’altro, per me il secondo è un intento nobile quanto il primo, oltre che altrettanto arduo: anche per riuscire a divertire serve la giusta abilità, mentre improvvisare porta a risultati discutibili. Per fortuna, non è quest’ultimo il caso dei Bro Jovi da Cleveland, Ohio: la loro mancanza di serietà è già evidente dal monicker che scimmiotta i Bon Jovi, ma dalla loro parte c’è anche un talento rilevante. Lo si sente bene in Songs to Crush Beers to Vol. 1: Slippery When Blacked, titolo estesissimo dietro cui si nasconde il primo full-length degli americani: un lavoro che brilla non solo per ignoranza e volontà di intrattenimento, ma anche per la sua bontà. Lo si sente in particolare nel songwriting al suo interno: è ben congegnato per incidere, tanto che a tratti i Bro Jovi possono permettersi non solo di divertire, ma anche di evocare sensazioni più profonde. È anche questo a rendere interessante uno stile che di suo avrebbe poco di originale: quello di Slippery When Blacked si rifà al southern metal più tradizionale, quello che mescola doom e groove metal. L’unico frangente in cui gli statunitensi vanno oltre è la presenza di diversi spunti stoner, oltre a qualche venatura heavy e hard rock; nonostante questo, il loro suono ha lo stesso una personalità. Una personalità valida, per giunta, fatta di divertimento portato però avanti con convinzione e senza mai lasciar da parte potenza, aggressività e a tratti persino cupezza. Insomma, la musica dei Bro Jovi non è affatto male: peccato solo che ogni tanto Slippery When Blacked presenti anche dei difetti, peraltro in apparenza dovuti alla giovane età della band all’epoca della registrazione: non limitano troppo la resa complessiva, ma sono importanti. Il principale è il fatto che tra tanti bei pezzi, solo pochi riescono a spiccare davvero e a imprimersi in mente: colpa anche di una certa omogeneità, con elementi che a volte tendono a ripetersi. Per fortuna, non sono pecche drammatiche come in tanti altri dischi usciti nell’ultimo decennio: di fatto, nonostante le sbavature, Slippery When Blacked è un lavoro che intrattiene proprio come i Bro Jovi lo hanno concepito per fare!

Le danze partono da Greased, breve intro lento e doom con suggestioni quasi death, sia nel riffage che nello scream di Rob Montague, rabbiosissimo. Si genera all’istante un’atmosfera davvero cupa, che fa presagire un disco altrettanto oscuro; dura però solo un minuto, prima di spegnersi e lasciare il posto a Sanctuary of the Beast che a ruota si avvia più dinamica, con un riffage semplice ma già di ottimo impatto. Colpisce bene con la sua potenza esplosiva, quasi solare, seppur col tempo si faccia più ombrosa: introduce la traccia vera e propria, che dopo poco mostra la sua vera natura. Strofe strascicate, striscianti col loro riff chiuso si alternano così a bridge ossessivi, nervosi e a ritornelli invece più aperti, col cantante che perde un po’ in aggressività e si staglia su uno sfondo malinconico, ma sempre potente col suo piglio doom. In pratica il pezzo è tutto qui, a eccezione di un assolo rock classico al centro, che svetta anche per l’assenza di riffage – le ritmiche sono tutte appannaggio delle grasse quattro corde di Andrew Lenthe. È un complemento valido per una traccia valida e piacevole, che apre Slippery When Blacked nel modo giusto! La successiva I Am Eternal si avvia molto rockeggiante, un’anima che proseguirà anche in seguito: contraddistingue una norma obliqua e selvaggia ma al tempo stesso vitale, divertente. C’è però spazio anche per notevoli stacchi rabbiosi e potenti, in cui i Bro Jovi mostrano il loro lato più oscuro e inquieto: spesso magmatici e arcigni, si uniscono bene con l’altra norma. Inoltre, il tutto stavolta lascia da parte la struttura classica per qualcosa di più variabile, con momenti delle due falsarighe a cambiare forma e ad alternarsi con vari stacchi. Da citare è per esempio quello al centro, che si fa via via più vorticante e tempestoso, guidato dal tempo lento ma debordante del batterista Thomas Haywood Jr.. È  un’escalation che alla fine porta a un finale davvero graffiante, con un riffage quasi black per oscurità alle spalle di un Montague che urla come non mai. È la progressione migliore di un pezzo che invece nella prima parte presenta qualche momento morto, ma non è un problema: anche così, il livello rimane buono! Southern Fried Baby spezza quindi l’oscurità creata dalla precedente col suo attacco, hard rock potenziato ma sempre divertente. È una norma che presto muta in maniera più pesante ma stavolta sempre disimpegnata, una cavalcata grintosa ma di gran intrattenimento. Dura poco, prima di confluire in ritornelli lenti e più aperti, persino psichedelici con le loro distorsioni, e una vaga malinconia di fondo che non ne spezza la serenità, anzi la potenzia e li rende più incisivi. In pratica non c’è altro nella struttura a parte il finale, l’unico davvero cattivo della canzone con la sua maggior intensità ritmica, rappresentata da un riffage circolare che però alla fine si apre. È l’ottima conclusione di un altro brano buonissimo, in questo caso nemmeno troppo lontano dal meglio del disco!

Deer Hunter spicca sin da subito all’interno di Slippery When Blacked perché i Bro Jovi lasciano da parte il loro solito dinamismo per spostarsi sul loro lato più espanso e doom. Lo si sente sin dall’inizio, quando l’attacco di Haywood dà il là al riff potente grasso e dissonante scandito da Ken Sorceron e Cole Martinez: più che oscurità, però, evoca una crepuscolare malinconia, grazie anche all’apporto di Montague. È quello che fa da base a buona parte della canzone: di solito va avanti lenta e placida, con un piglio spesso anche stoner, seppur a tratti il frontman le renda più taglienti. Nulla, comunque, rispetto agli stacchi più dissonanti che compaiono qua e là: se quello nella prima metà è breve ma oscuro, il più in evidenza è al centro, dove gli americani accelerano su qualcosa di grasso e ignorante, seppur non troppo aggressivo. Si integra bene in un pezzo avvolgente al punto giusto e di gran impatto, uno dei migliori in assoluto dell’intero lavoro! È quindi il turno di Scars and Lies, che parte da una norma lenta e tesa a livello di riffage, seppur ci sia un senso di divertimento: esplode poi, quando la musica torna a correre. Le strofe, vitali ed esplosive, sono di ispirazione quasi heavy metal classico nei loro vortici, con a tratti persino qualche stacco che pende sull’hard rock. Tutto però si interrompe per i chorus, che rallentano e riprendono l’inizio, in maniera però meno solare e più oscura: non sono opprimenti, ma una certa cupezza strisciante filtra tra le righe, rendendoli poco confortevoli. Entrambe le sezioni hanno qualcosa da dare, gli statunitensi al loro interno dimostrano la solita bravura nell’intrattenere; tuttavia, stavolta l’unione stona un po’, come se le due anime fossero troppo diverse. Non aiuta poi una struttura molto lineare, che la fa sembrare quasi incompleta: il risultato è un pezzo carino, ma che in un album così risulta tra i punti più bassi. Lo stesso purtroppo si può dire di Dirt, Blood, Sex and Speed, che segue: ha un avvio rockeggiante e di gran coinvolgimento, ma poi un po’ tende a perdersi, con la sua struttura che sa molto di già sentito. Ciò vale sia per le strofe, che nonostante la maggior potenza per il resto sono più che classiche per il rock, sia per i momenti più energici, che ne ricordano altri già sentiti nel disco, con la loro potenza groove metal. Di fatto, l’unico passaggio riuscito è quello finale, che dopo un interludio melodico e avvolgente invece di spegnersi riparte con oscurità e potenza doom, un breakdown cattivo molto riuscito. Per il resto, abbiamo il punto più basso dell’intero di Slippery when Blacked: è piacevole, ma tra gli altri tende a sparire!

Per fortuna, a questo punto i Bro Jovi ritirano su la scaletta con Brothers at Arms: di nuovo sa di già sentito all’inizio, ma stavolta non è un problema. Il suo riffage di base è semplice, forse persino banale, ma crea lo stesso un bel senso di attesa, che poi si scioglie alla grande nei refrain. Melodici, si rivelano al tempo stesso aggressivi grazie alla voce di Montague e intensi grazie alle melodie del duo Martinez/Sorceron, che evoca un mood speranzoso ma in qualche modo anche nostalgico. Il momento migliore è però nel finale, dove la musica intraprende un crescendo notevole, che da lidi sottotraccia la porta a crescere, tra riff debordanti e cori anthemici. È una gran bella frazione, la ciliegina sulla torta di una traccia però tutta ottima, appena alle spalle del meglio del disco; tuttavia, va persino meglio con The Heist, che segue a ruota e sin dall’inizio mostra una grande urgenza. Nulla, tuttavia, rispetto a quanto esplode dopo pochi secondi: ci ritroviamo in una fuga di chiaro influsso speed metal, rapida e scatenata, con un riffage splendido che ispira a muoversi. Domina a lungo per sciogliersi solo nei ritornelli, più melodici ma sempre dinamici e coinvolgenti; di fatto, il ritmo cala solo in pochi stacchi, di norma brevi e atti solo a lanciare la prossima fuga. Fa eccezione il momento centrale, potente e saltellante ma lento, seppur anch’esso sia breve: peraltro, si integra bene in una scheggia impazzita sotto ai due minuti, ma che coinvolge tanto bene da essere tra i picchi del disco! Ma l’asticella non si abbassa di nulla con la successiva Hell on Earth: il suo intro intricato in un vortice in cui  Lenthe mostra il suo grande spessore tecnico. È la base su cui si sviluppano le strofe, anch’esse tortuose ma al tempo stesso musicali: si intrecciano per poco prima di dare il là a chorus più lineari e diretti: anch’essi però si rivelano validi, con il loro piglio di nuovo stoner si lasciano cantare benissimo. Ottima inoltre la parte centrale, in cui la musica dei Bro Jovi si calma per un tratto i piglio rock, tra l’altro di gran impatto col suo riff di base, ancora una volta indovinatissimo. È la quadratura di un altro cerchio eccezionale, un altro dei pezzi migliori di Slippery When Blacked con The Heist e Deer Hunter! A questo punto, c’è rimasto spazio solo per Drifter, in cui gli americani si spogliano di tutte le influenze metal per proporsi in un lento blues rock sudista. Il risultato però è convincente: tra parti suonate con il tipico bottleneck, espanse e paludose, e altre più melodiche e arpeggiate, evocano una bella atmosfera, malinconica e avvolgente. Proprio questa aiuta il pezzo a non annoiare, nonostante una struttura senza quasi variazioni: l’unica è l’assolo centrale di chitarra distorta, delicato e in linea col resto. Insomma, in generale il livello rimane alto, il che rende questo episodio un buon finale per un disco del genere, nonostante la profonda differenza stilistica.

Per concludere, come già detto all’inizio Songs to Crush Beers to Vol. 1: Slippery When Blacked è un album che forse non arricchirà il metal inteso come forma d’arte, ma sa divertire alla grande. Ecco perché, se ti piace il southern metal, i Bro Jovi sono un gruppo molto interessante, da seguire specie ora, che si sono riuniti dopo qualche anno di pausa. Nell’attesa di scoprire se e quando pubblicheranno un nuovo album, e se sarà altrettanto valido (o anche di più, se gli americani sapranno superare i loro limiti), il consiglio è di scoprire questo loro esordio.

Voto: 81/100


Mattia

Tracklist: 

  1. Greased – 01:01
  2. Sanctuary of the Beast – 03:16
  3. I Am Eternal – 03:20
  4. Southern Fried Baby – 03:07
  5. Deer Hunter – 03:17
  6. Scars and Lies – 02:59
  7. Dirt, Blood, Sex and Speed – 03:26
  8. Brothers at Arms – 02:38
  9. The Heist – 01:58
  10. Hell on Earth – 02:40
  11. Drifter – 05:10

Durata totale: 32:52

Lineup:

  • Rob Montague – voce
  • Cole Martinez – chitarra
  • Ken Sorceron – chitarra
  • Andrew Lenthe – basso
  • Thomas Haywood Jr. – batteria

Genere: doom/groove metal
Sottogenere: southern/stoner metal

Per scoprire il gruppo: la fanpage Facebook dei Bro Jovi

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