At the Dawn – The Battle to Come (2019)

Per chi ha fretta:
The Battle to Come (2019), terzo album degli imolesi At the Dawn, è un lavoro valido nonostante la mancanza di originalità. Il power metal con forti influssi progressive e qualche altra venatura non è niente di nuovo nei suoi elementi di base, ma i romagnoli sono abili a creare melodie efficaci e soprattutto atmosfere variopinte. Dall’altro lato però il disco non è immune da alcuni difetti: per esempio, a tratti i cliché pesano un po’ sulla sua musica. Il problema principale è però nella scaletta: se pezzi come Cadaver Synod, Dragon Heart, Torquemada (The Hand of God) e King of Blood and Sand sono di alto livello, altri non sono all’altezza, e vanno dal buono al sufficiente. È per questo che alla fine The Battle to Come rende meno di quanto gli At the Dawn potrebbero: a parte questo però è un buon disco, adatto ai fan del genere!

La recensione completa:
Il power metal sta rinascendo? È la domanda che mi sono posto spesso nelle recensioni di band del genere negli scorsi anni, e la risposta è quasi sempre stata positiva. Forse ora il processo sta un po’ rallentando, ma non si è certo fermato: ancor oggi, escono dischi che riescono a rendere il genere in una chiave fresca e inedita. Tuttavia, spesso anche chi si attiene ai dettami del passato riesce a incidere qualcosa all’altezza: è proprio il caso degli At the Dawn. Nati nel 2011 a Imola, in questi otto anni si sono dati da fare, incidendo ben tre full-length: l’ultimo, The Battle to Come, risale allo scorso tre maggio. Al suo interno, i romagnoli affrontano un genere variegato: di base è proprio power, ma con molti influssi progressive specie a livello ritmico, dove la band preferisce strutture tortuose. Ci sono anche alcune venature heavy metal e qualche spunto symphonic (più negli intro che all’interno dei pezzi, spesso più spogli); per il resto, quello di The Battle to Come non è niente di nuovo, specie a livello di elementi di base. Ma è un niente di nuovo fatto bene: merito proprio degli At the Dawn, molto bravi per esempio a creare melodie efficaci. Il punto di forza maggiore degli imolesi è però la capacità di svariare tra varie sfumature di atmosfere: a tratti sono epiche, altrove più classiche, in altri momenti addirittura delicate, in un bel gioco di colori diversi ben mescolati tra loro. Anche ciò contribuisce a rendere buono un album che però dall’altro lato non manca di qualche pecca: per esempio, a tratti i cliché pesano un po’ nella musica degli At the Dawn, e la band non riesce ad andare oltre. Il problema primario di The Battle to Come è però la sua natura ondivaga: ad alcuni brani eccezionali se ne oppongono altri solo carini ma per nulla memorabili. Si tratta di due limiti che hanno un peso sulla resa generale del disco: un peso non fondamentale, visto che il risultato finale resta positivo, ma che esiste.

Le danze partono da The Battle to Come, intro di rito che parte lento, con la chitarra pulita a cui presto si affiancano le orchestrazioni e la voce calma, mogia di Stefano De Marco. Si crea così da subito un’atmosfera epica, che poi dopo un minuto e mezzo di lieve crescita deflagra con Broterhood of Steel. Si parte subito col ritornello, che in questo inizio è rallentato: più avanti invece sarà più movimentato, ma manterrà la sua impalcatura melodica e anche l’aura, che rimarrà sempre anthemica, di gran impatto nella sua epicità. Ottime anche le strofe, invece più calme e intimiste con le loro armonizzazioni e l’avvolgente delicatezza; assistono bene i refrain nella loro potenza, e sono introdotte da tratti di metal sinfonico altrettanto valido. Degno di nota anche l’assolo centrale, più che classico: si rivela adatto, dunque, a un pezzo tanto semplice da rasentare la banalità, ma che a parte questo si lascia cantare con piacere e si rivela già molto buono! Va però anche meglio con Cadaver Synod, che parte da un breve preludio sinfonico per poi esplodere però con forza, data addirittura da un vago retrogusto melodeath (!). L’aggressività è la stessa che filtra dal testo, cantato quasi con rabbia a tratti dal frontman: riguarda l’omonimo sinodo del cadavere, il processo-farsa tenuto per ragioni politiche a ai danni del già defunto papa Formoso nell’anno 897. Ma anche a livello musicale il brano non scherza: oltre alla già citata norma iniziale, per esempio le strofe sono cupe e nervose, col riffage ossessivo e frenetico, nonostante il tempo su cui lo guida il drummer Antero Villaverde non sia velocissimo. La sua tensione sale anche negli obliqui, arcigni bridge, per poi svoltare coi ritornelli: sempre possenti, evocano però più una certa malinconia che la rabbia del resto, il che li rende liberatori e ben riusciti. A parte una frazione oscura quanto il resto, in cui prima del buio assolo fa bella mostra di sé un passaggio altrettanto ombroso a tinte elettroniche, non c’è altro nel pezzo, ma non è un problema: anche così il risultato è di alto livello, uno dei migliori di The Battle to Come!

Anthem of Thor comincia da un intro di pianoforte ricercato, presto raggiunto da tastiere sinfoniche: fa quasi pensare a una ballad, ma poi gli At the Dawn accelerano. Ci ritroviamo allora in un ambiente cadenzato e speranzoso, che ricorda molto gli Iron Maiden dell’ultimo periodo, con pure De Marco che si sposta verso un piglio potente alla Bruce Dickinson. È una norma che torna spesso durante le strofe, in alternanza con stacchi invece più classici e power, con un bel vortice di note. Il tutto però presto si apre in un ritornello potente, epico al massimo coi suoi cori e la sua progressione trascinante, fino all’apice raggiunto nel finale: di sicuro, è il passaggio più bello del pezzo. Il fatto che la band lo ripeta solo due volte non è un problema; piuttosto, quello vero è la brevità estrema del tutto, che per il resto presenta solo un assolo al centro e dura molto poco. Il risultato un po’ incompleto, ma a parte questo si rivela godibile: il difetto, insomma, incide ben poco su un brano che rimane molto buono! La successiva Dragon Heart si apre con un giro di tastiera lontano, di retrogusto vago addirittura anni ottanta: anticipa la melodia che poi sarà ripresa dalle orchestrazioni nei ritornelli. Lenti e riflessivi, sono quasi drammatici, grazie a De Marco, alle code di cori e alle tante melodie alle sue spalle, ben congegnate per evocare pathos. Anche più calme si rivelano le strofe: la prima presenta il basso di Andrea Raffucci in evidenza, mentre le chitarre pulite e distorte intervengono solo di tanto in tanto; ma anche le altre, più potenti, mantengono un profilo basso. Ottima inoltre la sezione centrale, di pura musica sinfonica anche abbastanza elegante, nella sua cupezza che riflette quella della canzone: anticipa un buon assolo che poi si ricollega alla struttura. A parte la coda in cui gli At the Dawn riprendono il refrain in chiave corale, non c’è altro in un brano lineare ma avvolgente al massimo, neppure troppo lontano dal meglio di The Battle to Come!

Da un certo punto di vista, A Rose in the Dark si può quasi considerare il lento del disco: lo si sente già dall’inizio, con il riff di basso profilo sommerso da tastiere mogie, dimesse. Di nuovo, è la base che regge i chorus, stavolta senza potenza e con una grande infelicità, ben evocata dalla melodia vocale e da quelle alle sue spalle: sanno un po’ di già sentito, ma a parte questo non sono malaccio. Ancor più delicate si rivelano le strofe, quasi senza ritmo, con la voce del cantante contornata da un beat e da lievi effetti elettronici. Solo al centro invece il metal torna con più convinzione, con un assolo di chitarra su una base più movimentata: ma è solo un attimo, peraltro  in linea a livello emotivo col resto del brano. È un buon passaggio per un brano che lo è altrettanto, ma per il resto non impressiona granché, specie rispetto a quelli che l’hanno preceduto. La successiva The Call parte alla grande con una bella melodia della chitarra di Michele Viaggi, semplice ma di grande efficacia. Ciò che segue tuttavia è ancora meglio: dopo un breve interludio ancora di influsso heavy, ci ritroviamo in una norma immaginifica, sognante, onirica seppur in una maniera piuttosto malinconica. È uno dei passaggi in assoluto più bello di The Battle to Come, ma poi in parte gli At the Dawn ne vanificano l’impatto: i bridge veloci e vorticosi già c’entrano poco con questa base. Ma il peggio è che introducono ritornelli circolari davvero troppo scontati e con poco mordente per riuscire a valorizzare il tutto. Buona è invece l’apertura centrale, che cerca la spiritualità quasi di una preghiera e ci riesce bene con i cori e il cantante a scandire parole in latino sulla base di un delicato pianoforte. Anche migliore si rivela la parte successiva, che riprende la falsariga principale in maniera più tenera e lenta, prima di dare il là a un veloce assolo: anch’essa valorizza un pezzo che rimane però riuscito a metà, e non brilla troppo.

A questo punto, per fortuna gli imolesi ritirano su la seconda parte del disco con Torquemada (The Hand of God), che torna sul loro lato più oscuro. Lo si sente già dall’attacco, con venature sinfoniche nervose poi raggiunte dalle ritmiche potenti di Michele Vinci. La musica si fa poi ancora più opprimente nelle strofe, che alternano momenti di cupo power metal, tempestoso e con un bel nervosismo e altri anche più rabbiosi, debordanti, con ritmiche pesanti come un macigno. Ma questa cappa pian piano si apre, per bridge vorticanti ma più melodici che poi si aprono nei ritornelli: più aperti come già successo in passato nel disco, evocano un’inesorabile nostalgia, che insieme a una melodia riuscita colpisce bene. Valida risulta anche la sezione centrale, che invece del solito assolo presenta un parlato in spagnolo, il cui protagonista è il famoso inquisitore al centro del testo, seguito da un esotico raccordo, musicale più che solistico. È quanto basta per completare un pezzo dalle molte sfumature, tutte ben riuscite: parliamo del picco assoluto di The Battle to Come insieme a Cadaver Synod! È quindi il turno di The Forsaken One: inizia veloce, power potente e anche preoccupato, e col tempo lo diventa anche di più. Di certo lo sono le strofe, con persino forti influssi groove metal/metalcore, che le rende pesanti e oscure. Poi però l’ambiente si apre all’arrivo dei ritornelli, aperti e arricchiti presto dalla tastiera, che con la sua melodia spaziale insieme al ritmo di Villaverde aggiunge un tocco quasi dance al tutto, oltre a dare un bel pathos. Un tocco che peraltro ci sta: come passaggio è ben riuscito, come anche il resto della norma. Il problema è però che tra le due c’è parecchia differenza, il che le rende incompatibili: ci riescono giusto al centro, dopo un tratto rilassato con la chitarra pulita, con potenza e malinconia a fondersi. Per il resto però abbiamo un pezzo con troppi scalini: un difetto non grandioso, che non impedisce al pezzo di essere buono, ma viste le premesse ci si poteva aspettare ben di più!

Viper of the Sands comincia in maniera orientale, con il suono di una chitarra (o forse è addirittura un sitar) echeggiata e una voce femminile lontana in primo piano. È una venatura che rimane anche quando la traccia vira su coordinate più metal, e dopo un breve sfogo più potente e zigzagante, di influsso prog, confluisce in strofe esotiche, espanse, con la voce di De Stefano echeggiata e tante orchestrazioni. Mi ricorda quasi una versione ipervitaminizzata e più veloce di Babylon degli Stratovarius, specie a livello di atmosfera: avvolge l’ascoltatore a lungo, prima che i ritornelli cambino strada di nuovo. Più diretti, presentano un piglio drammatico e quasi lirico che colpisce in maniera più che decente: certo, nel pezzo sono il momento meno riuscito, ma stavolta non stonano troppo. Funzionale si rivela anche il passaggio al centro, che tra suggestioni in linea col resto, influssi neoclassici e ritorni progressive corona bene un episodio non eccezionale ma di buon livello! Tuttavia, va meglio con King of Blood and Sand, che gli At the Dawn scelgono per chiudere The Battle to Come: parte da un intro con un clavicembalo quasi barocco, ma poi si sviluppa come un pezzo power di buon dinamismo. Una caratteristica che rimane anche quando le strofe rallentano: sia i momenti più macinanti che quelli più diretti, spesso in alternanza, incalzano bene. La loro struttura tortuosa conduce l’ascoltatore per diverso tempo, prima che i romagnoli cambino strada sui ritornelli: perdono l’oscurità e la grinta del resto per presentarsi positivi, persino trionfali coi loro cori, seppur in sottofondo ci sia un po’ di pathos. Lo stesso viene fuori con più forza all’inizio della parte centrale, che progressivamente torna a farsi più estroversa e diretta. È un altro ottimo elemento per un pezzo ottimo, non tra i migliori del disco che chiude ma a giusto un pelo di distanza!

Per concludere, da un lato è vero che The Battle to Come probabilmente non scriverà la storia del power metal e non entrerà negli annali del genere; dall’altro però si rivela un disco valido, ben fatto, sopra alla media. Poteva forse esser migliore? Credo proprio di sì, se non ci fosse stata la flessione a metà; tuttavia, penso che ci si possa anche accontentare senza troppi problemi. Se il genere ti piace, dunque, il mio consiglio è di dare una possibilità agli At the Dawn: forse non ti faranno strappare i capelli, ma son sicuro che troverai la loro musica godibile e di intrattenimento!

Voto: 78/100


Mattia

Tracklist: 

  1. The Battle to Come – 01:30
  2. Brotherhood of Stel – 04:14
  3. Cadaver Synod – 05:04
  4. Anthem of Thor – 03:46
  5. Dragon Heart – 04:55
  6. A Rose in the Dark – 04:34
  7. The Call – 05:19
  8. Torquemada (The Hand of God) – 04:30
  9. The Forsaken Ones – 04:16
  10. Vipers of the Sands – 05:13
  11. King of Blood and Sand – 04:41

Durata totale: 48:02

Lineup: 

  • Stefano De Marco – voce, tastiere, orchestrazioni
  • Michele Viaggi – chitarra solista, tastiere, orchestrazioni 
  • Michele Vinci – chitarra ritmica
  • Andrea Raffucci – basso
  • Antero Villaverde – batteria

Genere: progressive/power metal
Per scoprire il gruppo: il sito ufficiale degli At the Dawn

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