Savatage – Gutter Ballet (1989)

SCHEDA DEL DISCO
Per chi ha fretta
PRESENTAZIONEGutter Ballet (1989), quinto album dei Savatage, è il lavoro con cui la band di Tampa raggiunge la maturità stilistica.
GENEREUn heavy metal potente ma al tempo stesso elegante, con una vena sperimentale che aggiunge una certa teatralità e spunti sinfonici. 
PUNTI DI FORZAUna grande maturità, molti elementi validi e ben integrati in un lavoro vario. Uno stile che precorre il futuro, per quanto riguarda il symphonic metal ma non solo; tante belle canzoni in una scaletta senza quasi momenti morti. 
PUNTI DEBOLIA tratti l’album si rivela un pelo discontinuo
CANZONI MIGLIORIGutter Ballet (ascolta), When the Crowds are Gone (ascolta), Hounds (ascolta), Mentally Yours (ascolta), Summer’s Rain (ascolta)
CONCLUSIONIGutter Ballet si rivela un vero capolavoro per qualità, oltre a essere un album influente e storico: un vero must, insomma, per i fan dell’heavy metal più ricercato!
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VOTO FINALE
Su un massimo di 100
93
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Devo essere onesto: trovo quasi buffo il fatto che proprio io, in questo momento, stia scrivendo questa recensione. Mentre spesso i dischi storici che a cui dedico una recensione celebrativa sono album che amo da sempre, il caso di Gutter Ballet, quinto album dei Savatage, è diverso: si tratta di un lavoro di cui ho riconosciuto la bontà solo di recente. Prima, invece, per anni il mio rapporto con la band americana è stato poco felice: colpa in parte del fanatismo cieco di certi amanti della band che me li aveva fatti snobbare a pelle (è un problema che affligge molte band metal valide, ma questo è un altro discorso). Tuttavia, il motivo principale a farmi respingere i Savatage era mio, personale: quando ho provato ad ascoltare le tracce più famose di Gutter Ballet, tantissimi anni fa, non mi avevano detto molto. Questo perché all’epoca ero un ascoltatore ancora inesperto: per me l’heavy metal era quella parte maggioritaria del genere che punta sull’impatto, caratteristica presente in quest’album solo in parte. La maturità artistica raggiunta dalla band di Tampa qui si esprime infatti in un suono sì potente ma al tempo stesso elegante, che necessita un orecchio altrettanto maturo per essere apprezzato: qualcosa che ho acquisito solo più di recente. E per fortuna, aggiungerei: è grazie a questa crescita che ho scoperto in Gutter Ballet un grande lavoro, con cui i Savatage sperimentano in diverse direzioni. Seppur sia radicato nell’heavy classico, con persino venature dall’hard rock da cui esso deriva, mostra anche influssi progressive, che anticipano le coordinate future su cui si muoveranno i floridiani. Ciò lo rende, tra l’altro, un album di transizione, ma non è un difetto, anzi: parliamo di un lavoro di qualità e anche di gran importanza storica. Non solo contribuisce a dimostrare che il metal poteva anche essere elegante, come all’epoca ancora suonavano in pochi. Soprattutto, al suo interno ci sono i primi tentativi seri di coniugare metal e musica sinfonica: un’unione oggi così comune che non stupisce, ma allora rivoluzionaria. Certo, timidi esperimenti in tal senso erano già stati fatti in passato, anche dai Savatage stessi, per esempio in Prelude to Madness da Hall of the Mountain King di due anni prima. Tuttavia, in Gutter Ballet si presenta per la prima volta in ambito metal un certo tipo di teatralità: quella che, molti anni dopo, darà vita al cosiddetto “opera metal”. E anche se gli americani lo fanno in maniera embrionale e poco spinta (spesso più che vere orchestrazioni nella loro musica c’è il pianoforte), ciò non toglie un briciolo di importanza al disco, né di qualità. Come del resto non è un gran limite il fatto che sperimentando tanto a tratti i Savatage suonino discontinui: un difetto da poco per Gutter Ballet, che anche così resta più che degno di essere celebrato, a trent’anni di distanza dall’uscita!

La opener Of Rage and War ha un intro col suono di un elicottero, su cui presto subentra la sezione ritmica, per ora piuttosto calma, seppur il basso di Johnny Lee Middleton abbia già qualcosa di strisciante, aggressivo. Quest’aura si accentua quando entrano in scena echi di chitarra e di voce, per poi deflagrare quando lo fa anche la canzone: ci ritroviamo allora in un panorama non potentissimo ma molto riottoso, debitore dello sleaze metal che allora andava per la maggiore. È la base dei ritornelli, vitali ed esplosivi nella loro semplicità ma con al tempo stesso un bel senso crepuscolare e truce, il tutto in una chiave catchy al massimo. Anche più graffianti sono le strofe, grintose e anche con una certa oscurità, che colpisce bene e si accentua in bridge forti anche di cori blasfemi. Come nel più classico degli heavy metal, non c’è altro nel brano a parte la sezione centrale, seppur essa sia più concentrata sul lato ritmico, potente e in evidenza anche quando spunta l’assolo: al suo interno, si può già intuire la futura svolta progressive degli americani. Arricchisce bene un ottimo pezzo, che apre il disco nel migliore dei modi e si pone nemmeno troppo distante dal meglio del disco. Ma fa ancora meglio Gutter Ballet, con cui i Savatage cambiano strada: inizia con un calmo, dolce pianoforte che potrebbe trarre in inganno, facendo pensare a una ballad. Niente di più sbagliato, visto che poi la musica intraprende un crescendo a dir poco travolgente: la tensione all’inizio sale con lentezza, con brevi schitarrate che mantengono ancora l’atmosfera serena ed espansa. Ma poi il tutto si fa più preoccupato e la musica entra nel vivo: sul ritmo della cassa di Jon Oliva (che qui in pratica suona tutti gli strumenti), si snoda allora un pezzo da brividi per coinvolgimento e atmosfera, con l’incrocio metal-pianoforte da urlo. E il bello è che siamo ancora nel preludio! La traccia vera e propria comincia di lì a poco, con strofe ancora dominate dal piano, quasi a là Queen; la stessa sensazione evocata dalla base metal, di gran eleganza. Questa natura si accentua anche di più nei ritornelli, semplici ma di gran pathos, con l’Oliva cantante che tira fuori una prestazione da urlo, accompagnato dalle tante melodie alle sue spalle. Melodie che alla fine si arricchiscono anche di ottime orchestrazioni, che danno loro un’espansione maggiore e un tocco di classe, prima di sfociare in bei momenti strumentali, anch’essi espressivi e ancora influenzati dal prog. È una struttura complessa, ma non troppo: in fondo non si stacca granché da quella classica, con tanto di assolo al centro, che riprende la base iniziale e la correda con un alternanza tra assolo di chitarra e nuove orchestrazioni, quasi neoclassiche. È la ciliegina sulla torta di un pezzo davvero splendido, uno dei picchi assoluti non solo del disco omonimo ma addirittura dell’heavy metal americano anni ottanta!

Con Temptation Revelation, interludio strumentale di poco meno di tre minuti, la band floridiana cerca di unire con ancor più convinzione musica sinfonica e metal. L’inizio è di nuovo da ballad, con un mogio pianoforte a cui presto si intreccia un assolo della chitarra di Criss Oliva: le loro melodie sono malinconiche ma docili e distese, quasi leziose almeno per il momento. Poi però, quando sembra che tutto si debba spegnere, i Savatage invece ripartono con forza, con cori e synth sinfonici che si intrecciano con la chitarra in qualcosa di stavolta oscuro, quasi sinistro. È un’evoluzione all’inizio lenta, ma poi sempre più convulsa fino al finale, in cui tutto si sfilaccia: il risultato è molto avvolgente e colpisce bene anche in un album come Gutter Ballet, nonostante come già detto sia un intermezzo più che una vera canzone! Anche When the Crowds are Gone si avvia lenta, con un piano e la voce dolce di Jon Oliva che di nuovo ricordano i Queen. Stavolta però non è un’illusione: nonostante poi il voltaggio salga, la melodia rimane sempre al centro, tanto che la traccia si può quasi considerare una semi-ballad. Lo sono in particolare i ritornelli, soffici e nostalgici, di gran impatto emotivo con la loro impostazione quasi lirica, dolce e triste, che colpisce alla grande; lo stesso vale per i passaggi solistici che le seguono, quasi strazianti con la loro delicatezza. Le strofe invece sono più energiche, almeno a livello ritmico: anche lì però è una certa eleganza a sprigionarsi, più che potenza. Sono perciò perfette per sposarsi con l’altra anima della canzone; lo stesso vale, del resto, per l’assolo centrale dell’Oliva chitarrista, anch’esso melodico ma con una disperazione palpabile. Dà il là, peraltro, a un lungo finale diverso, che riprende le melodie della prima parte in qualcosa a metà tra malinconia e serenità, con un frontman in grande spolvero con la sua voce acuta e roca ma fascinosa. E così, con una coda tranquilla, che quasi cita Bohemian Rhapsody, si conclude un lento non troppo distante dalla tradizione, ma tutt’altro che banale e scontato: il risultato anzi è davvero splendido ed emozionante, a giusto un pelo dal meglio del disco! Silk and Steel è quindi un altro esperimento strumentale, stavolta dominato dalla chitarra pulita che disegna arpeggi veloci ma anche di gran serenità. È un continuo inseguirsi di note e di cambi di tonalità, solari e a tratti persino giocosi: evocano alla mente panorami soleggiati e calmi, nonché un bel calore. Tuttavia, è anche vero che dall’altra parte dopo il primo interludio tende a far risultare questa metà del disco un po’ discontinua: questo forse lo rende addirittura il punto più basso del disco, per quanto come ascolto sia lo stesso più che piacevole!

Se il lato A del vecchio vinile (anzi, per la precisione il “primo atto”) di Gutter Ballet era più sperimentale, il B pende invece più su quello da heavy metal classico dei Savatage: lo si sente già da She’s in Love. A dispetto del titolo, che potrebbe far pensare a qualcosa di romantico in puro stile hard ‘n’ heavy anni ottanta, abbiamo un pezzo che comincia con un inquietante preludio da cui si stacca un pezzo veloce, potente e dinamico. Lo è soprattutto la norma delle strofe con un riffage grasso, grintoso, con influssi dal power metal del periodo: zigzagano un po’ tra varie frazioni, prima di esplodere in ritornelli che non sono da meno. Con una nota più hard rock, per il resto però sono speed metal anche graffiante, con l’Oliva cantante che urla parecchio, quasi con rabbia: il risultato è più diretto del resto ma si amalgama bene. Ottima anche l’oscura parte centrale, rumorosa il giusto: un altro arricchimento per un pezzo che non sarà il migliore qui ma colpisce al punto giusto! La seguente Hounds parte molto lenta e mogia, con un arpeggio di chitarra che ricorda quasi le ballad dei Metallica di quel periodo, non fosse per la voce melodica del frontman. Ma è solo il preludio, perché poi la band esplode con l’attacco del suo ritornello, potente ma lento: evoca più che altro una tristezza maestosa, solenne, data dal bel riffage e anche dall’organo che lo segue, che gli dà un gran bel tocco di classe. Sono uno dei momenti topici non solo del pezzo bensì dell’intero Gutter Ballet, ma anche il resto non scherza: per esempio, ottime sono le strofe, di basso profilo, da qui in poi metalliche ma molto armoniose. La loro malinconia ben si sposa con l’altra parte; lo stesso si può dire per il lungo momento centrale, che comincia tornando all’origine per poi però svilupparsi in un tratto dilatato, quasi psichedelico, persino di tono orrorifico. Ma anche questo ambiente è destinato a progredire, in un’evoluzione potente e cupa, grazie al persistere dell’organo, senza però che manchi il pathos, a tratti anzi più in evidenza fino al ritorno dei toni più lugubri nella parte finale. Degna di nota anche la conclusione, che dopo un altro ritornello esplosivo porta in breve la traccia su toni speed, prima che il tutto si spenga: un’ottima chiusura per una traccia splendida, uno dei picchi assoluti di Gutter Ballet

Con The Unholy, i Savatage tornano a qualcosa di più classico sin dall’attacco, molto hard rock. È un piglio che la traccia mantiene a lungo: è presente anche nelle strofe, più potenti e con venature a là Iron Maiden che non stonano al loro interno. Ancor di più in tal senso fanno i bridge, armonici e di gran nostalgia con le loro note delicate; sono però seguiti da momenti duri e rabbiosi, con un riffage vorticoso e un mood ombroso, dato dai cori oscuri che fanno eco alla voce di Oliva. Possono sembrare i refrain, ma quelli veri sono invece più espansi, e tornano all’origine: sono semplici, ma riescono a colpire a dovere, grazie anche all’ennesima bella prestazione del cantante. Per quasi tutta la traccia, la struttura è quella classica, con tanto di tradizionale assolo al centro; si cambia solo nel finale, in cui la velocità lascia il passo a qualcosa di strano, strisciante, addirittura di vago retrogusto doom(!). È un passaggio breve ma di impatto, con la sua oscurità quasi rituale: strana, ma azzeccato come finale di un altro episodio di grande spessore. Tuttavia, va ancora meglio con Mentally Yours, altro brano il cui titolo potrebbe trarre in inganno: stavolta inoltre ci si mette anche l’intro. Con la voce dolce e sentita del frontman sopra al pianoforte, scimmiotta in maniera riuscita le ballad del periodo, ma poi la band cambia strada verso qualcosa di arcigno. Seppur non troppo vicino al thrash per sonorità, il riffage quasi stridente di Criss Oliva ricalca l’acidità e la carica aggressiva di questo genere, come anche la voce di suo fratello. È una norma che va avanti per un po’ prima di farsi un po’ più aperta per bridge più da heavy tradizionale: durano poco, tuttavia, prima che i ritornelli tornino all’altra anima con ancor più forza. Sono davvero cattivi, grazie soprattutto a Jon Oliva che graffia molto, su un riffage vorticoso e strisciante al massimo che lo valorizza al massimo. Ottima anche la sezione centrale, invece più aperta e con un classico assolo “shred”, per poi confluire però in un breve sfogo ancora di influsso maideniano, vorticoso e di gran impatto. È l’unica variazione di un pezzo per il resto lineare, ma non è un problema: il risultato è eccellente, poco distante dal meglio di Gutter Ballet!

Con Summer’s Rain, stavolta i Savatage non escogitano trucchi. È davvero una semi-ballad come sembra all’inizio, lenta e intensa, con anche un vago eco prog rock tra le righe. L’arpeggio di chitarra è delicato, e la voce del cantante le dà un tono davvero sentito, di sofferenza palpabile, seppur composto ed elegante. È questa l’essenza delle strofe, che di norma non accelerano (al massimo entrano la sezione ritmica a dar loro più densità) e in parte anche dei bridge e dei ritornelli, che però si potenziano di più. Rimangono però sempre dolorosi: più delicati i primi, quasi malinconici, presto sfociano nei secondi, invece lancinanti, con la perfetta sintonia tra i vocalizzi disperati di Jon e la melodia drammatica di Criss Oliva. Quest’ultimo è il protagonista dell’assolo centrale, in linea con l’atmosfera di gran forza del resto del pezzo: completa il quadro di una ballad per nulla scontata, anzi persino a un pelo dai picchi del disco che chiude per qualità! Il vecchio vinile originariamente si concludeva qui, ma in quella in CD fin dall’uscita Gutter Ballet ha come bonus track Thorazine Shuffle, in cui i Savatage si cimentano sul loro lato più sperimentale. Lo si sente già all’introduzione, piena di risate echeggiate e strani suoni che generano un atmosfera sinistra: la stessa che, in parte si conserva anche nella norma di base, che prende vita di lì a poco. È una norma di vago retrogusto ancora doom, lineare e potente nonostante tastiere e cori che gli danno un tono anche più sulfureo: regge soprattutto i ritornelli, espansi e malefici al punto giusto. La stessa formula viene ripresa anche dalle strofe, però più cadenzate e strane, esitanti, con anche un sentore progressive nella loro struttura tortuosa. Se entrambe le parti sono di buon livello – e lo stesso vale per la sezione di centro, un buon assolo meno cupo però ben integrato col resto – stavolta la band americana non impressiona come in precedenza. Anche per questo, giusto relegarla a semplice traccia bonus: nella scaletta regolare, sarebbe stata di sicuro il punto più basso. Più o meno dello stesso livello è anche l’altra canzone bonus nella mia versione, All That I Bleed: canzone apparsa poi anni dopo in Edge of Thorns del 1993, è qui in una chiave più spoglia, con solo la voce e il pianoforte di Jon Oliva per tutto il tempo. Si tratta di una ballad molto classica di questo genere, che scambia tra strofe delicate e ritornelli di poco più densi, ma sempre docili, con in più un buon assolo sempre di piano al centro. La variazione maggiore è però nel finale, in cui si alza l’intensità e anche la voce, per qualcosa di avvolgente: è il momento migliore di un pezzo carino, seppur non significativo al massimo.

Per concludere, Gutter Ballet non è un lavoro perfetto: come già raccontato all’inizio, a tratti è un po’ discontinuo, a causa del suo spirito sperimentale. A parte questo però si rivela un disco notevole: prima ancora di essere seminale e influente sulla musica di tanti altre band future, brilla per il suo altissimo livello di qualità. Insomma, se ti piacciono le branche più eleganti e ricercate del metal melodico, è il classico lavoro che non può mancarti!

Trent’anni fa quasi esatti, il primo dicembre del 1989, vedeva la luce Gutter Ballet dei Savatage. Come già sottolineato nella recensione, si tratta di un lavoro grandioso e che precorre i tempi: sono migliaia le band symphonic metal, ma anche progressive e power, che sono state influenzate dalla band di Tampa. Per tutti questi motivi, una celebrazione, sia pure piccola come una nostra recensione storica, era quasi d’obbligo!

DATI DEL DISCO
TRACKLIST
1Of Rage and War04:46
2Gutter Ballet06:21
3Temptation Revelation03:07
4When the Crowds Are Gone05:47
5Silk and Steel02:56
6She’s in Love03:51
7Hounds06:11
8The Unholy04:38
9Mentally Yours05:15
10Summer’s Rain04:31
11Thorazine Shuffle (bonus track)04:42
12All That I Bleed (acoustic version – bonus track)04:34
Durata totale:   
FORMAZIONE DEL GRUPPO
Jon Olivavoce, pianoforte, tastiera. Basso e batteria (traccia 2
Criss Olivachitarra
Johnny Lee Middletonbasso
Steve “Doc” Wacholzbatteria
OSPITI
Robert Kinkeltastiere addizionali
ETICHETTA/E:Concrete
CHI CI HA RICHIESTO LA RECENSIONE:

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